Se dovessimo sottoporre un sondaggio ai metallari chiedendo loro quale sia la band che li ha introdotti all’Heavy Metal, credo che la maggioranza (o stragrande maggioranza) indicherebbe gli
Iron Maiden come risposta. Anche il sottoscritto deve alla band inglese la propria iniziazione alla nostra musica preferita – nello specifico era il 1988 ed il video di “
Can I play with madness” accese l’entusiasmo di un quattordicenne che non si riconosceva nelle sonorità di quei tempi – creando un legame che si è solidificato negli anni, fra tanti alti e qualche basso, di disco in disco.
Pur consapevole che il mio giudizio sarebbe stato influenzato dall’inevitabile effetto nostalgia trasmesso dallo scorrere delle immagini in sala, capirete che non potevo mancare alla prima sul grande schermo del docufilm, diretto da
Malcolm Venville,
“Burning Ambition”.
La pellicola, che esce nelle nostre sale a cavallo fra l’ingresso dei Maiden nella
Rock And Roll Hall Of Fame e la data italica del
“Run For Your Lives Tour” che si terrà il prossimo 17 giugno allo stadio di San Siro, è dedicata a tutti i supporter che hanno contribuito a rendere grandi gli Iron e dà loro tanto, tantissimo spazio alle testimonianze personali, in un lungo viaggio fra emozioni e ricordi.
Nomi famosi si alternano alle esperienze di tantissima gente comune che, seppur provenienti da contesti geografici, sociali ed economici diversi, sono tutti idealmente legati dalla passione e dall’amore per gli inglesi, ma una menzione speciale la merita il Premio Oscar
Javier Bardem, la cui testimonianza risulta autentica e spontanea in maniera quasi fanciullesca. E’ palese che l’attore spagnolo non vedesse l’ora di parlare di musica e non di cinema!
Il film riavvolge il nastro della carriera dei Nostri, partendo dalle origini nell’East End londinese a fine anni 70 fino ad arrivare all’addio per motivi di salute di
Nicko McBrain e all’ultimo tour mondiale. Fra foto e spezzoni di filmati dell’epoca, le voci dei protagonisti ci accompagnano attraverso i momenti più esaltanti e quelli più duri senza nascondere nulla sotto il tappeto, soffermandosi anche sull’importanza di aver incrociato la strada con
Rod Smallwood e, soprattutto, sulla felicissima intuizione dell’invenzione di Eddie la cui figura è ormai assurta oltre il concetto di mascotte.
Nicko vince a mani basse il Premio Sincerità, non nascondendo il suo enorme disappunto (eufemismo) per il modo in cui
Bruce ha abbandonato la band (non solo per le difficoltà legate al reclutamento di un nuovo singer) mentre a
Blaze Bayley va quello per la Signorilità per come ha saputo affrontare e gestire il periodo in cui ha dovuto indossare il pesantissimo mantello del suo predecessore.
Altro momento degno di nota è il tour nell’Est Europa negli anni 80, quello immortalato nella VHS
“Beyond the Iron Curtain”. Avvenuto fra mille difficoltà organizzative nei paesi dell’ex blocco comunista, fu un successo a dir poco clamoroso che ha lasciato il segno in una intera generazione di fan.
Tutto bello e tutto scintillante? Purtroppo non è così, ci sono alcuni elementi negativi che non possono essere ignorati.
La prima riguarda gli interludi in cui compare Eddie. Realizzati a computer e che, in tutta onestà, mi aspettavo di qualità ben superiore. Effetto vintage voluto o “riadattamento” di materiale datato già esistente? Non lo sapremo mai, il dubbio resta, ma rimane l’amaro in bocca.
La seconda è su come sono stati affrontati gli anni post reunion. Trattati un po' troppo distrattamente rispetto alla prima parte del film, non risultano abbastanza incisivi nell’economia generale.
L’ultima considerazione, di carattere più generale, riguarda proprio il concetto stesso di biopic. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una fioritura di opere simili dedicate agli artisti più disparati - spaziando dal pop al rock fino al metal – sostenute da produzione e regia che tendono pericolosamente verso l’agiografia con poche o pochissime variazioni sul tema.
Al netto di queste considerazioni finali,
“Burning Ambition” rimane un lavoro a cui noi “vecchiacci”, cresciuti a pane e
“The Number of the Beast”, non possiamo rinunciare perché, come detto all’inizio, è una questione di sentimenti. Ed ai sentimenti non si comanda.
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