Ballo delle Castagne: spirali d’ispirazione, liberazione e illuminazione

Avere “[…] un talento unico nel comporre musica capace di creare nuovi spazi […]”, plasmando “[…] paesaggi che trasportano in una dimensione sconosciuta, non accessibile in altro modo […]” era, secondo il celebre film-maker tedesco Werner Herzog, la peculiarità fondamentale di Florian Fricke, così importante, con i suoi Popol Vuh, nel fornire un contributo straordinariamente evocativo alle suggestive immagini prodotte dalle sue inquietudini. Ebbene, viste anche le significative connessioni attitudinali e “spirituali” tra quel “mondo” e il magma sonoro ordito da il Ballo delle Castagne nel loro capolavoro “Kalachakra”, mi sento di “osare” e mutuare quelle parole così belle e autorevoli anche per definire l’arte del gruppo milanese, un’esperienza musico-sensoriale davvero potente e immaginifica, per intensità, spessore mistico-intellettuale e ricchezza di fascinosi e conturbanti simbolismi, in grado di conferire una “forma” emozionante e sconcertante al pensiero attraverso una miscela di suoni arcani, crepuscolari, cosmici, rituali, trascendenti e primordiali, orientati all’esplorazione delle forze che ci sovrastano, dei misteri irrisolti della vita e della morte e alla ricerca del karma più intimo dell’animo umano.
Vinz Aquarian (voce) e Marco Garegnani (chitarre e tastiere) ci espongono la poetica e le suggestioni che alimentano la loro soggiogante creatura …

Ciao, grazie per il tempo concessoci e benvenuti su Metal.it! Inizio poco originale ma “necessario” … Raccontateci tutto di com’è nato il gruppo e dei motivi che vi hanno spinto ad utilizzare un monicker così particolare …
Vinz Aquarian: il Ballo delle Castagne è una leggenda riguardante un ballo in maschera avvenuto ai tempi del Papa Borgia. Si racconta di grandi candelabri ai piedi dei quali danzatrici nude raccoglievano castagne dal pavimento per il diletto del Papa stesso e degli astanti mascherati. Una festa trasformata in orgia dove anche l’amore proibito tra Cesare e Lucrezia Borgia viene consumato.
Ogni rimando alle cronache attuali è superfluo … ma è stata la nostra passione per la storia, per la mitologia e per le leggende che ci ha spinto a scegliere questo nome, non certo le cronache rosa di allora e di oggi …
Un mini Cd (che francamente non conosco, ma che mi affretterò a recuperare …) e poi un 10’’ in vinile ricco di riferimenti simbolici, in cui, attraverso due cover piuttosto particolari e “misconosciute”, si vuole rievocare “[…] un’epoca piena di speranze e di sogni per milioni di donne e di uomini, dove l’utopia di un mondo migliore andò pian piano svanendo […]”. Un quadro decisamente singolare, intrigante e doveroso di approfondimenti …
Vinz Aquarian: il nostro debutto conteneva elementi musicali non omogeni fra loro. Nel primo cd trovi tante influenze come New Wave, Garage Rock, Hard Rock, ma anche i germi di quello che poi oggi è il nostro stile, come in “Pianto di Cristo su Gerusalemme” o “Tormento”. Con il 10” in vinile chiamato “108” inizia il primo capitolo della nostra trilogia. È sostanzialmente un prologo all’attuale album “Kalachakra”, le passioni diaboliche (108, appunto, secondo la tradizione) si legano a due grandi classici del Prog Rock italiano. Impossibile non fare anche un rimando a quegli anni ‘70 che costituiscono il nostro principale background musicale. La frase da te citata spiega alla perfezione il nostro punto di vista.
… e poi, la “botta” emotiva risolutiva, almeno è così che ho vissuto l’ascolto di “Kalachakra”, il vostro esordio sulla lunga distanza ispirato dal documentario “Kalachakra: the wheel of time” di Herzog, dotato di una potenza espressiva straordinariamente radicata e coinvolgente. Illustrare il concept che lo alimenta mi sembra un bel modo per cominciare a dipanare questa fascinosa “matassa” …
Vinz Aquarian: credo che riuscire ad emozionare il pubblico sia sempre la migliore delle gratificazioni nel mondo della musica. Siamo contenti di aver raggiunto questo importante obiettivo.
“Kalachakra” non è un album apocalittico, ma una preghiera corale (ritorna ancora il rituale …) per l’elevazione/illuminazione dell’umanità intera. Questa è la nostra chiave d’interpretazione.
Abbiamo volutamente dato maggiore evidenza alla title-track come momento più importante di un percorso che inizia dalle passioni e miserie umane e che si conclude in un macrocosmo più grande di noi e delle nostre singole storie (vedi “Omega”). Ci sono momenti più delicati e singoli episodi che raccontano storie di tutti i giorni come “La Foresta dei Suicidi” (ispirata ai fatti di cronaca di Aokigahara) o domande comuni sull’aldilà come in “Giorni della Memoria Terrena”. La risposta risiede per noi nella figura della ruota del tempo ed è questo il nostro invito rivolto agli ascoltatori.
L’immaginario Herzog-iano si manifesta nel disco come principale riferimento ispirativo anche al di là del documentario che avete deciso di celebrare (penso a “La terra trema”, ispirata a “Aguirre, furore di Dio” o al sample di “Jesus Christus Erlöser” recitato da Klaus Kinski, che del regista tedesco fu spesso l’ideale “maschera” interpretativa …). Da cosa nasce questo legame? E perché avete scelto di campionare proprio un passaggio di quel reading teatrale tanto controverso e provocatorio?
Vinz Aquarian: Herzog con il suo diabolico sodalizio con Kinski rimane uno dei nostri registi preferiti, ma anche i documentari che ha sempre amato girare rimangono una delle più belle pagine del cinema. La figura di Aguirre che delira sul barcone alla deriva, assalito dalle scimmie, mentre tutti i suoi uomini sono morti di stenti nel vano tentativo di raggiungere Eldorado, rappresenta alla perfezione il lato oscuro dell’album che l’ascoltatore deve vincere. Il “Jesus Christus Erlöser” merita invece un discorso a parte. Abbiamo campionato parte dello show, ma la frase che ripeto alla fine è: “Ich bin nicht Euer Superstar”, cioè io non sono la vostra superstar. Bisogna avere anche l’astuzia di non prendersi troppo sul serio certe volte …
Benché alimentato da così tante affascinanti suggestioni mistico-culturali, il Cd si manifesta incredibilmente coinvolgente anche sotto il profilo squisitamente musicale, tanto che lo ritengo capace di soggiogare i sensi anche di quelli che, eventualmente, fossero principalmente interessati agli aspetti maggiormente “epidermici” dell’arte musicale. Ritenete che un’approfondita osservazione “intellettuale” della vs. opera sia indispensabile per comprenderla completamente?

Marco Garegnani: domanda interessante e stimolante. Le mie composizioni sono un frutto quasi sempre spontaneo, ovvero partono da improvvisazioni, spunti, che poi divengono ricerche, un processo che però a suo modo assorbe, si nutre del concept su cui lavoriamo, delle atmosfere e delle idee a cui ci ispiriamo, ma che, in un altro senso, è anche indipendente dall’abito che lo riveste. Non so come e in quanti modi possa diventare fruibile il nostro lavoro, probabilmente anche un approccio esclusivamente ‘musicale’ e non tematico credo possa portare a ottime impressioni. E questa è sicuramente una bellissima cosa. Ma quando penso al modo in cui fruisco io della musica, e credo sia inevitabile che quando ascolto dischi come “Power Spot” di Jon Hassel o “The Elements” di Joe Henderson la profondità espressiva diventi tutt’uno con la ricchezza tematica, come dici tu, mi viene difficile scindere i due momenti nella valutazione o anche nel semplice ascolto di un album.
Se cito Il Balletto di Bronzo, Antonius Rex e Black Hole, High Tide, Capitain Beyond e Black Widow, Van der Graaf Generator, Popol Vuh, Amon Duul II e Third Ear Band e pure qualcosa di Joy Division e The Doors, sono lontano dalle vs. influenze artistiche?
Marco Garegnani: sono band di riferimento, sia per le influenze del prog italiano sia per quelle più particolari e sentite del kraut rock, ma son felice che tu abbia citato anche gli inglesi High Tide, i Van der Graaf (insieme ai Genesis di “Selling England”, una delle mie band preferite del prog inglese), e la Third Ear Band … credo questi ultimi siano una creatura misterica che in qualche modo mi ha influenzato, soprattutto per le parti più tribalistico-rituali del disco. I Joy Division sono molto distanti dal nostro modo di scrivere musica, ma rimangono comunque per tutti noi, insieme anche ai Doors, tra le band principali nel nostro background di ascolti e di cultura musicale, quindi non sbagli certo nel citarle.
Vinz Aquarian: no, non credo tu sia lontano, anzi penso tu li abbia citati quasi tutti. L’utilizzo dei fiati e degli archi in pezzi come “Passioni Diaboliche” e “Kalachakra” viene direttamente dai miei numerosi ascolti di “Soft Parade” e “White Album” … lavoriamo e ci confrontiamo sempre sulle possibili diverse interpretazioni.
Era troppo “facile” aggiungere al summenzionato elenco anche gli Eloy, autori della musica de “I giorni della memoria terrena” … Quali sono i motivi che vi hanno spinto a questa esplicita menzione?
Marco Garegnani: degli Eloy adoro “Dawn” e in minor misura “Ocean”, mentre gli altri capitoli della loro discografia non mi hanno mai entusiasmato. In generale non sono mai stati, tra le band tedesche, il mio riferimento principale. Però il disco che ho citato a mio avviso è un capolavoro. L’idea di comporre un pezzo ispirandomi ad un loro brano nasce tutto da quella ritmica di basso che trovo cosi semplice ma altrettanto geniale, ipnotica, perfetta per costruire un brano onirico quale è “I Giorni della Memoria Terrena”. Durante la fase di composizione del disco, mi è capitato di riascoltare “Dawn” e sono rimasto folgorato. Il nostro brano ha poi uno sviluppo di linee vocali e chitarristiche completamente autonomo, così come il testo ovviamente, perché non era nostra intenzione suonare una semplice cover, cosa che peraltro era impossibile all’interno di un concept.
Nel disco emerge la presenza di ospiti importanti, in ruoli particolarmente “strategici” e assai significativi … Vi va di ragguagliarci sul loro coinvolgimento?
Vinz Aquarian: è stato assolutamente naturale coinvolgere amici e persone a noi care con le quali esiste già un rapporto di collaborazione e rispetto da diverso tempo. Alcuni saranno nuovamente presenti nel prossimo album.
Sarebbe molto interessante vedere la vostra sacrale liturgia sonora celebrata direttamente su di un palco … Ci sono progetti in vista a questo proposito?
Vinz Aquarian: hai perfettamente inquadrato l’unico contesto possibile per un live di Ballo delle Castagne. La parola “liturgia sonora” spiega perfettamente il carattere rituale della nostra musica e la maniera di interpretarla. Questo potrà accadere solamente quando completeremo l’ultimo capitolo della nostra trilogia con il prossimo disco “Gilgamesh”. È nostra intenzione portare un unico spettacolo dal vivo a partire dalla primavera del 2012.
Quindi il prossimo albo del Ballo Delle Castagne sarà ispirato alla saga di Gilgamesh … ci state già lavorando? Che cosa potete dirci in merito?
Vinz Aquarian: sì, abbiamo già iniziato a lavorare a “Gilgamesh” ma non sarà il rifacimento dell’epopea, bensì avrà come tema il ritorno di Gilgamesh sulla terra. Sarà una nuova epopea nella quale saranno presenti elementi e personaggi dell’originaria saga. Seguiremo quanto già iniziato con “Kalachakra” con vecchi e nuovi ospiti.
Ritengo, vista la poliedricità della proposta, piuttosto difficile “catalogare” la vs. band all’interno di un genere preciso. Mi rendo conto che l’operazione è, in generale, piuttosto “sgradevole” e tuttavia spesso altrettanto “obbligatoria” per noi scribacchini, impegnati nel tentativo di fornire qualche indicazione utile ai lettori. “Dovendo” proprio scegliere, a quale tipo di “rock” vi sentite attitudinalmente più vicini: prog, dark, alternative, space, …?
Marco Garegnani: a volte è sgradevole ma obbligatorio, dici bene. Non solo per voi giornalisti, ma purtroppo anche per noi. Tuttavia, non credo che la cosa debba esser presa necessariamente come negativa, anzi a volte è positiva perché permette di ‘ampliare’ la visione che un ascoltatore può avere di un genere. Credo che Ballo delle Castagne abbia un’anima prog rock nelle tematiche ma nel contempo suoni molto kraut e psichedelico.
Torniamo per un attimo a Klaus Kinski … Cosa ne pensate della sua celebre frase “si dovrebbe giudicare un uomo per le sue depravazioni. Le virtù possono essere simulate. Le depravazioni sono reali”, tratta dall’autobiografia “All I need is love”?
Vinz Aquarian: ampiamente condivisibile, ma vorrei sottolineare che noi parliamo di un attore. Kinski l’uomo non l’ho mai conosciuto e anche se ho letto stralci dell’autobiografia, mi piace, per attitudine naturale, poter scindere le due cose.
Il mercato è saturo di uscite e di “meteore”, c’è sempre meno gente che compra i dischi e la musica è sempre di più uno dei tanti prodotti “usa & getta” … Che cosa spinge una band come il Ballo Delle Castagne a voler far parte di questa “follia”?
Vinz Aquarian: sono quindici anni che faccio musica, Marco e Diego probabilmente ancora prima di me.
È la nostra maniera di esprimerci e non credo rinunceremo mai a quest’arte. Non ci poniamo questi problemi, se finisce o finirà vuol dire che così era scritto. Ogni cosa fa parte di un ciclo ed è destinata al divenire. Devo dire che per quanto riguarda quest’album stiamo ricevendo un fantastico supporto dal nostro distributore Black Widow che sta facendo un lavoro eccezionale.
Nel ringraziarvi nuovamente, rinnovando tutti i più sentiti complimenti per il vs. lavoro, lascio come di consueto lo spazio finale dell’intervista ai vs. commenti …
Vinz Aquarian: grazie Marco per aver colto il messaggio di “Kalachakra” e grazie a Metal.it e ai suoi lettori. Ricordiamo insieme le sofferenze del popolo Tibetano sotto l’occupazione cinese.
Intervista a cura di Marco Aimasso

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