Mascharat, black metal band di Milano attiva dal 2010, torna con il secondo album
"Ars Aurea Mortis", pubblicato il 31 gennaio 2026 dall’etichetta francese
Remparts Productions.
In questa sede il gruppo esplora un concept profondo e simbolico, ispirandosi alle maschere del Carnevale veneziano – da sempre un suo tratto distintivo – e soprattutto ai temi dell’alchimia e dell’ars goetia. La maschera diventa emblema della trasformazione dell’uomo e della materia: la trasmutazione dei metalli in oro si converte in un viaggio iniziatico, guidato dal dialogo tra l’iniziato e la Maschera.
Le quattro tracce centrali dell'album richiamano le fasi della cosiddetta Grande Opera alchemica –
"Nigredo",
"Albedo",
"Citrinitas" e
"Rubedo" –, rispettivamente decomposizione, distillazione, combustione e sublimazione, mentre
"Intro", "Outro", "Re Mida" e
'Lapis" (la Pietra) ne definiscono più precisamente il contesto iniziatico. I brani possono essere fruiti separatamente oppure come un unico flusso sonoro progressivo e, chi vi scrive, è in questo secondo senso che vi consiglia di assimilarli.
Si tratta di un black metal feroce e robusto, veicolato da una produzione che riesce a miscelare efficacemente old school sound e modernità. Notevole come i milanesi siano in grado di muoversi con agilità tra partiture veloci e iconoclaste e frangenti più atmosferici e rarefatti. Soprattutto, ciò che più colpisce è che, qualsiasi sia il registro che i
Mascharat decidano di adottare, riescono a mantenere costante una sensazione di misticismo occulto, tanto affascinante quanto letale, grazie a una poetica subliminale in grado di insidiarsi sotto pelle senza che l’ascoltatore se ne renda minimamente conto. E non è forse questo il vero e autentico segreto di chi manipola le forze sottili?
Per descrivere meglio, a livello stilistico,
"Ars Aurea Mortis", potremmo definirlo come una sorta di trait d’union tra
Dark Funeral,
Malignance,
Tenebrae in Perpetuum,
Beatrik e
Absentia Lunae.
Misticismo, poesia nera, ars goetia… Black Metal.
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