Scorcio di gambe femminili velate da calze a rete, scarpe rosse col tacco e … un gatto nero … diciamo che se ci fosse stata una pantera la
cover del nuovo disco degli
Alicate sarebbe stata perfetta per attirare le attenzioni di tutti i “nostalgici” degli
eighties, ma aggiungiamo che anche con la presenza del felide più “domestico” della sua specie, l’effetto è garantito.
A parte le facezie, “
Too bad to be good” conferma l’abilità di
Jonas Erixon,
Fredrik Ekberg e
Jesper Persson, oggi supportati dalle tastiere della
new-entry Marcus Zerath, nel trattare con buongusto i suoni che hanno reso celebri colossi dell’
hard melodico del calibro di Whitesnake, Lion, FM e Foreigner, in un misto di rispetto e ispirazione piuttosto efficace e coinvolgente.
L’ugola passionale e pastosa di
Erixon è veramente ideale per pilotare con il giusto trasporto interpretativo sia le vigorose pulsazioni di “
Changes” e sia, e soprattutto, le melodie ariose e accattivanti della
title-track dell’albo, impreziosita da un
refrain piuttosto fulmineo nel suo contagio sensoriale.
Le suggestioni di spigliato
hard-blues che intridono “
One shot” sono un’altra ottima palestra dove le corde vocali del cantante scandinavo possono flettersi in maniera parecchio efficiente, e se “
Save our love” esibisce una forma di virile romanticismo analogo a quello che colpì di
Mr. Coverdale nella seconda metà degli anni ottanta, “
Right here right now” aggiunge Van Halen (forse anche per il titolo ...) e Night Ranger alla blasonata comitiva dei numi tutelari.
Tocca a “
Mysterious” alzare ulteriormente il livello emotivo dell’opera e qualora non apprezziate il suo andamento cromato e satinato significa solamente che la vostra devozione per i Whitesnake (ma anche per Lion, Blue Murder, Burning Rain, …) non è sufficiente per riconoscere un persuasivo tributo al loro
modus operandi, mentre con “
For now” e "
High on livin’” gli
Alicate si spingono, esibendo analoga eleganza, in quei favolosi terreni adulti marchiati a fuoco da
Stan Bush,
Sammy Hagar e
Jeff Paris.
I chiaroscuri di “
Don’t turn around”, tra sfumature crepuscolari e trionfale melodramma, piaceranno agli estimatori dei Pride of Lions, i quali, dacché verosimilmente anche cultori dell’intero genere, non potranno che riscontrare nella liturgica ballata elettroacustica “
Run” un pizzico di manierismo che ne limita l’incisività complessiva.
“
Too bad to be good” ha “tutto” per interessare gli ammiratori dei modelli ispiratori citati ma, dall’altra parte, non ha “niente” che possa in qualche modo sorprenderli … ora sta agli appartenenti alla suddetta categoria di ascoltatori decidere cosa è necessario reperire in una produzione discografica che li soddisfi.
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