Speciale Luppolo In Rock - DAY THREE

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Pubblicato il:09/08/2026
INTRO
Ridendo e scherzando siamo già arrivati alla terza e ultima giornata del Luppolo 2026. Oggi il menù cambia decisamente registro e propone sonorità molto più estreme, con nomi del calibro di Marduk, Rotting Christ, Overkill e i Venom di Cronos. Fin dalle prime ore si nota un pubblico più numeroso sotto al palco rispetto ai due giorni precedenti, a conferma di come il metal estremo continui ad avere un seguito importante nel nostro Paese. Anche oggi il caldo la fa da padrone, ma i metallari sono gente dura. Quattro arrosticini, una grigliata di carne, una porzione di patatine fritte e un paio di birre sono tutto quello che serve per rimettersi in carreggiata ed essere pronti ad affrontare qualsiasi cosa, compresi altri dieci concerti sotto un sole che non dà tregua. Personaggi della giornata? Escludendo il buon Conrad Thomas Lant, che come lui nessuno mai, il primo è senza dubbio il cantante degli Infective Code. Mi ha colpito tantissimo: un animale da palco, sempre in movimento, bravissimo a tenere alta la tensione e a coinvolgere il pubblico. Con quel look vagamente alla Tomas Lindberg e un'attitudine marcatamente hardcore mi ha conquistato al 100%. Il secondo è Giulio, leader dei Cripple Bastards. Lui è il perfetto Dr. Jekyll e Mr. Hyde: tanto gentile, disponibile e pacato quando è allo stand della FOAD Records, sempre pronto a consigliarti il vinile giusto da portarti a casa, quanto l'odio personificato quando sale sul palco. Dal vivo si trasforma in una furia, capace di scatenare l'inferno con le sue urla, le sue movenze e un'intensità fuori dal comune. Semplicemente favoloso. (Riccardo Maffiodo)

BID ZOGO
Ai lodigiani Bid Zogo il compito di aprire le ostilità dell'ultima giornata del Luppolo, e se ne prendono carico aggredendo pubblico e assi del palco. Anche loro non sono certo aiutati dal sole cocente, ma ne escono vincenti, con loro miscela di Nu e Groove Metal più tematiche Horror, dando largo spazio al brani del recente EP, "Horror Tales", dal quale spiccano le spaccaossa "Salem’s Lot" e "Necronomicon Ex Mortis", suscitando un'ottima impressioni tanto da chiedermi come mai per quanto in azione da più di un quarto di secolo e con diverse uscite all'attivo, fossero sfuggiti ai radar di Metal.it... toccherà rimediare! (Sergio Rapetti)

CRISALIDE
E nei nostri archivi mancano - colpevolmente - pure i Crisalide, in azione sin dal 1994, anche se di quel periodo ritroviamo solo Giuliano Zippo, frontman anche negli In Autumn che avevano calcato questo stesso palco giusto un anno fa. Pur con una formazione assestatasi in tempi recenti i Crisalide non rinnegano le loro radici Thrash Metal direi tra Exodus e soprattutto Sepultura, tanto da proporre una cover di "Roots Bloody Roots", cui si accompagnano una manciata di altri brani, tra cui hanno lasciato il segno la schiacciasassi "Apocalyptic" e una conclusiva "My Fury Cleave", davvero incaz... furibonda. (Sergio Rapetti)

INFECTION CODE
Nessuna quiete dopo la tempesta: tocca gli Infection Code, formazione attiva, con un'importante continuità discografica e dal vivo, sin dalla loro fondazione nel 1999. Giudati dallo scatenato Gabriele Oltracqua non la mandano a dire e prendono per la gola l'assetato e accaldato pubblico del Luppolo con la loro miscela di Thrash, Noise, Death, Industrial, proponendo quasi nella sua interezza l'ultimissimo album: "De Reptilium Arcanis", con la sola "Inner Infernus" (dal precedente "Culto" unica eccezione. Quindi nessun excursus nella loro discografia più datata e poche sperimentazioni e nemmeno un pezzo cantato in italiano (soluzioni che tanto mi avevano colpito in occasione di "La Dittatura del Rumore" nel 2014), a favore di una approccio frontale ed estremo - botte da orbi... oserei dire - ben esemplificato da "King Among the Insects", che vede gli Infection Code mettere la parola fine alla loro esibizione. Odierna ovviamente: hanno ancora tanto da dire e da dare.
(Sergio Rapetti)

CRIPPLE BASTARDS
Ci sono cose che nella dinamica dei festival non ho mai capito, non capirò mai e, probabilmente, non vorrò nemmeno mai capire. Una di queste è il criterio con cui viene deciso l'ordine delle band in cartellone. Sia chiaro: non me ne vogliano i Darkhold, che hanno disputato un ottimo concerto. Personalmente, però, avrei invertito loro e i Cripple Bastards prima dell'esibizione dei Marduk. Il motivo non è una questione di gusti personali, ma di storia. I Cripple Bastards sono una delle leggende mondiali del grindcore. Attivi dal 1988, hanno contribuito a scrivere pagine fondamentali del genere e vengono considerati tra i nomi europei di riferimento insieme a mostri sacri come Napalm Death, Carcass, Nasum e compagnia briscola. La loro discografia è semplicemente sterminata, tra album, EP, split, raccolte e pubblicazioni di ogni tipo. Per questo motivo mi riesce davvero difficile capire come possano essere stati programmati prima di una band nata nel 2022. Ricordo ancora i primi anni Duemila e il monumentale tributo “Falafel Grind” (troppe emozioni, troppi ricordi... non ce la faccio...). Vi parteciparono gruppi provenienti da Sudafrica, Brasile, Singapore, Giappone, Italia, Olanda, Spagna, Repubblica Ceca e chi più ne ha più ne metta. Un tributo del genere racconta meglio di qualsiasi classifica quale sia il peso internazionale dei Cripple Bastards. Davvero tutto questo non basta per considerarli la band italiana più importante della giornata? Ma passiamo allo show. Con il sole ancora alto nel cielo e temperature degne della Bangkok più afosa, i nostri quattro eroi salgono sul palco e, senza perdere un secondo, iniziano a vomitare addosso agli altrettanto eroici presenti tutta l'energia e tutta la rabbia che da quasi quarant'anni contraddistinguono la band astigiana. Niente fronzoli, niente inutili convenevoli. I Cripple Bastards fanno esattamente quello che ci si aspetta da loro: salgono sul palco, attaccano gli strumenti e per una quarantina di minuti trasformano il Luppolo in una gigantesca centrifuga di blast beat, riff taglienti e urla cariche di odio verso tutto e tutti. "Misantropo a Senso Unico", "Passi nel Vuoto", "Italia di Merda", "La Tua Foto sul Marmo", "La Memoria del Dolore", "Padroni" e gli altri brani in scaletta si susseguono a una velocità impressionante, quasi senza lasciare il tempo di riprendere fiato. Una canzone finisce e quella successiva è già partita, in perfetto stile grindcore. Poche pause, e anche brevi. Sotto al palco il pubblico risponde nel migliore dei modi. Fin dalle prime note partono pogo, stage diving e circle pit che accompagneranno praticamente tutta l'esibizione (ho visto volare sulle teste di tutti anche il nostro Seba che era preso benissimo! :D). Nonostante il caldo infernale e un'umidità capace di prosciugare le energie anche al più allenato dei maratoneti, nessuno sembra intenzionato a tirarsi indietro. Anzi, più il quartetto pesta duro, più il pit si anima. È proprio questo il bello dei concerti dei Cripple Bastards. Nessun effetto speciale, nessuna scenografia faraonica, nessun orpello. Solo quattro musicisti, una montagna di decibel e una scarica di violenza sonora sparata in faccia al pubblico senza il minimo compromesso. Esattamente quello che ci si aspetta da una delle band che hanno scritto la storia del grindcore europeo. Se qualcuno tra i presenti non li conosceva, sono abbastanza convinto che quei quaranta minuti gli abbiano fatto venire voglia di recuperare immediatamente la loro discografia. (Riccardo Maffiodo)

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DARKHOLD
E non scherzano nemmeno i Darkhold, dediti ad un Thrash Metal più convenzionale (e facilmente accostabile ai Testament) che hanno dato da poco alle stampe il loro secondo album "Centuries of Purgatory". Pur di recente formazione (2022 e con l'esordio "Tales from Hell" uscito l'anno seguente), i Darkhold non sono novellini, e non lo dicono solo i capelli (e la barba di Claudio Facheris) ormai ingrigiti, ma il background dei musicisti con il già citato cantante e il chitarrista Eros Mozzi che arrivano dall'importante militanza nei Methedras. L'esperienza si vede e si fa sentire, anche a livello di decibel, visto come picchiano brani come "No Stringa on Me" o "Bowling", e in ogni caso tutti sempre e comunque incalzati dal dumping di Jacopo Casa dio e prima introdotti poi arringhiati da Facheris fino a quando giunge il momento di far cadere le teste dei presenti con la conclusiva (nomen omen...) "Heads Will Roll". (Sergio Rapetti)

ROTTING CHRIST
I Rotting Christ sono, per me, un po' i Testament del black metal: puoi vederli anche dieci volte in un anno e sai già che ti divertirai, perché sul palco sono una garanzia. E anche questa volta Sakis e soci non hanno minimamente tradito le aspettative. Considerando che arrivano dalla Grecia, credo siano stati il gruppo più a proprio agio col clima durante tutta la tre giorni del Luppolo. Mentre molti musicisti hanno inevitabilmente sofferto il caldo infernale, loro sembravano quasi trovarsi nel loro elemento, macinando un'esibizione intensa e senza il minimo calo di energia dall'inizio alla fine. Anfibi, jeans, pantaloni di pelle e Sakis addirittura con un gilet, quasi volesse dire: "Oggi meglio non prendere freddo". Ma a noi piacciono anche per questo. I Rotting Christ sul palco ci sanno fare: coinvolgono il pubblico dal primo all'ultimo minuto, si muovono continuamente da una parte all'altra e trasmettono un'energia contagiosa. In questo, il bassista Kostas Spades è ormai un maestro: pose da rockstar, headbanging interminabili e una mimica facciale che, a tratti, ricorda il miglior Jim Carrey dei tempi d'oro. Il contesto diurno non è forse il terreno di caccia ideale per una band come i Rotting Christ, ma i greci non sembrano minimamente preoccuparsene e tirano fuori l'arma migliore del loro arsenale: il coinvolgimento del pubblico. E così anche brani come "Grandis Spiritus Diavolos" e “King of a Stellar War”, che su disco puntano molto su atmosfere epiche ed evocative, riescono a funzionare alla grande anche alle sei del pomeriggio di una torrida domenica di luglio. Fra i brani proposti trova spazio, come ormai accade da qualche tempo, anche la cover di "Societas Satanas" dei Thou Art Lord, altra band in cui milita il buon Sakis. E qui mi sorge spontanea una domanda: ha davvero senso fare la cover di un proprio gruppo? La seconda riflessione riguarda invece il contesto. In un festival estivo, con un tempo a disposizione piuttosto limitato, ha davvero senso per una band del calibro dei Rotting Christ sacrificare un proprio classico per inserire una cover in scaletta? È una scelta che continua a lasciarmi qualche perplessità, anche se il pubblico sembra apprezzarla. Ai posteri l'ardua sentenza. (Riccardo Maffiodo)

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MARDUK
La prima volta che ho avuto il piacere di vedere Morgan e soci su un palco è stata al Wacken Open Air del 1999, un'edizione che schierava, fra gli altri, autentici giganti del metal estremo come Mayhem, Immortal, Dimmu Borgir, Enslaved, Cannibal Corpse, Napalm Death e Amon Amarth. Da quel giorno fino al Luppolo in Rock ho assistito ad almeno venti concerti dei Marduk in giro per l'Europa e, nella quasi totalità dei casi, sono sempre tornato a casa pienamente soddisfatto. Solo in due occasioni lo show proposto mi ha lasciato perplesso, ossia le ultime due volte che li ho visti dal vivo. La colpa, in quei casi casi, è stata di suoni estremamente impastati, volumi da denuncia e di un'esecuzione dei brani a una velocità quasi doppia rispetto alle versioni in studio. Il risultato è stato un caos totale, con canzoni che finivano per assomigliarsi tutte, nonostante venissero annunciate una per una. Per fortuna, al Luppolo in Rock i Marduk sono tornati a suonare a velocità più vicine a quelle originali e i suoni, pur non essendo perfetti, si sono rivelati sufficientemente definiti da permettere al pubblico di godersi uno show di alto livello, in linea con la qualità a cui la band ci ha abituati nel corso degli anni. Morgan e soci sanno perfettamente come scatenare l'inferno nel pit e, per riuscirci, pescano dal loro immenso repertorio una serie di autentiche legnate: “Werwolf”, “Baptism by Fire”, “The Hangman of Prague”, “The Blonde Beast”, “Panzer Division Marduk” e “Wolves” sono solo alcuni dei brani scelti per l’occasione. Se su disco queste canzoni colpiscono con una violenza devastante, dal vivo assumono una dimensione ancora più feroce, travolgendo il pubblico con una potenza sonora impressionante. La risposta dei presenti è quella che ci si aspetta da un concerto dei Marduk: pogo, qualche stage diver, pugni al cielo ed heabaging alla vecchia. Così, dopo un paio di volte in cui ero tornato a casa con l'amaro in bocca per concerti che, a mio avviso, non erano stati all'altezza del nome Marduk, questa volta posso finalmente dirmi pienamente soddisfatto. La band svedese ha fatto quello che ci si aspetta da lei: un'oretta di violenza sonora senza compromessi, suonata con precisione e cattiveria. Questo live al Luppolo finisce quindi senza dubbio tra quelli da ricordare e si porta a casa un bel pollice alzato.
[Momento pippone: ON] A questo punto mi sento in dovere, prima di chiudere, di fare una considerazione personale. Premetto che i Marduk sono stati una delle band fondamentali nella mia formazione musicale e che, ancora oggi, li considero il miglior gruppo di black metal svedese mai esistito dopo i Bathory. Proprio per questo ho trovato di cattivo gusto il fatto che durante il concerto non sia stata spesa nemmeno una parola per ricordare B. War. Va bene tutto. So benissimo che lui e la band non si sono lasciati nel migliore dei modi ormai più di vent'anni fa. Però hanno scritto insieme una parte fondamentale della storia del black metal, incidendo album imprescindibili come “Opus Nocturne”, “Heaven Shall Burn... When We Are Gathered”, “Nightwing” e “Panzer Division Marduk”. E anche questa sera, se non ho contato male, almeno quattro brani della scaletta portavano ancora la firma al basso di Roger Svensson. Non servivano grandi discorsi né un momento strappalacrime. Sarebbe bastato fermarsi un secondo, prendere il microfono e dire semplicemente: “Questa è per te, Roger”, per poi far partire a tutta velocità “Panzer Division Marduk” Un gesto di pochi secondi. Un piccolo segno di rispetto verso una persona che, piaccia o no, ha contribuito in maniera determinante a rendere i Marduk ciò che sono diventati. Peccato. [Momento pippone: OFF] (Riccardo Maffiodo)

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OVERKILL
Gli Overkill fanno parte di quei gruppi che, almeno per me, sono come il vecchio amico che non senti mai ma che, quando lo rincontri, è tutto naturale, come se vi foste salutati appena il giorno prima. Nella prima decade degli anni 2000 erano una di quelle band "prezzemolino" (insieme a Vader, Motörhead, Testament e compagnia cantante) che trovavi praticamente in ogni festival estivo. Un po' come l'amico del mare che sai già ritroverai l'anno successivo, stessa spiaggia, stesso mare. Sono lì, seduto per terra in attesa di entrare nel pit fotografi, mentre i tecnici eseguono il soundcheck. Arriva il momento del basso e... qualcosa non torna. Non sento quel classico rantolio del B.C. Rich Widow che ha contribuito a rendere leggendario il suono di D. D. Verni e, di riflesso, degli stessi Overkill. Mi alzo, do un'occhiata al palco e, infatti, di Widow nemmeno l'ombra. «Che diamine sta succedendo?» Prendo subito il cellulare, apro Google e verifico che Verni non abbia deciso di pensionare il suo inseparabile quattro corde. Con mia grande amarezza scopro invece che il nostro eroe si è infortunato e non sta partecipando al tour. A quel punto dalla mia bocca esce una serie di imprecazioni che, per decenza, eviterò di riportare. Diciamo soltanto che il risultato della mia fantasia, quando viene stimolata in certe circostanze, non è propriamente adatto alla pubblicazione. Mi risiedo, ormai rassegnato, e attendo il momento di entrare nel photopit. Le luci si spengono, mi fiondo sotto il palco e i nostri eroi aprono le danze con "Scorched", title track dell'omonimo album pubblicato nel 2023. Mi giro per fotografare Bobby "Blitz" Ellsworth e lo vedo intento prima a slacciarsi la cintura e poi ad abbassarsi la patta dei pantaloni. Per un attimo ho seriamente pensato che fosse impazzito e stesse per tirare fuori il membro davanti a tutti. Per fortuna non è successo nulla di tutto ciò, ma ancora oggi mi porto dietro una domanda a cui non sono riuscito a dare una risposta: perché quel gesto? Ma andiamo avanti. "Rotten to the Core" e "Bring Me the Night", sparate rispettivamente come seconda e terza canzone della serata, fanno immediatamente capire che non ci sarà spazio per prendere fiato. Bastano pochi secondi perché sotto al palco inizi a succedere di tutto: il pit si agita, il pogo prende vita e i primi stage diver iniziano a sorvolare le teste del pubblico. La temperatura è proibitiva, ma sembra non interessare a nessuno. I presenti continuano a saltare, spingersi e cantare come se il termometro segnasse venti gradi in meno. Come accennato in precedenza, D. D. Verni non è della partita quest'oggi. Al suo posto troviamo quel gigante di quasi due metri che risponde al nome di Christian Olde Wolbers, ex Fear Factory, chiamato a raccogliere un'eredità tutt'altro che semplice. Eppure il bassista belga svolge il proprio compito in maniera impeccabile, dimostrando grande professionalità e una notevole padronanza del repertorio della band. Certo, il timbro inconfondibile del B.C. Rich Widow di Verni e la sua presenza scenica restano inimitabili, ma Olde Wolbers non fa rimpiangere il collega sotto il profilo dell'esecuzione, contribuendo in maniera determinante alla riuscita del concerto. Un plauso sincero va quindi a lui, perché sostituire un musicista iconico come D. D. Verni, dopo quasi quarant'anni di storia degli Overkill, è un compito che metterebbe in difficoltà chiunque. Il tempo vola, i brani si susseguono senza un attimo di tregua e, tra una "Deny the Cross" e una "Rotten to the Core", si arriva rapidamente a quello che ormai è un appuntamento fisso di ogni concerto degli Overkill: la leggendaria "Fuck You", storica cover dei Subhumans diventata negli anni uno dei simboli della band. È impossibile non urlare il ritornello, con quel "We don't care what you say... Fuck You!" che da semplice cover si è trasformato in un vero e proprio inno, capace di essere urlato in coro da tutto il pubblico con un entusiasmo che, dopo decenni, sembra non diminuire di una virgola. Personalmente ho sentito la mancanza di due brani che avrei accolto con enorme piacere: "Necroshine" e "In Union We Stand". Considerando la vastità del repertorio degli Overkill è inevitabile che qualche esclusione faccia storcere il naso, ma queste due, lo ammetto, mi sono mancate particolarmente. Una piccola curiosità ha riguardato Bobby "Blitz" Ellsworth. Per tutta la durata del concerto, ogni volta che non era impegnato a cantare, spariva rapidamente dietro le quinte per poi ricomparire pochi istanti dopo giusto in tempo per riprendere il microfono. Che fosse un modo per recuperare il fiato, trovare un po' d'ombra o semplicemente rifiatare lontano dai riflettori? Difficile dirlo. Di certo, considerando il caldo infernale della giornata e l'energia che continua a mettere sul palco nonostante i 67 anni, qualche secondo di ossigeno extra glielo si concede più che volentieri. (Riccardo Maffiodo)

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VENOM
Quando si parla dei Venom è impossibile prescindere dalla loro importanza storica. La band di Cronos ha scritto pagine fondamentali della storia del metal estremo e, ancora oggi, il solo nome è sufficiente a richiamare sotto il palco generazioni di appassionati. Proprio per questo, però, la scelta della scaletta lascia, almeno in parte, qualche perplessità. L'avvio è convincente: "Lay Down Your Soul", pur essendo un brano fortemente derivativo e senza particolari pretese, si conferma il miglior episodio tratto dall'ultimo album e funziona perfettamente dal vivo e la doppietta "Welcome to Hell" / "Bloodlust" fa ben presagire per il proseguo del concerto. Da qui arriva, almeno per il sottoscritto, una parte sottotono, dove la proposta musicale si allontana dai miei gusti e dove trovano spazio ben 3 tracce estratte dall’ultimo “Into Oblivion”. Oltre all'opener, vengono estratti la title track, che pur con qualche ingolfamento riesce a mantenere alta l'attenzione, e la doppietta composta da "As Above, So Below" e "Kicked Outta Hell", che finisce per appesantire sensibilmente l'esibizione. Complice anche un suono piuttosto impastato, il concerto attraversa una fase meno coinvolgente, nella quale l'energia accumulata in apertura sembra disperdersi. In questa parte centrale la sola "Long Haired Punks" mi risveglia dal torpore. Fortunatamente il finale rimette rapidamente le cose a posto. Quando partono "Countess Bathory", "Warhead", "Witching Hour", "In League with Satan" e, naturalmente, "Black Metal", ogni dubbio svanisce. Sono questi i brani che hanno reso immortale il nome dei Venom ed il pubblico risponde come ci si aspetterebbe: cori, pugni al cielo, stage diving e una partecipazione totale fino all'ultima nota. E la chiusura affidata a "Black Metal" assume un significato che va oltre il semplice finale di concerto: è il brano che ha dato il nome a un intero genere musicale, una pietra miliare che, a oltre quarant'anni dalla sua pubblicazione, conserva intatto tutto il suo peso storico. Forse con un paio di estratti in meno dal nuovo album e qualche classico in più ci saremmo trovati di fronte a un concerto memorabile. Così com'è stato, resta uno show piacevo anche se a tratti noioso, capace di emozionare soprattutto quando i Venom tornano a pescare nel repertorio che li ha consegnati alla leggenda. (Riccardo Maffiodo)

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Articolo a cura di Rix619

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