Copertina 9

Info

Anno di uscita:2023
Durata:65 min.
Etichetta:Metal Blade

Tracklist

  1. HOW IT ENDS
  2. PLOUGHS TO RUST, SWORDS TO DUST
  3. WE SHALL NOT SERVE
  4. TRAIDISIÚNTA
  5. PILGRIMAGE TO THE WORLD'S END
  6. NOTHING NEW UNDER THE SUN
  7. CALL TO CERNUNNOS
  8. ALL AGAINST ALL
  9. DEATH HOLY DEATH
  10. VICTORY HAS 1000 FATHERS, DEFEAT IS AN ORPHAN

Line up

  • Alan Averill: vocals
  • Ciáran MacUiliam: guitars
  • Pól MacAmlaigh: bass
  • Simon O'Laoghaire: drums

Voto medio utenti

C’è voluto un po' di tempo prima di ascoltare la nuova fatica degli irlandesi, ma quando ho avuto l’anticipazione di questo ritorno da parte del loro frontman, Alan Averill nel suo podcast, “Agitators Anonymous”, non stavo più nella pelle.
Il motivo è presto detto, la band è impregnata dei sentimenti che crescono rigogliosi nella loro terra natìa; come sempre i temi trattati differiscono molto per acutezza, riflessione e pathos da quelli trattati dai loro colleghi.
La titletrack parte in battuta con epicità crescente, Averill come sempre offre una prestazione magistrale, impossibile non farsi coinvolgere emotivamente da questo grande musicista, se ascoltate bene troverete traccia del folk celtico sempre presente nel tessuto dei nostri.
We shall not serve” reca le tracce estreme che sono parte integrante del percorso degli irlandesi; cavalcata veloce con chitarre livide e voce sporca ma sempre con un’intensità emotiva che è piena nel chorus.
Tradisiunta” è una breve strumentale epica e melodica con le armonizzazioni che ricamano melodie celtiche.
Ma con “Pilgrimage to the world’s end” si entra in un quadro musicale cupo, le chitarre difatti ricamano melodie melanconiche su un mid tempo dove si staglia il frontman che declama liriche intense, amare e senza speranza.
In “Call to Cernunnos” invece prende il sopravvento l’animo pagano con A. A. Nemtheanga che si fa sacerdotale nell’evocazione del dio della guerra, della virilità e della caccia.
Tamburi battenti, chitarre che pescano dal folk dell’Isola Verde e voci stentoree ti trasportano in un mondo antico e magico.
La conclusiva “Victory has 1000 fathers, defeat is an orphan” è anch’essa una constatazione amara ma declamata con pathos e gravitas su un tappeto ritmico cadenzato, epico e coinvolgente.
Bellissima la parte centrale con arpeggi che poi aprono a partiture malinconiche in tremolo prima della cavalcata folk elettrificata.
Poche storie, qui siamo di fronte all’ennesima prova d’autore della compagine irlandese; per il sottoscritto va a mettersi di diritto nella top 2023.
Recensione a cura di Matteo Mapelli

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Ultimi commenti dei lettori

Inserito il 02 ott 2023 alle 17:03

Band che non ho mai seguito (così come seguo poco black e derivati in genere), ma mi hai incuriosito e vado ad ascoltare!

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