Casket - In The Long Run We Are All Dead

Copertina 7,5

Info

Genere:Death Metal
Anno di uscita:2026
Durata:44 min.
Etichetta:Neckbreaker Records
Distribuzione:Sureshot Worx

Tracklist

  1. THE WILL TO COMPLY
  2. HIGHEST THRONES
  3. MIRRORS
  4. SEEDS OF DESOLATION
  5. HAMMER, KNIFE, SPADE
  6. SKULL BUNKER
  7. NECROWAVES
  8. MAINSTREAM MUTILATION
  9. FUNDAMENTAL ROT
  10. STRANGULATION CULTURE
  11. GRAVEYARD STOMPER

Line up

  • Schorsch: Guitars, vocals
  • Susi: Bass
  • Marinko: Drums

Voto medio utenti

Fondati nel 1990, i tedeschi Casket iniziano subito a forgiare il proprio suono con ferocia e brutale spontaneità. Dopo i primi demo “Ne Vollkanne”(1991) e "Demo 1993", il terzo nastro “Endtime” (1994) li impone nella scena underground internazionale grazie a recensioni entusiastiche su riviste e fanzine europee. Il successivo “Meant To Be Dead” (1996) conduce al breve e seminale debutto su lunga distanza “Under The Surface”(1998).
Dieci anni più tardi la band ritorna come trio con “Upright Decay” (2008), pubblicato da MDD Records e Joe Black Records (vinile). Seguono “Undead Soil” (2013) e “Unearthed” (2017), che ampliano la fanbase europea e consolidano la loro visibilità mediatica, seguiti dall'EP “Urn” (2021), edito da Neckbreaker Records.
E sempre tramite la Neckbreaker Records, in questo gennaio 2026 arriva il nuovo full-length: “In The Long Run We Are All Dead".

Con questo quinto platter i tedeschi ci propongono il loro solito Death metal dal taglio old-school piuttosto lento ed estremamente cupo, con un growl cavernoso ai limiti del Brutal, e numerosi passaggi orecchiabili, che sembra voler fondere la scuola americana di Cannibal Corpse ed Hate Eternal delle fasi più cadenzate, ma anche Monstrosity, e il Death europeo di Sinister, Benediction e Bolt Thrower.
Ci sono perfino talune venature più moderne, benché non troppo evidenti; giusto un pizzico di attitudine più distaccata e delle textures più spesse che creano un sottofondo atmosferico oscuro – un po' sullo stile dei Cruciamentum – e alcuni suoni campionati vagamente industriali (ma davvero poca roba).

Nell'insieme si tratta di un ottimo LP, perfettamente aderente ai canoni del Death anni '90, benché sottoposto a un leggero adattamento ai tempi attuali, dove inintelligibilità, partiture angoscianti –claustrofobiche –, accelerazioni sferzanti e orecchiabilità, danno luogo a una costruzione solida ed avvincente.
Non un capolavoro, ma indubbiamente un bel ritorno...

Recensione a cura di James Curzi

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