Innanzi tutto un’informazione personale: di recente ho sviluppato una particolare predilezione per i Japan.
Prima ancora di ricevere un plausibile “e chissenefrega” dal lettore, aggiungo che questa propensione maturata in età adulta ha certamente avuto un peso nel notevole entusiasmo con cui ho accolto “
Normal isn’t” dei
Puscifer, che, per chi non lo sapesse, sono un
side-project di
Maynard James Keenan, noto soprattutto per la militanza in Tool e A Perfect Circle.
Nonostante la corposa discografia, probabilmente si tratta della creatura meno “famosa” di
Keenan, quella più creativa, inquieta e provocatoria, intrisa di sonorità
goth,
dark e
new-wave declinate in un clima beffardo, cupo, sensuale e decadente.
Se in passato non sempre tutta questa “roba”, pur intrigante, era stata dosata in maniera equilibrata, in “
Normal isn’t” si rileva una tensione emotiva pressante e costante, in cui le influenze di Ultravox, The Cure, Depeche Mode, Sisters Of Mercy, Killing Joke e, per l’appunto, Japan, si amalgamano in modo coerente e vitale, attraverso cambi d’ambientazione che mantengono una felice coesione di fondo.
Vaghi echi di Tool e A Perfect Circle si percepiscono durante un ascolto davvero tensivo, a cui contribuisce fattivamente la laringe di
Carina Round che, con le sue reminiscenze timbriche tra
PJ Harvey e
Tori Amos, diventa un perfetto contraltare lirico ai caliginosi e suadenti deliqui
Maynard-iani.
Il cuore pulsante di basso e batteria che alimenta “
Thrust” funge da perfetto sostrato su cui si muovono voci algide e declamatorie e nervose stilettate chitarristiche, e se nella
title-track dell’opera l’approccio vocale diventa più affabile pur mantenendo una suggestiva irrequietezza sonora, “
Bad wolf” frulla scorie di Tool e di Ultravox ottenendo un distillato di obliquo magnetismo, che poi in “
Self evident” si arricchisce di una forma d’incalzante marzialità dai contorni quasi
industrial.
Le collisioni cariche di tensione di cui si nutre “
Public stoning” trasmettono all’astante un senso di fascinosa “instabilità”, mentre in “
The quiet parts” l’influenza dei Depeche Mode s’intensifica in modo parecchio evidente, così come “
Mantastic” riverbera nella memoria una sorta di versione dei Tool impregnati di vaporoso languore emotivo.
“
Pendulum” e “
Impetuous” strisciano nei sensi tra tentazioni
synth-pop e torbidezze
dark, lasciando a “
Seven one” (
featuring Tony Levin e Danny Carey) il compito di incrociare, con esiti invero non particolarmente convincenti,
rock e
trance.
In chiusura, “
The algorithm” (in origine nella colonna sonora della serie a fumetti “
American psycho” della Sumerian Comics, e qui catturata dal vivo) rivela la capacità dei
Puscifer di essere all’occorrenza “anche” energici, diretti e catartici, completando la frastagliata immagine espressiva di “
Normal isn’t”, un disco piuttosto conturbante, disinibito e seducente, da consigliare a chi, per farsi rubare l’anima dalla musica, è disposto a sacrificare un po’ di tempo e d’attenzione.