Copertina 8

Info

Anno di uscita:2026
Durata:49 min.
Etichetta:Frontiers Music

Tracklist

  1. YOU CAN GIVE
  2. THE FALL
  3. LIFELINE
  4. WILL YOU REMEMBER ME
  5. MISUNDERSTOOD
  6. START TO FIGHT
  7. ALL I'D DO
  8. FREE TO BE
  9. THE END OF ME
  10. QUITE THE RIDE

Line up

  • Joel Hoekstra: guitars
  • Girish Pradhan: vocals
  • Vinny Appice: drums
  • Tony Franklin: bass
  • Derek Sherinian: keyboards
  • Jeff Scott Soto: backing vocals

Voto medio utenti

Ah, non ci sono più i supergruppi di una volta … quelli che dopo pochissime (a volte addirittura una sola ...) collaborazioni discografiche, evaporavano, schiacciati dalle vertiginose aspettative e dall’ego dei protagonisti.
Che si tratti di una diminuzione nella vanità dei musicisti, o anche solamente di un mercato della musica in fase di stallo e con i suoi interpreti indotti a differenziare e incrementare la loro presenza, alla fine possiamo considerare la proliferazione del fenomeno in maniera positiva, almeno se poi i risultati sono paragonabili a quelli ottenuti dai Joel Hoekstra's 13, giunti alla quarta incisione.
From the fade” è, infatti, un altro pregevole esempio di melodic hard-rock, in cui è apprezzabile, oltre alla scontata perizia tecnica dei suoi artefici, anche la sensazione netta di un’alleanza eccellente pure dal punto di vista dell’ispirazione e della comunione d’intenti.
Capitanata da Joel Hoekstra (Whitesnake, Cher, Trans-Siberian Orchestra, Iconic, …) e sostenuta fattivamente da luminari della scena del calibro di Vinny Appice (Black Sabbath, Dio), Tony Franklin (The Firm, Blue Murder) e Derek Sherinian (Dream Theater, Sons of Apollo), senza dimenticare il contributo del vocalist (ormai non più tanto) emergente Girish Pradhan (Girish and The Chronicles, The Nail), la all-star band propone ancora una volta un efficace assortimento di canzoni dal profilo “classico”, ma privo di quegli eccessi “nostalgici” che rendono l’ascolto effimero e pedante.
Forti di un songwriting di spessore, le qualità esecutive dei Joel Hoekstra's 13 si sublimano in un contesto espressivo fatto di reminiscenze di Rainbow, Dio, Rising Force, Alcatrazz e Deep Purple, e se la chitarra di Joel è una garanzia in fatto di sensibilità espositiva e la sezione ritmica è quanto di più affidabile si possa reperire nel settore, tengo a sottolineare, soprattutto, la prestazione di Pradhan, dotato di una notevole duttilità vocale e di un gusto interpretativo davvero spiccato.
Aggiungiamo le dinamiche coloriture tastieristiche di Sherinian (nonché le backing vocals di Mr. Jeff Scott Soto) ed otteniamo un album che irrompe nei sensi con il groove voluminoso e ombroso di “You can give”, trasmettendo l’impressione che, rispetto al passato, il gruppo abbia scelto d’incrementare (in minima parte) la componente pesante e fosca del suo modus operandi.
Una percezione che ritornerà più avanti nella scaletta, mentre con “The fall” le atmosfere sonore si alleggeriscono leggermente, arrivando a lambire certe cose dei Whitesnake.
Lifeline” accentua ulteriormente il taglio accattivante e vaporoso del sound, mentre la soave “Will you remember me” arricchisce la scaletta di un’emozionante forma di pathos malinconico.
Se finora, nonostante la considerevole gradevolezza, “From the fade” non aveva riservato picchi assoluti, con “Misunderstood” il disco, grazie ad una costruzione melodica policroma e seducente, impreziosita da misurati virtuosismi, comincia a prendere decisamente quota, mantenendo tale encomiabile altitudine sia con la gagliarda e brumosa “Start to fight” e sia con “All I'd do”, che con il suo incedere affabilmente solenne e melodrammatico si candida con autorevolezza per l’elezione di best in class dell’opera.
Un primato, in realtà, non così facilmente assegnabile, dal momento che anche la successiva “Free to be”, sviluppata su analoghe intenzioni espressive, stimola pesantemente l’apparato sensorio dell’ascoltatore appassionato, fortemente “impressionato”, ne sono convinto, pure dal lirismo antracitico di “The end of me”, anch’esso attrezzato per conquistare la leadership dell’albo.
Un po’ meno “appariscente”, ma ugualmente assai intrigante, si rivela, infine, “Quite the ride”, brano che con il suo carezzevole tocco psichedelico completa una fruizione musicale pienamente appagante.
Non rimane, dunque, che confermare i Joel Hoekstra's 13 nel novero dei gruppi destinati a “restare”, per i quali il prefisso super appare soltanto l’aggettivo qualificante del loro straordinario talento.
Recensione a cura di Marco Aimasso

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