Estate 1993. Mi trovo in vacanza in Versilia, e come tutti gli anni, vado a fare visita all'amico
Klaus Byron, presso il negozio di Viareggio in cui lavora. Alla spasmodica ricerca di novità, mi lascio ovviamente consigliare dal "toscanaccio", che mi fa ascoltare con entusiasmo il cd di un nuovo talento jugoslavo della chitarra. "
Questo ti piacerà di sicuro, ci sta pure Tony Martin" dice il grande e mai troppo compianto Klaus. Ma andiamo con ordine:
Misha Calvin si trasferisce dalla terra natale a Londra verso la metà degli anni 80, per coltivare il sogno. Il suo talento alla sei corde è così limpido e cristallino da attenzionare addirittura l'ex voce dei
Black Sabbath, che nel 1993 decide di accettare l'offerta di partecipare al disco d'esordio dell'asso slavo.
L'anno prima
Tony Martin viene messo alla porta da
Iommi e compagnia senza tanti convenevoli, concentrati anima e corpo dal ritorno in formazione di
Ronnie James Dio, in occasione di "
Dehumanizer". Quale migliore opportunità, dunque, per fare da "sponsor" di un fenomeno come Calvin? La sinergia tra i due è strabiliante: appena partono le note di "
Strangers", si capisce immediatamente che qualcosa di importante sta per accadere. Il brano, un vero e proprio capolavoro di melodia ed epica, viene originariamente scritto da Tony per la sua prima band professionale, gli
Alliance, della quale circola una versione demo in rete da tempo. Tuttavia, questa rielaborazione non conosce rivali. Un hard rock nerboruto sorretto da chitarra e tastiere, sulla quale si staglia un Martin in versione uragano. Il finale, con quel "pizzicato" di acustica tra
Blackmore e
Knopfler, completa un masterpiece che vorresti non finisse mai. "
Ready Or Not" è la sostanziale prosecuzione dello stile di album come "
Headless Cross" e "
Tyr", prima che la ballad "
Put A Little Faith In Me" ponga nuovamente la straordinaria voce di Tony su un piedistallo dorato: l'intensità melodica è mostruosa, il pathos interpretativo insuperabile.
La formazione che suona su "
Evolution", rigorosamente british, vede
Steve Dunning al basso,
Martin Lister alle keyboards, e
Pete Barnacle alla batteria. Oltre al secondo singer
Ian Parry, che fa la sua comparsa nella seconda parte dell'opera, dato che la prima risulta totale appannaggio di Martin, esattamente fino all'elegante sfuriata heavy "
Reaper". Con "
Don't Let It Go", un hard rock pomposo dalle parti dei
Giuffria, e "
Can't Hold Me", forse l'episodio maggiormente "easy" della collezione, inizia appunto a farsi strada il succitato Ian Parry.
Opinione personale, l'ho sempre preferito su queste sonorità più AOR che non in parti di intricato metal progressivo, come quelle che avrebbe poi affrontato negli
Elegy. La bravura di Misha si manifesta con particolare attenzione nei due strumentali dell'album, "
Valhalla" e la title-track: entrambe sono caratterizzate da un picking all'acustica semplicemente impressionante, per fantasia e perizia di esecuzione. A chiudere un'opera semplicemente maiuscola, Martin torna dietro al microfono nel melodic hard rock di "
Here I Am", mentre Parry appone il sigillo regale su "
Heaven Only Knows", una semi-ballad dalla coralità orchestrale, neppure troppo lontana da certi sincronismi di gruppi intoccabili quali
Styx e
Kansas. Uscito per la piccola etichetta
Vienna Records, in un periodo peraltro decisamente ostico a determinate coordinate stilistiche, "Evolution" nasce per essere relegato ad un pubblico di appassionati nostalgici.
Poco importa, a distanza di trent'anni, viene giustamente ricordato come un gioiello di valore incontestabile. Ed ogni volta che ascolto gli ultimi, magici minuti di "
Strangers", il mio pensiero corre al Klaus, mentre il viso viene rigato da una fugace lacrimuccia. Ciao amico, grazie di tutto.