Copertina 7

Info

Genere:Black Metal
Anno di uscita:2022
Durata:26 min.
Etichetta:20 Buck Spin

Tracklist

  1. CURSE FROM BEYOND
  2. BURDEN OF FLESH AND BONES
  3. SYLVAN AWAKENING
  4. THE ETERNAL FANFARE
  5. A PERILIOUS JOURNEY

Line up

  • Hulder: vocals, guitars, bass, keyboards

Voto medio utenti

Nel black metal le donne sono una minoranza ma qualcosa si sta muovendo, ecco che a distanza di un anno dal debut album uscito per Iron Bonehead gli Hulder pubblicano questo nuovo Ep per 20 Buck Spin.
La band è capitanata da una demonessa di nome Liana Rakijan; in effetti questo è un progetto one-woman band estrema, un ritorno che analizzerò per bene.
Questo ritorno fa ben capire e sentire che la ragazza ha come numi tutelari i grandi della seconda ondata scandinava del metallo nero, dopo un’introduzione drammatica con cori puliti e un tappeto di tastiere e campane a morto ecco che con “Burden of flesh and bone”, si palesa quanto vi ho detto, chitarre a zanzarina, batteria incalzante e uso del blast beat; purtroppo c’è da dire che questo strumento sovrasta non di poco le chitarre.
Le vocals della frontwoman sono profonde e cavernose con un guizzo personale; le tastiere sono presenti con un bel tappeto atmosferico per poi dare il via al solo melodico di chitarra.
Il terzo brano è furioso e rabbioso ma ancora la batteria mi permette a malapena di percepire le chitarre tranne in alcuni casi e si nota una vena epicheggiante con interventi puliti a contrastare le vocals più bestiali.
The eternal fanfare” si apre con una bella sfuriata per poi diventare una cavalcata epica con un’influenza alla Old Man’s Child, il chorus pulito viene sostenuto a blast beats e riff in tremolo.
L’ultimo pezzo che chiude il tutto ha un riff che più norvegese non si può; brano lento dove si percepisce una vena melodica spiccata e qualche spunto bathoriano, anche qui i cori puliti fanno capolino.
Buon mini che in poco più di venti minuti fa vedere che la ragazza ha stoffa, peccato per quel mixing troppo alto della batteria, ma un lieve difetto che non toglie nulla all’album.
Recensione a cura di Matteo Mapelli

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