Nel panorama del black metal italiano, pochi debutti recenti hanno colpito con la stessa intensità di BIANCA. Pubblicato nell’ottobre 2025 per Avantgarde Music, l’omonimo album della band romana è un lavoro che unisce ferocia, visione e un’estetica glaciale capace di distinguersi immediatamente. Un esordio che non si limita a seguire le coordinate del genere, ma che cerca di piegarle ad un’identità personale e inquieta.
Li abbiamo incontrati nella persona di Ͷ, bassista della band, e β, cantante, per approfondire la genesi del disco, le loro influenze e la filosofia che anima questo progetto oscuro e magnetico.
Quando e in che modo ha preso forma BIANCA?
BIANCA nasce alla fine del 2024 attorno a me, β, e Ͷ. All’inizio non c’era l’idea di fondare una band in senso classico, ma il bisogno concreto di dare forma a materiale che stavamo già scrivendo: strutture grezze, riff, atmosfere che gravitavano chiaramente attorno al metal estremo. Dopo anni di ascolti, concerti e un interesse profondo per il black metal – uno dei generi che ci ha letteralmente cresciuti, umanamente e musicalmente – è emersa l’esigenza di provare ad usare quel linguaggio per esprimere ciò che siamo stati, che siamo diventati, che pensiamo ed immaginiamo. Non più solo fruitori, ma parte attiva di quel mezzo espressivo. Penso sia stata la conseguenza naturale di un percorso lungo anni. Con l’ingresso di ES, che ha assunto anche il ruolo di produttore interno, il progetto ha trovato una direzione più definita a livello sonoro, senza perdere spontaneità. L’arrivo di Sathrath ha completato l’assetto, dando una dimensione più fisica e compatta al suono. BIANCA non è nata da un’idea costruita a tavolino. È emersa in modo spontaneo, necessario, quasi inevitabile, come il passo successivo di un percorso che era già iniziato molto tempo prima.

Foto di Tanya MontesanoDa dove nasce il nome BIANCA e cosa rappresenta per voi?
“BIANCA” può sembrare una provocazione, ma per noi è una ricerca del lato “oscuro”, non conosciuto del black metal, quello della luce e della dimensione femminile. Ovviamente in un contesto come quello del black metal è un nome che crea una frattura immediata, ma è proprio lì che ci interessava muoverci. È emerso come un nome in forte contrasto con l’immaginario del genere, ma solo apparentemente in contraddizione con esso. Il bianco non è solo luce rassicurante. Può essere accecante, freddo, estremamente funereo. C’è anche un elemento femminile intrinseco nel nome che ci interessava portare dentro il black metal, per introdurre una tensione diversa, più sottile. Il femminile, in questo contesto, non è decorativo né simbolico: è forza, è recettività, è irrazionale, è perturbante. Qualcosa che destabilizza.
BIANCA è nata già con una direzione chiara o si è rivelata strada facendo? Avete mai avuto la sensazione che fosse il progetto a guidare voi, e non il contrario?
All’inizio avevamo un’idea chiara di base: volevamo fare black metal, senza compromessi e senza ibridazioni forzate. Però il suono e l’identità della band si sono definiti strada facendo, soprattutto quando la formazione si è completata. Con l’ingresso di
ES e
Sathrath tutto è diventato più concreto. I brani hanno iniziato ad avere una struttura più solida, più dinamica. Il lavoro in studio con
Stefano Morabito è stato fondamentale: ci ha aiutato a dare profondità e coerenza ai pezzi, senza snaturarli. In diversi momenti abbiamo avuto la sensazione che il materiale prendesse una direzione propria. Alcune scelte sono emerse provando, suonando, riascoltando. Più che imporre una forma al progetto, abbiamo cercato di ascoltarlo e di capire cosa funzionasse davvero.
Chi sono oggi i membri della band e che ruolo ha ciascuno nel dare forma al suono?
BIANCA è un organismo collettivo, ma è indubbio che Ͷ sia il primo motore creativo, la scintilla che ha dato origine al nucleo compositivo iniziale. ES è il punto di coesione: oltre a condividere la visione artistica, ha tradotto l’istinto di Ͷ in architettura sonora, e il lavoro sugli arrangiamenti è tutto suo. Insieme, loro due hanno costruito gli strati, le chitarre, l’universo sonoro di BIANCA, dando forma a quella ricerca che inizialmente era ancora indefinita. Sathrath è l’elemento fisico: il battito primordiale che attraversa ogni brano con il suo furor diabolicus, trasformando il nostro suono in materia viva, concreta e pulsante. Per quanto mi riguarda ho cercato di dirigere la mia voce dentro il suono, lavorando sui contrasti che sapevamo di voler evocare: l’etereo e lo scream, fragilità e furia, presenza e abbandono. La voce per me è uno strumento insieme agli altri, qualcosa che abita la struttura dei nostri brani e la indirizza in qualche modo. Più che ruoli rigidi, esiste una relazione molto aperta e interconnessa tra noi. E nel momento in cui abbiamo eliminato i nomi anagrafici scegliendo gli pseudonimi, questa identità collettiva è diventata ancora più evidente: meno ego, più lavoro d’insieme e confronto.
I vostri percorsi arrivano da esperienze diverse: quanto hanno inciso nel definire l’identità di BIANCA? Quali riferimenti musicali sentite più vicini al vostro modo di scrivere oggi?
Alcuni di noi provengono da esperienze significative nell’ambito del metal estremo, e questo inevitabilmente si sente. Ci siamo portati dentro intensità, disciplina, un certo rigore quasi ossessivo nel lavorare sui dettagli e una radicalità espressiva che non abbiamo mai voluto attenuare. Quello che abbiamo lasciato fuori, invece, sono le formule troppo riconoscibili e i confini rigidi di genere. Con BIANCA ognuno di noi ha scelto consapevolmente di uscire dalla propria comfort zone per mettere qualcosa di più personale, meno codificato rispetto alle altre realtà in cui suoniamo o abbiamo suonato. Le nostre radici affondano nel black metal più radicale: l’approccio incendiario dei
Watain, la furia dei
Funeral Mist, la violenza frontale dei
Marduk. Ma ci ha segnati profondamente anche la visione più sperimentale e stratificata di
Blut Aus Nord e la dimensione emotiva e contemporanea dei
Gaerea, che dimostrano come il genere possa evolversi senza perdere intensità. Allo stesso tempo, siamo stati influenzati da mondi apparentemente lontani. La musica rituale e atemporale dei
Dead Can Dance e dei
Wardruna ci ha insegnato molto sulla gestione dello spazio, sul valore del silenzio, sulla costruzione di un’atmosfera che non sia solo aggressione, ma anche immersione. Ci interessa quel senso di primordialità e sospensione che riescono a creare. Poi ci sono sensibilità ancora diverse:
Björk, artista assoluta per libertà e coraggio;
Aurora, per la sua capacità di trasformare fragilità in forza;
Amy Lee, per l’intensità emotiva e il modo in cui la voce può diventare centro gravitazionale di un suono potente. Ci interessa ciò che una certa musica può attivare interiormente: turbamento, indignazione, ribellione, reazione. Se il suono e il messaggio restano autentici, tutto può convivere. Ognuno porta il proprio mondo e lo mette in relazione con quello degli altri. Da questo scambio nasce qualcosa che non appartiene più a nessuno individualmente, ma diventa un territorio comune. È anche una scelta politica nel senso più profondo: rifiutare gerarchie rigide, privilegiare la relazione e la cooperazione rispetto alla competizione, la costruzione collettiva rispetto all’individualismo. Siamo legati da una profonda amicizia e da un confronto continuo, sopra e sotto il palco. C’è uno scambio costante, umano prima ancora che musicale. Ed è questo che tiene vivo il progetto.
Foto di Tanya MontesanoCome nascono i brani di BIANCA?
Quasi sempre da una sensazione senza nome. A volte è un’immagine onirica, altre una tensione emotiva, altre ancora un frammento sonoro che inizia a pulsare e chiede di essere seguito. I brani crescono per stratificazione, come organismi: si sviluppano, mutano, si deformano fino a trovare una loro forma inevitabile. Non seguiamo strutture classiche. Ci interessano le soglie, le transizioni, i passaggi di stato più che la ripetizione o la “forma canzone”. Il nostro primo album è stato concepito come un viaggio in otto tappe, più emotivo che narrativo. I brani si snodano come accade nei sogni: non c’è una sequenza logica evidente, ma un fluire continuo e imprevedibile di visioni interiori. Uno stato conduce all’altro senza spiegazioni razionali, eppure tutto mantiene per noi una coerenza profonda. Ci piace pensare alla nostra musica come a questa materia: della stessa sostanza dei sogni.
Nel vostro sound convivono elementi black metal, doom e aperture più dilatate: è una direzione cercata o qualcosa che nasce spontaneamente?
È molto naturale per noi, è un equilibrio intuitivo. Il black metal è il nostro fuoco emotivo, il linguaggio più diretto per incanalare inquietudine ed urgenza. La dimensione eterea – nei suoni e nella voce – rappresenta l’altro lato della stessa medaglia: seduzione, sospensione, rarefazione. Non le viviamo come dimensioni separate, ma come modalità espressive differenti. Sono stati di coscienza che si alternano nello stesso corpo sonoro. Il silenzio è parte integrante della composizione. Le pause non sono assenza, ma momenti di separazione. Sono lo spazio in cui il suono acquisisce peso e significato. Anche la batteria nasce spesso dall’ascolto dei vuoti, non dal bisogno di riempirli. Impeto ed estasi convivono, ma entrambi hanno bisogno di spazio per respirare. Per noi era fondamentale dare ad ogni dimensione la sua importanza, senza saturare tutto. A volte è proprio ciò che resta sospeso a lasciare il segno più profondo. Non abbiamo nessuna pretesa di ridefinire il black metal: vogliamo piuttosto ampliarne il vocabolario attraverso il nostro linguaggio, senza tradirne l’intensità.
Nei testi lasciate molto spazio all’interpretazione: è una scelta consapevole?
È essenziale. Non vogliamo guidare l’interpretazione né consegnare un significato “giusto”: ci interessa aprire uno spazio, non chiuderlo. Permettere all’ascoltatore di pensare. Le zone d’ombra non sono un artificio estetico, ma la condizione necessaria perché qualcosa emerga davvero. Quando tutto è esplicito, resta spesso solo la superficie, il contenitore. Con la nostra musica cerchiamo di provocare delle sensazioni, non veicolare concetti. Trasmettere un suono col quale l’ascoltatore possa riconnettersi con la propria dimensione inconscia e riconoscere qualcosa di se che forse non sapeva di portare dentro.
Quali sono le immagini o le tematiche che attraversano più spesso la vostra musica?
Ci sono immagini e temi che tornano in modo quasi inevitabile, come se fossero il nostro lessico naturale. Il sogno è uno di questi. È quel tempo in cui le cose si rivelano senza filtri razionali, veicolando un senso più profondo: il sogno spesso anticipa, deforma, mette in scena conflitti che nella vita quotidiana restano sommersi o ignorati. Poi c’è la soglia. Quel punto preciso in cui qualcosa finisce e qualcosa di nuovo sta per iniziare, ma non è ancora chiaro cosa. Ci interessa quel momento di incertezza, di transizione, in cui l’immagine è ancora vaga ed indeterminata. La soglia come possibilità e trasformazione. La discesa è un’altra figura ricorrente nei nostri testi. Non come estetica dell’oscurità, ma come necessità di andare in profondità. Scendere, andare a fondo, per capire cosa ci sostiene davvero e cosa invece è fragile, “costruito”, destinato a rompersi. È un movimento che può fare paura, ma è anche l’unico che permette una trasformazione reale. Un altro tema centrale è la malattia mentale: l’angoscia, la depressione, la frammentazione del pensiero, il delirio, la fatuità, la stupidità sono elementi profondamente presenti nella nostra contemporaneità eppure ancora troppo spesso poco conosciuti o banalizzati. Ci interessa raccontare la frattura nell’umano per quello che è: un’esperienza concreta, destabilizzante, a volte devastante. Ma anche un punto da cui può partire una presa di coscienza. Parlare di malattia significa anche riconoscere la possibilità della cura. Dare un nome alle cose è già un atto di resistenza. La possibilità e la trasformazione nei nostri brani non è mai una redenzione mistica, è un processo lento, spesso doloroso e attraversato da crisi. E questo si lega a un altro tema ricorrente: la morte. Non solo la morte come fine della vita, ma come passaggio, come separazione che costringe a ridefinire se stessi. La nostra è una visione profondamente atea dell’esistenza. Non cerchiamo salvezza ultraterrena né consolazioni metafisiche. Ci interessa solo la vita, qui ed ora, nella sua complessità, nella sua durezza e nella sua possibilità di cambiamento. Come l’arte in generale, la musica non insegna, non cura, non da conoscenza di per se. La musica attraversa il corpo, stimola la capacità reattiva e immaginativa dell’essere umano.
Come si è sviluppata la collaborazione con Avantgarde Music?
Cercavamo un interlocutore capace di comprendere la natura del progetto senza volerlo normalizzare o incasellare e in Avantgarde Music abbiamo trovato una realtà storica che ha saputo leggere la nostra direzione con grande apertura e rispetto.
Roberto Mammarella ed
Andrea Bosetti ci hanno dato grande fiducia. La collaborazione nasce proprio da questo: stima reciproca e assenza di compromessi di forma. Per un progetto come BIANCA, questa è una condizione imprescindibile per restare onesti. E poi, essere accolti da una delle etichette più importanti del panorama black metal è per noi un onore enorme, oltre che una responsabilità che sentiamo pienamente.
Che tipo di lavoro è stato quello in studio? Quali scelte avete fatto per arrivare al suono finale del disco?
Ogni sessione è stata un confronto emotivo. Ci sono stati momenti in cui il silenzio pesava più del rumore: pause che non erano riposo, ma attrito, tensione, ascolto profondo. È lì che spesso è avvenuta la catarsi, quando abbiamo smesso di cercare di dominare il suono e abbiamo lasciato che fosse lui ad attraversarci, mettendo a nudo i nostri limiti e trasformandoli in materia sonora. Stefano Morabito nei suoi 16th Cellar Studios ci ha guidati nel processo di scolpire il suono con precisione e rigore. Molte delle scelte finali portano la sua impronta, e crediamo abbia svolto un lavoro straordinario nel dare tridimensionalità e coerenza alla nostra musica.
Che percezione avete della scena metal italiana oggi, soprattutto nelle sue espressioni più estreme e sperimentali?
La scena metal italiana oggi gode di una salute straordinaria. Ci sono realtà importanti che negli ultimi anni hanno tracciato nuovi sentieri, aprendo possibilità che prima sembravano difficili da immaginare. In questo senso, ci sentiamo fortunati: possiamo considerare amici i
Ponte del Diavolo. Alessio, Rocco, Elena ed Andrea sono stati tra le primissime persone a conoscere BIANCA e la nostra musica. Per noi rappresentano quasi dei ‘padrini’: hanno contribuito a togliere quel velo di grigiore che per molto tempo ha coperto una parte della scena italiana, mostrando invece un orizzonte fatto di identità e libertà espressiva. Pur partendo da premesse molto diverse, con loro condividiamo una tensione verso la sperimentazione, la commistione di approcci differenti e soprattutto il coraggio di attraversare e superare le etichette di genere. Oggi il metal è un linguaggio estremamente ricco e stratificato, e in Italia sembra esserci una nuova consapevolezza in questo senso. È come se l’“italianità” stesse vivendo una fase di riscoperta, non come limite ma come possibilità. C’è un interesse crescente verso territori come doom, black e post-black, ma ciò che colpisce è il modo in cui queste forme vengono rielaborate, contaminate, rese personali. Pensiamo alla grande eleganza e visione dei
Messa, alla dimensione rituale e ipnotica di
Lili Refrain, alla profondità emotiva e atmosferica degli
Shores of Null: sono esempi diversi, ma tutti dimostrano quanto sia viva e articolata la scena. In questo contesto sentiamo di poter dire la nostra, non per inserirci in una tendenza, ma per contribuire a questo movimento con un linguaggio che sia il più possibile autentico.
State già portando il disco dal vivo: che risposta state ricevendo e quanto sta incidendo il lavoro sul booking nel costruire questo percorso?
É bello poter dire che la risposta ai nostri primi live è stata molto forte, spesso anche oltre le aspettative. I brani cambiano pelle sul palco, diventano più fisici, più diretti, e questo crea un tipo di connessione diversa con chi ascolta. È una dimensione che per noi è fondamentale, perché completa il lavoro fatto in studio. In questo senso il lavoro del nostro booking manager sta facendo davvero la differenza: con
Tito Vespasiani si è creato fin da subito un rapporto molto autentico e basato sulla fiducia. Ha capito immediatamente cosa è BIANCA, senza bisogno di mediazioni o compromessi e ha scelto di investire sul progetto in modo concreto. Per certi versi BIANCA è qualcosa che lo porta anche fuori dalla sua comfort zone rispetto alle band con cui ha lavorato finora, ma proprio per questo c’è un interesse reale, non solo professionale, ma anche umano e artistico. Con
Death Over Rome sta costruendo un percorso molto coerente, puntando su contesti e situazioni che hanno senso per noi, senza forzature. È raro trovare qualcuno che non si limiti a “piazzarti date”, ma che lavori davvero per valorizzare quello che fai. Non possiamo che ringraziare Tito: anche se lavora dietro le quinte, per noi è ormai il quinto componente della band.
Foto di Tanya MontesanoGuardando avanti, cosa definisce BIANCA oggi e in che direzione sentite di potervi muovere?
Verso qualcosa che ancora non ha nome, ma già un direzione precisa. Non ci interessa replicare un’estetica, né ripetere una formula. Stiamo già lavorando al secondo disco: sarà un approfondimento, un’ulteriore discesa nell’abisso della realtà umana, ma con forze diverse, forse più feroci, forse più radicali. Intanto ci godiamo la possibilità di portare BIANCA e il suo primo vagito sui palchi, con un pubblico straordinario che ci sta accogliendo data dopo data. E’ importante per noi adesso recepire i feedback delle persone che ci vorranno seguire e condividere con noi la musica. Siamo alla partenza. Il disco è stato il primo varco e la dimensione live ha aperto una fase completamente nuova. Abbiamo iniziato a suonare dal vivo da poco e il sostegno del pubblico è stato incredibile, caloroso, spesso persino sorprendente per intensità. Sentire quella risposta diretta, fisica, ci ha fatto capire che ciò che avevamo costruito in studio può davvero diventare uno spazio condiviso. Ora vogliamo portare BIANCA in giro il più possibile. Il palco non è una replica del disco, è una esperienza diversa, più reale, più immediata. E siamo particolarmente emozionati per l’apertura della giornata conclusiva del
Frantic Fest di quest’estate: condividere il cartellone con i
Mayhem, una realtà storica e fondamentale per il black metal, che chiuderanno l’evento, è per noi un onore enorme e un passaggio simbolicamente molto forte. È solo l’inizio e vogliamo vedere fin dove BIANCA può portarci.