Copertina 7,5

Info

Anno di uscita:2026
Durata:57 min.
Etichetta:Puscifer Entertainment / Alchemy Recordings / BMG

Tracklist

  1. THRUST
  2. NORMAL ISN'T
  3. BAD WOLF
  4. SELF EVIDENT
  5. PUBLIC STONING
  6. THE QUIET PARTS
  7. MANTASTIC
  8. PENDULUM
  9. IMPETUOUS
  10. SEVEN ONE
  11. THE ALGORITHM

Line up

  • Maynard James Keenan: vocals
  • Mat Mitchell: guitar, keyboards, synth
  • Carina Round: vocals, guitar, synth
  • Greg Edwards: bass
  • Gunnar Olsen: drums
  • Sarah Jones: drums
  • Tony Levin: bass on “Seven One”, “Normal Isn't”
  • Danny Carey: drums on “Seven One”

Voto medio utenti

Innanzi tutto un’informazione personale: di recente ho sviluppato una particolare predilezione per i Japan.
Prima ancora di ricevere un plausibile “e chissenefrega” dal lettore, aggiungo che questa propensione maturata in età adulta ha certamente avuto un peso nel notevole entusiasmo con cui ho accolto “Normal isn’t” dei Puscifer, che, per chi non lo sapesse, sono un side-project di Maynard James Keenan, noto soprattutto per la militanza in Tool e A Perfect Circle.
Nonostante la corposa discografia, probabilmente si tratta della creatura meno “famosa” di Keenan, quella più creativa, inquieta e provocatoria, intrisa di sonorità goth, dark e new-wave declinate in un clima beffardo, cupo, sensuale e decadente.
Se in passato non sempre tutta questa “roba”, pur intrigante, era stata dosata in maniera equilibrata, in “Normal isn’t” si rileva una tensione emotiva pressante e costante, in cui le influenze di Ultravox, The Cure, Depeche Mode, Sisters Of Mercy, Killing Joke e, per l’appunto, Japan, si amalgamano in modo coerente e vitale, attraverso cambi d’ambientazione che mantengono una felice coesione di fondo.
Vaghi echi di Tool e A Perfect Circle si percepiscono durante un ascolto davvero tensivo, a cui contribuisce fattivamente la laringe di Carina Round che, con le sue reminiscenze timbriche tra PJ Harvey e Tori Amos, diventa un perfetto contraltare lirico ai caliginosi e suadenti deliqui Maynard-iani.
Il cuore pulsante di basso e batteria che alimenta “Thrust” funge da perfetto sostrato su cui si muovono voci algide e declamatorie e nervose stilettate chitarristiche, e se nella title-track dell’opera l’approccio vocale diventa più affabile pur mantenendo una suggestiva irrequietezza sonora, “Bad wolf” frulla scorie di Tool e di Ultravox ottenendo un distillato di obliquo magnetismo, che poi in “Self evident” si arricchisce di una forma d’incalzante marzialità dai contorni quasi industrial.
Le collisioni cariche di tensione di cui si nutre “Public stoning” trasmettono all’astante un senso di fascinosa “instabilità”, mentre in “The quiet parts” l’influenza dei Depeche Mode s’intensifica in modo parecchio evidente, così come “Mantastic” riverbera nella memoria una sorta di versione dei Tool impregnati di vaporoso languore emotivo.
Pendulum” e “Impetuous” strisciano nei sensi tra tentazioni synth-pop e torbidezze dark, lasciando a “Seven one” (featuring Tony Levin e Danny Carey) il compito di incrociare, con esiti invero non particolarmente convincenti, rock e trance.
In chiusura, “The algorithm” (in origine nella colonna sonora della serie a fumetti “American psycho” della Sumerian Comics, e qui catturata dal vivo) rivela la capacità dei Puscifer di essere all’occorrenza “anche” energici, diretti e catartici, completando la frastagliata immagine espressiva di “Normal isn’t”, un disco piuttosto conturbante, disinibito e seducente, da consigliare a chi, per farsi rubare l’anima dalla musica, è disposto a sacrificare un po’ di tempo e d’attenzione.
Recensione a cura di Marco Aimasso

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