Uscito a sorpresa a metà aprile 2026, "
Infinite Illumination" è l’ultimo capitolo della storia degli
Spirit Adrift.
Purtroppo ultimo in ogni senso.
Nessun singolo, nessuna campagna social, nessun preavviso: solo un disco pubblicato all’improvviso, come un addio sussurrato ma inevitabile. E i motivi, purtroppo, sono tutt’altro che musicali.
Nate Garrett, da sempre deus ex machina della band, ha raccontato senza filtri il periodo devastante che ha attraversato, tra problemi finanziari post covid, ragioni di salute e familiari davvero gravi, situazione lavorativa precaria, insomma non ci sono più le condizioni per sostenere un progetto come quello degli Spirit Adrift che si fermano qui, cercando di spezzare un ciclo di dolore che, beffardamente, si rinforza ogni volta che esce un loro disco.
Tutto questo peso emotivo si sente, eccome, in "Infinite Illumination". È un album che porta addosso la consapevolezza dell’addio, un disco che sembra scritto con le mani immerse nella sofferenza. Garrett abbandona quasi del tutto le influenze heavy classiche che avevano caratterizzato gli ultimi lavori per tornare a un suono più vicino alle origini: quasi stoner‑doom puro, sabbathiano, monolitico, intriso di lentezza e oscurità.
A differenza del recente passato, troverete meno cambi di tempo, poche energiche fiammate o le aperture melodiche che avevano reso riconoscibile la fase più “metal” della band, con poche eccezioni tipo "
White Death". "Infinite Illumination" è volutamente pesante, pessimista, dichiaratamente malvagio fin dalle intenzioni.
Il riffing richiama il doom più classico, le atmosfere sono disperate e rassegnate, ma non prive di un certo respiro epico che emerge nei momenti più dilatati. La scrittura è uniforme, compatta, senza fronzoli: un blocco di dolore che avanza lento e inesorabile.
Pur essendo meno vario e meno “brillante” rispetto ai capitoli precedenti, l’album funziona sorprendentemente bene. Anzi, proprio questa sua natura monolitica lo rende affascinante, coerente, sincero. Personalmente l’ho trovato più interessante e godibile — e non di poco — rispetto a "
Enlightened in Eternity" e "
Ghost at the Gallows" che invece avrei dovuto preferire in maniera netta, dato il mio amore per l'heavy classico. E sono tornato ad apprezzare maggiormente anche la prova vocale dello stesso Garrett, probabilmente più a proprio agio come oscuro menestrello del fato che come fiera ugola d'acciaio.
Considerando tutto questo, la pubblicazione di "Infinite Illumination" (ad opera nuovamente e finalmente per la 20 Buck Spin dopo il sodalizio con Century Media) è sorprendente. Non è un disco di speranza, né di riscatto: è un testamento artistico cupo, pesante, doloroso, ma autentico fino all’osso.
Se davvero questo è l’ultimo capitolo degli Spirit Adrift, allora è un addio degno, coerente, onesto. E non possiamo che augurare a Nate Garrett tutta la luce che la vita finora gli ha negato, ringraziandolo per dieci anni di musica splendida, sei album di livello altissimo e una carriera che merita solo applausi.
Ps: la copertina, oltre a fare abbastanza pietà (l'idea, non la realizzazione ed il tratto che invece mi piacciono molto), non è assolutamente in linea con il mood del disco ma vista la qualità di quest'ultimo ho evitato ogni penalizzazione di sorta. Chiudiamo gli occhi e godiamoci la musica (e la produzione, che non è affatto male!)
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