Da tanti, troppi anni, mancava la musica di un gruppo come i
Battleroar. Nati nel 2000, le uscite della band dopo il terzo, stupendo, 'To Death And Beyond'...' si sono sempre più diladate, da quattro anni fino a passare agli 8 che separano il precedente 'Codex Epicus' da questo
'Petrichor'. Certo la forza di volontà nell'aspetare è sempre molta, sopratutto quando il gruppo in questione è uno di quelli che è una sorta di rassicurazione quando si parla di grande musica, capace di toccare le giuste corde dell'animo, e di non passare in sordina dopo pochi ascolti, album fatti tanto per fare, per contratto. Va però detto che stavolta l'attesa è stata tanta, e anche le sorprese non sono mancate, tra cui l'ingresso non solo del bassista
Loukas Libertos e del chitarrista
Zack Kotsikis, ma del nuovo cantante
Michalis Karasoulis, entrato lo scorso anno. Oltre a ciò, la firma con la
No Remorse Records, dopo quasi vent'anni con la Cruz Del Sur Music. Parliamo però sempre di due label che sono una vera e propria comfort zone per gli appassionati del metal classico ed epico, pertanto nulla di cui preoccuparsi, mentre per il cambio formazione nonostante la sicurezza di potersi trovare sempre a un grande album era sempre presente, la curiosità c'era, e molta, almeno personalmente.
Tagliamo subito la testa al toro:
'Petrichor' è un album di altissima qualità. Non di immediata assimibilità, sia a causa della sua lunghezza (quasi un'ora, che però vola) e della conseguenta dilatazione della maggior parte delle canzoni, che in media sono sui 6/7 minuti. Come ho appena detto però, questa gran quantità di musica non è assolutamente un difetto, anzi. Impossibile rimanere impassibili davanti al crescendo di
'Atē, Hybris, Nemesis', con i brevi ma efficaci intermezzi di violino di
Alex Papadiamantis all'inizio e alla fine, ben miscelati con gli assoli, da far venire la pelle d'oca. Su
'The Earth Remembers, the Rain Forgives' è la voce del nuovo innesto
Michalis Karasoulis a dire prepotentemente la sua, con tonalità calde e potenti, come l'epic metal Manowar style comanda, mentre con
'The Missing Note' e
'What Is Best In Life' si dà spazio al lato prettamente più heavy metal del disco. Si passa poi a
'Legacy Of Suffering (Flagellants)' con un riff molto dark nella seconda parte che, grazie anche a back vocals, cori e molta atmosfera riesce a imprimersi bene nella mente dell'ascoltatore. Si chiude con
'Wield The Myth', dove qui è la batteria
George Tsinanis a scandire, minuto per minuto, una sorta di epica marcia verso la vittoria, grazie sempre a un violino nelle retrovie capace di creare immagini battagliere e fiere pronte a cavalcare verso la vittora.
Al netto di una produzione forse non perfetta,
'Petrichor' è un disco di alto, altissimo livello, e come mostra come i
Battleroar siano ancora, otto anni dopo, ancora in grado di reggere benissimo lo scettro e garantire la qualità che hanno saputo regalarci in queso quarto di secolo, ancora con la stessa medesima passione. Vorrei dire di non aspettare così tanto tempo per il successivo lavoro, ma so che probabilmente sarà così, e se il risultato sarà quello di
'Petrichor', beh.. ben venga.
Non è ancora stato scritto nessun commento per quest'album! Vuoi essere il primo?