Copertina 5,5

Info

Anno di uscita:2013
Durata:42 min.
Etichetta:AFM Records

Tracklist

  1. HERO
  2. AFTERLIFE
  3. OUT OF TIME
  4. FIGHT!
  5. DON'T LET THE DEVIL GET ME
  6. MY SAVIOUR
  7. GLORY
  8. THE GREAT ESCAPE
  9. THE LOCKED IN SYNDROME
  10. DARK SIGN
  11. ONWARDS!

Line up

  • André Schumann: drums
  • Eike Freese: vocals, guitars
  • Martin Reichert: keyboards
  • Jörn Schubert: guitars
  • Alex Henke: bass

Voto medio utenti

Sostenere che i Dark Age si siano resi protagonisti di cambi di stile repentini e spiazzanti per i fans sarebbe a dir poco ingiusto. Lungo l’arco della loro lunga e prolifica carriera, infatti, i cinque tedeschi si sono distinti per una progressione del sound basata sulla politica dei piccoli passi. Dopo i rozzi esordi, la band ha progressivamente ammorbidito e raffinato il sound, virando su un death metal swedish-style con qualche concessione al gothic. Il livello di aggressione è rimasto comunque alto sino al buon album auto-titolato del 2004. Nel successivo (e meno positivo) Minus Exitus, così come nel discreto Acedia, risalente al 2009, le concessioni alla melodia si erano fatte sempre più frequenti, tanto che la matrice death sembrava pian piano sul punto si scomparire.

Detto, fatto: A Matter of Trust si propone come disco di definitiva rottura, recidendo un legame ormai flebile con un genere che, evidentemente, non rappresenta più la sensibilità di Eike Freese e soci.
Se tale approdo, come detto, non è criticabile sotto il profilo deontologico (non siamo allo strappo schizofrenico dei connazionali Morgoth col loro Feel Sorry for the Fanatic, tanto per fare un esempio celebre), lo è a mio avviso sotto quello squisitamente artistico, per i motivi che andrò ora a sviscerare.

Di metal, in A Matter of Trust, non ne troverete quasi più, e la circostanza si può evincere sin dalla sobria, ma anonima, copertina: solo la distorsione delle chitarre e alcune sparute vocals in growling fungono da ponte col passato. I Dark Age versione 2013 hanno deciso di votarsi a un hard rock dal piglio alternative ma dall’anima pop, che in più di un’occasione sembra strizzare l’occhio alle atmosfere evocate dai Muse (!), i quali tuttavia restano una spanna sopra quanto a intuizioni melodiche e fantasia negli arrangiamenti. La struttura dei brani non esce mai dallo schema strofa-bridge-ritornello; parimenti canonica la loro durata media, che si assesta intorno ai classici 3:30–4:00 minuti. La formula viene episodicamente speziata da efficaci interventi di keyboards dal taglio elettronico, che tuttavia non rubano mai il proscenio.

Purtroppo, è proprio la predetta formula a far storcere il naso: le strofe paiono spesso un mero, raffazzonato pretesto per giungere ai chorus, orecchiabili e catchy sino al midollo (e su questo aspetto la band punta moltissimo già da anni), ma comunque non in grado di lasciare il segno come vorrebbero. Tale limite, in realtà, affligge l’intero platter, che manca clamorosamente di mordente e di spunti vincenti.

La colpa di ciò va anche attribuita al già citato singer Eike Freese, il quale decide di lanciarsi in interpretazioni vocali oltremodo lamentose (vorrei utilizzare il termine “emo”, ma non ne ho il coraggio), con l'unico risultato di scippare alle undici canzoni quel minimo di groove che faticosamente tentavano di imbastire.
Inutile soffermarsi su uno o più pezzi in particolare (ma lasciatemelo comunque scrivere: i ritornelli di Out of Time, Glory e The Great Escape sono talmente mosci e zuccherosi da mettere la pelle d’oca), dal momento che è il feeling complessivo del cd a non convincere. Proprio quest’aurea scialba e incompiuta, di fatto, sembra idealmente condurre per mano l’ottava fatica del gruppo di Amburgo nel tristo e popoloso limbo delle opere musicali mediocri.

Avrete colto il punto della disamina: qui non si tratta di fare il metallaro duro, puro e intransigente, cosa che oggi non sono affatto e che, con ogni probabilità, non sono mai stato sino in fondo. Se avanzo delle rimostranze nei confronti di scelte artistiche, senza dubbio commerciali ma in ogni caso rispettabili, è solo per limiti nel songwriting e scarsa qualità dei brani.
Perciò non auspico un ritorno all’ovile da parte dei Dark Age; semplicemente, mi auguro che il loro prossimo album risulti migliore di questo A Matter of Trust. Qualunque evoluzione musicale esso intraprenda.
Recensione a cura di Marco Cafo Caforio

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