Copertina 7

Info

Anno di uscita:2020
Durata:51 min.
Etichetta:Napalm Records
Distribuzione:Audioglobe

Tracklist

  1. FIREPOWER KILLS
  2. THE BLACK HAND REACHES OUT
  3. CRUSHED BENEATH THE TRACKS
  4. DEFIANCE OF FATE
  5. UNRAVELING
  6. HEART OF DARKNESS
  7. POWER UNSURPASSED
  8. OUTER REACHES
  9. NOTRE DAME (KING OF FOOLS)
  10. GLORIOUS END

Line up

  • John Kevill: vocals
  • Adam Carroll: guitar
  • Chase Becker: guitar
  • Chase Bryant: bass
  • Carlos Cruz: drums

Voto medio utenti

Per onestà intellettuale bisogna ammettere che i Warbringer sono stati tra i primi gruppi a riportare in auge, una dozzina di anni fa, sonorità quasi dimenticate, partecipando in prima persona e in prima linea all’esplosione del thrash revival, che ha dato nuova linfa vitale al genere e ha dato una grossa mano alle band storiche a non scivolare nel dimenticatoio, scaturendo anche un numero considerevole di reunion, andate più o meno a buon fine a seconda del nome coinvolto.

Detto ciò, ho sempre nutrito un sentimento di amore/odio per il gruppo, restando però convinto (e lo sono tutt’ora) di una cosa, e cioè che la band sia stata ampiamente sopravvalutata da critica e fans, che hanno cavalcato l’onda dell’entusiasmo innescata dai primi due dischi, carini e coinvolgenti. Dopo un terzo disco decisamente incolore e altri due album che facevano intravedere la voglia dei nostri di cercare una via più personale al proprio sound, sono tornato ad avvicinarmi a loro con questo sesto lavoro per vedere a che punto di maturazione fossero arrivati.

Beh, voglio subito mettere in chiaro un paio di cose. La prima è che “Weapons of tomorrow” ci consegna una band decisamente matura, conscia dei propri mezzi e pronta ormai ad affrontare a testa alta la scena metal. Come rovescio della medaglia, per quanto mi riguarda continua a ripresentarsi quella fastidiosa sensazione di incompiuto, e continuo a non riuscire ad apprezzare fino in fondo quanto proposto dal quintetto yankee.

Come ormai ben saprete, lo stile thash tout court degli esordi è stato messo da parte e arricchito da diverse influenze più pesanti, che se prima erano riconducibili ad un certo tipo di death metal, ora, grazie al riffing e ad anche alcune volcals, risultano più blackose, il che suona decisamente più convincente rispetto al death. Ho sempre sostenuto, però, che per quanto mi riguarda non è necessariamente indispensabile contaminare le proprie idee per renderle più valide. La personalità la si può acquisire anche restando fedeli al proprio stile, l’importante è che quanto composto risulti convincente, fresco, che colpisca. C’è bisogno del riff killer o di melodie vincenti, non di sporcare il tutto con qualcosa che non ti appartiene, quindi perché snaturare il proprio sound?

I Warbringer hanno invece preferito, ormai da qualche anno, perseguire questa strada, quindi l’album risulta abbastanza eterogeneo, e a sfuriate più propriamente thrash (la opener, “Unraveling” o “Power unsurpassed”) affianca momenti, come già detto, ai limiti del black più melodico (“Heart of darkness”, “Notre Dame (king of fools)”), che a volte convincono appieno, altre decisamente meno. Con questo non sto certo dicendo che l’album sia brutto, anzi, ma questa sensazione di forzatura nel voler a tutti i costi indurire il sound, alla lunga stanca, risulta, appunto, poco naturale, e quindi meno interessante. Il risultato è che alla fine dell’ascolto sarete senz’altro annichiliti, perché di violenza e calci in culo ne troverete in abbondanza, ma non vi rimarrà un singolo riff o una singola melodia in testa, problema, questo, che nei dischi dei nostri ho sempre riscontrato.

Dopo averli persi di vista per qualche tempo, quindi, ritrovo una band maturata, sì, ma troppo ancorata al proprio modo di intendere la musica estrema, nonostante già dai primi tentativi questa strada fosse risultata poco convincente. Qualcuno può parlare di coerenza, senza dubbio, e mi sento anche di premiarla (per questo il 7 in calce), personalmente, però, continuo a non gradire del tutto quanto proposto, preferendo giovani realtà magari leggermente più derivative, ma enormemente più genuine, coinvolgenti e convincenti.
Recensione a cura di Roberto Alfieri

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