Excursus / ANNIHILATOR: l’altalena Technical Thrash canadese [Prima parte]

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Pubblicato il:06/12/2022
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Foto fornita nel comunicato stampa di
DNR Agency

Photo credit: Kai Swillus

Gli Annihilator, per i pochi che non lo sapessero, sono una band facente parte del ramo tecnico del Thrash Metal nata in Canada nel lontano 1984. Un giovane Jeff Waters, poliedrico e talentuoso chitarrista, folgorato dall’Hard & Heavy e dal nascente Thrash Metal mise in piedi la band. Il gruppo è ricordato specialmente per i primi due capolavori iniziali e per la sua opera discografica molto altalenante che sa alternare con allarmante no chalance lavori ottimi ad altri anonimi o semplicemente disastrosi e fortemente discontinua in termini di sound e stili, vivrà momenti molto difficili riuscendo però a risorgere più volte. Spesso citati come grande esempio di tecnica, gli Annihilator sono “famosi” pure per i svariati avvicendamenti nella sua line up, un altro fattore che rende ogni loro lavoro imprevedibile.
Nel tempo, il gruppo è diventato in tutto e per tutto un progetto solista del padre/padrone Jeff Waters, infaticabile stacanovista dietro allo strumento con doti tecniche straordinarie, ma non altrettanto valido come songwriter. Dopo questo breve – ma necessario – preambolo, addentriamoci nella loro prolifica discografia, andando a parlare dei successi ma anche dei fallimenti di un’infaticabile Jeff Waters, che a volte si è trovato letteralmente in braghe di tela e della sua band che nonostante tutto, al panorama Thrash Metal mondiale ha lasciato un segno indelebile.
Detto questo auguro a tutti una buona lettura.

Genere:
Technical Thrash Metal
Thrash Metal
Heavy Metal

Periodo di attività:
1984 – ancora in attività

Come detto in precedenza gli Annihilator nascono nel 1984, un’annata a dir poco spettacolare per quanto riguarda l’Heavy Metal in generale e il nascente Thrash Metal con lavori che saranno poi ricordati ed osannati ai posteri. Dopo diverso tempo, con alcuni avvicendamenti alla line up, la band pubblica il suo esordio cinque anni dopo: e con “Alice In Hell” abbiamo un esordio a dir poco frizzante e scoppiettante.
La band, sceglie una via non classica e sempliciotta, andando ad entrare subito in maniera dirompente nel mondo del Thrash Metal tecnico e progressivo. D’altronde dopo la prima bordata di band Speed/Thrash, alcune compagini americane ed europee (su tutti Metallica, Megadeth, Voivod, Celtic Frost, Watchtower e Coroner) dimostrarono come fosse possibile fare del Thrash potente e terremotante, ma non per forza privo di tecnica, fantasia e melodia.
Nel platter in questione abbiamo canzoni dalle strutture non ortodosse e più complesse della media, con ampie sezioni strumentali ed un certo numero di cambiamenti ritmici. Il sound è ricco di virtuosismi ed assoli vari inanellati da Waters con la sua sei corde, pregnante di melodie e che gioca parecchio sull’alternanza di sonore rasoiate di stampo Speed/Thrash vecchia scuola a parti e fraseggi dal sapore tutto Heavy Metal britannico; in tutto questo vi è una certa ricercatezza strumentale ben superiore a quelli che erano gli standard del genere. Randy Rampage è un singer dotato di una voce stridula ma al tempo stesso graffiante, vi è qualche piccolo – e azzeccato – intervento di basso solista e dietro al drumkit Ray Hartmann stupisce per la sua fantasia ritmica e per la disinvoltura con la quale esegue i repentini cambi ritmici ed intelaia il tutto.
Ecco quindi che il banchetto imbastito dagli Annihilator sorprende per la sua freschezza compositiva e per un certo allontanamento dalla parte più cafona ed oltranzista del genere, il guitarwork non guarda più a quella foga istintiva dell’Hardcore Punk, ma va verso un lavoro più studiato e melodico, andando quindi ad approdare nelle frangi più nobili del Thrash nordamericano. Tutto questo fa si che abbiamo tra le mani il classico debutto con il botto ed un lavoro che ogni vero amante del Thrash Metal (che sia tecnico o meno) deve possedere o per lo meno ascoltare che ovviamente ha la produzione tipica degli anni ’80.




Passa solo un anno ed ecco che arriva folgorante come non mai il successore, quel “Never, Neverland” molto amato dai thrashers della vecchia guardia e vorrei ben vedere! Manco a dirlo ci troviamo dinanzi ad un altro capolavoro: la band affina il suo stile, quel Thrash tecnico, fantasioso e melodico che gli aveva fin da subito caratterizzato, andando su lidi più melodici, grazie anche alla voce del nuovo singer Coburn Pharr dotato di una voce potente, ma anche più pulita e gentile del suo predecessore. Ci troviamo sempre di fronte all’alternanza parti Thrash ad altre Heavy e tecniche ma la band gioca ancora di più sulle strutture non banali, sugli intrecci strumentali complessi e con le parti melodiche andando a sfornare un lavoro molto sfaccettato e complesso, che regala molte soddisfazioni sulla media/lunga distanza e che allontana sempre di più la band canadese dalla parte più estrema del genere. Come sempre il guitarwork la fa da padrone con gli assoli di Jeff a farla da padrone entusiasmando l’ascoltatore tra i suoi riffs sempre ispirati e i virtuosismi senza dubbio esaltanti: un lavoro insomma che non si allontana molto da quanto seminato l’anno precedente, ma che va ad affinare lo stile della band donandole quel pizzico di maturità che forse mancava all’esordio e fa sì che per ogni metalheads che si rispetti “Never, Neverland” sia una tappa praticamente obbligatoria del suo percorso musicale.
Come riuscire a vincere e a convincere; se non conoscete il gruppo e le lodi vi sembrano esagerato il consiglio che ho da dare è solo uno: ascoltare per credere, dopotutto qui si è scritta la storia di un sottogenere, specialmente per quanto concerne la sua parte più progressiva!




Passano gli anni, i concerti e le prove in studio ed ecco che di colpo tre anni sono già volati. Nel 1993 il panorama per il metal classico era cambiato drasticamente e pertanto pure la musica degli Annihilator cambiò, provocando malumori tra la fanbase dei primi due mitici lavori, ma aprendo ai canadesi porte prima che gli erano precluse, permettendo di raggiungere un buon successo commerciale, specialmente in Giappone, per la gioia della Roadrunner Records alla quale le buone vendite non facevano affatto schifo, anzi.
“Set The Worlds On Fire” è questo: è la prima svolta stilistica del gruppo, è l’approdo a sonorità più melodiche, lineari e commerciali quanto si vuole, ma al tempo stesso è pure un disco di qualità figlio del suo tempo che è diventato un classico della loro discografia che puntualmente vede alcuni episodi suonati pedissequamente in sede live. I canadesi si addentrano in territori per loro prima sconosciuti, fatto di pezzi più semplici, ballate e love songs alternate a pezzi dal gustoso sapore Heavy Metal.
Melodia e potenza, questi sono i due lati della medaglia e tra melodie zuccherose, i soliti virtuosismi del buon Waters inanellati in certi riffs ispirati e a volte esaltanti nei quali si intravedono certe reminescenze squisitamente Thrash, strutture ruffiane e ritornelli catchy dal vellutato sapore Pop, la band va a sfornare un disco di buon livello, sicuramente non paragonabile ai fasti dei precedenti lavori (sia per qualità, sia soprattutto per il sound che va su lidi più accessibili e bonaccioni) ma che per buona pace dei thrashers più incalliti per i quali la delusione è tanta, è un lavoro di buon livello, che si farà apprezzare da chi ha un debole per le sonorità Hard & Heavy, condite da melodie romantiche, una voce sempre più pulita che vede nel buon Aaron Randall un cantante versatile e capace oltre alla prestazione precisa ed azzeccata di un giovane Mike Mangini.




E si giunge al ’94 (anno da ricordare vista la quantità e qualità delle uscite, tra le quali ricordo con piacere quelle di Kyuss, Pantera e Machine Head) e al nuovo “King Of The Kill” che personalmente trovo un lavoro riuscito e da riscoprire, senza però fare scomodi paragoni con la doppietta iniziale che gioca - inevitabilmente - un campionato a parte.
Vi ricordate che nel preambolo scrissi che a volte l’istrionico guitar hero si troverà letteralmente in braghe di tela? Ecco, in questo lavoro la situazione era quella visto che in pratica rimarrà da solo nella formazione e la band a conti fatti divenne in pratica un suo progetto solista da qui in avanti.
Potrebbe essere l’incipit per un disastro di proporzioni bibliche e invece…
Si arruola un batterista (l’abile Randy Black) e con Waters polistrumentista e infaticabile stacanovista nelle vesti di produttore, cantante, bassista, chitarrista sia ritmico che solista, il duo pubblica questo lavoro molto discusso, perché prosegue la strada del precedente, scontentando sempre di più la vecchia fan base ma dando ancora un certo successo commerciale agli Annihilator (con l’ammissione da parte del padre/padrone del progetto in alcune interviste che grazie ai soldi guadagnati con i dischi “Set The Worlds On Fire”/”King Of The Kill” che furono accolti con molto calore in estremo oriente, poté continuare a fare musica nonostante lo scarso successo commerciale che ebbe in una decina di anni abbondanti).
Ora visto che a conti fatti si tratta più di un disco solita (c’è scritto Annihilator ma si legge Jeff Waters Band potremmo dire con una certa malignità) il leader maximo non si dà limiti e la parola d’ordine per il nuovo disco sembra essere “varietà”: abbiamo episodi thrashoni con ritmiche a rotta di collo, altri più moderni e dagli stilemi grooveggianti tipici dell’epoca, altri ancora nei quali emerge tutto l’amore che Waters ha nei confronti dell’Hard Rock classico, con un sound stradaiolo e sfacciato ed infine non mancano alcune dolci e melodiose ballate; un buon riffing, assoli come sempre di gran valore, un basso ispirato ed una discreta prova vocale (dopotutto Waters è un signor chitarrista ma non un cantante dotato di chissà quali doti, anche se il suo mestiere lo fa con dignità) oltre al lavoro dietro alle pelli azzeccato ed intrigante fanno fare bella figura al duo canadese.
Questo è un lavoro che dimostra come il canadese all’epoca avesse una discreta fantasia, oltre a ciò fa vedere la sua natura ondivaga con questo lavoro privo di una direzione ben precisa, che lo contraddistingue con un songwriting più dinamico.
Per quanto mi riguarda un lavoro merita una seconda possibilità.




E ora siamo al ’96 e al quinto disco, quel “Refresh The Demon”, album deludente e riuscito solo a metà.
Altro lavoro in studio, altra svolta stilistica visto che si ritorna nelle amate braccia del Thrash Metal, sonorità volenterose di essere energiche, sorretto da riffs che vogliono essere possenti ed un lavoro ritmico essenziale ma efficace, con Waters sempre nelle vesti di cantante e un fondo di ripetitività che permea il lavoro in esame andando a farsi sempre più presente nella seconda metà del lavoro. Il disco parte subito in quarta con due killer songs, per poi andare piano piano ad arenarsi in alcuni episodi piatti e scialbi: altalenante, questo è l’aggettivo giusto per descrivere il platter, che a momenti di pure foga Thrash e a certe parti chitarristiche esaltanti alterna brani decisamente banali e ripetitivi che non lasciano nulla, se non tanta rabbia e noia.
Purtroppo questo “Refresh The Demon”, manca quasi totalmente di quei guizzi e colpi di genio che hanno dato quel qualcosa in più ai primi due album e in parte anche ai due precedenti capitoli discografici e sicuramente se più di metà del lavoro è da dimenticare, beh forse è meglio voltare pagina il prima possibile.
Anche se il peggio doveva ancora arrivare con il senno di poi...




Un anno, un solo anno ci separa ad un altro disco marchiato Annihilator e in termini ben poco giornalistici qui si parla a ragion veduta di aborto mancato: dimenticate tutto quello che è stato fatto fino ad ora, perché quel mattacchione di Waters con la sua voglia di cambiare e sperimentare idee nuove e differenti si diede all’Industrial/Alternative Metal! “Remains” è un lavoro criticatissimo e criticabilissimo, considerato quasi all’unanimità come un flop a livello qualitativo: ormai il musicista è completamente solo e non chiama nessun batterista visto che in questo disco esso è rimpiazzato da una drum machine.
Oltre alla già citata drum machine (che fa rappresentare questo disco come il massimo manifesto dell’autarchia in casa Waters) vi è la chitarra dai tratti sporchi, ruvidi e graffianti, i riffs sono semplici e ritmati, avendo uno stile molto vicino al Groove Metal di quel tempo, in molte canzoni è presente una forte componente elettronica di sottofondo, con le vocals spesso e volentieri fastidiosamente effettate; tutto ciò per nostra sfortuna ci dà un lavoro che per mancanza di idee e qualità, rivaleggia in maniera drammatica con cose mostruose come “Risk” o “St. Anger”. Guardando con la lente di ingrandimento in questo autentico disastro non tutto è da buttare: certi riffs sporchi e quasi “zanzarosi” a volte hanno il loro perché, oltre ad un paio di song che sono due manate di scuola Speed/thrash semplicemente esaltanti, peccato che ciò non basti minimamente a risollevare questo tonfo a dir poco clamoroso.




Ed arriviamo al 1999, a dieci anni di distanza dal debutto: e Waters dopo la precedente Caporetto si gioca la carta del revival. Ritorna quindi in seno al gruppo la formazione del debutto con i tanto apprezzati Rampage e Hartmann: pure la musica va in quella direzione.
Ecco quindi che si torna a quell’Heavy/Thrash tecnico e fantasioso che ci aveva fatto amare tale band dieci anni prima con strutture non banali, gli assoli ed il riffing spesso esaltante e una discreta fantasia ritmica, oltre a ciò nelle varie tracce vi è un fil rouge con “Alice In Hell” che si riscontra in riferimenti lirici e musicali ad esso. La potenza e la melodia non mancano, con una band in buono stato ad esclusione del cantante, Rampage infatti svolge il suo compito, ma vuoi per la mancanza di allenamento ed esercizio prolungato o per i suoi eccessi, il confronto con quanto fatto in precedenza è impietoso: nonostante questo si dimostra essere un buon lavoro, che al netto di un paio di passaggi non riuscitissimi ed un singer non esattamente in forma, sa dare parecchio agli amanti del genere e che risolleva le quotazioni dopo due album deludenti. Un disco che oggi dai più è dimenticato e che invece merita di essere riscoperto per le sue qualità oltre ad una ritrovata ispirazione e delle strutture divertenti da seguire: per chi vi scrive non un capolavoro, certo, (quanto abusiamo di questo termine, mamma mia…), ma “Criteria For a Black Widow” è una piccola perla che ha il merito di aver riportato un po’ di speranza attorno ad una band dopo alcuni episodi a dir poco fantozziani.




Nel 2001 torna il tank canadese in azione con un nuovo lavoro ed una nuova formazione: Rampage, visto il suo atteggiamento decisamente troppo esuberante e dedito agli eccessi tipici della rockstar viene cacciato senza troppi complimenti e al suo posto viene reclutato l’ex Overkill Comeau. Frutto di questa decisione e dalle idee di Waters il gruppo va a sfornare un altro lavoro riuscito e convincente: “Carnival Diablos”.
Altro platter di scuola squisitamente Thrashy, ma questa volta più lineare, con alcuni ammiccamenti a volte più melodici e più moderni, ed in tutto questo trova spazio pure un delizioso omaggio all’Hard Rock più classico: nelle varie canzoni si segnala un’ottima perfomance dietro alle pelli con ritmiche tritaossa alternate ad altre più controllate, un guitarworks nervoso che come sempre va ad esplodere negli assoli, oltre alla voce velenosa del nuovo arrivato che si fa valere; tutto ciò contribuisce a darci un buon lavoro di stampo Thrash Metal che a parte un paio di riempitivi, non va per forza a guardare nei magici anni ’80, ma cerca di proporre qualcosa di più moderno e al passo con i tempi.
Se vogliamo, questo lavoro, insieme ad altri dischi prodotti da band coetanee e da giovani ed agguerrite leve è uno dei tanti tasselli che contribuiscono alla rinascita del genere.
Bello sentire gli Annihilator così energici con un cantante che sa dare più verve e convinzione a questo lotto di canzoni.




Con due album di buon livello sembra che la band canadese avesse lasciato alle spalle il periodo buio con svolte discutibili o lavori disastrosi, grazie anche ad un Comeau particolarmente graffiante dietro al microfono.
Quando le cose sembravano andare finalmente bene, ecco che nel 2002, ad un solo anno di distanza dal buon “Carnival Diablos”, arriva l’inspiegabile “Walking The Fury”. Perché inspiegabile?
Beh, parliamo un po’ del disco: si prosegue con quanto seminato nel precedente “Carnival Diablos”, ma si spinge ancora di più sia sulla robustezza sonora, con ritmiche più frenetiche, uno stile più iracondo, con delle canzoni che colpiscono nel segno. Un lavoro per certi versi pure più riuscito del precedente, ma aimè la voglia di sperimentare che ha in seno Jeff a questo giro di giostra gioca un brutto scherzo: la produzione è fredda e distorta, con la scelta deleteria di dare un suono fortemente zanzaroso alle chitarre, cosa che in parte tarpa le ali a quello che è un ottimo album impedendogli di esplodere. La cosa assurda è che questa produzione è stata voluta proprio da un chitarrista…
La collaborazione con l’ex Overkill al microfono purtroppo finisce (e pare non nel migliore dei modi visto certe interviste), ma Comeau saluta i suoi fans nel migliore dei modi con il bel “Double Live Annihilation” che al tempo stesso rende giustizia alle canzoni tratte dal discusso “Walking The Fury”.




E con i lavori di Comeau si conclude la prima parte di questo excursus dedicato ad una delle band più incostanti e altalenanti che il nostro genere preferito ha avuto.
Appuntamento alla seconda parte, che seppur in linea di massima ha avuto più dolori che gioie, qualche bella sorpresa (forse) la riserverà.
Articolo a cura di Seba Dall

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