Conoscendo la battaglia che
Erik Grönwall ha combattuto (e speriamo definitivamente vinto …) con la leucemia, un titolo come “
Bad bones” (come pure di qualche altro titolo in scaletta …) non può che rimandare il pensiero a tale esperienza.
In realtà in questo nuovo albo solista del
vocalist svedese c’è un po’ tutta la sua parabola artistica (H.E.A.T, Skid Röw, MSG …) e forse, la sua vita, fatta di grandi soddisfazioni, successi, elogi e qualche “importante” inquietudine.
Una narrazione supportata dalla sua splendida ugola e da un’attitudine istintiva e vigorosa, mai forzatamente autocelebrativa o sentimentalistica.
Insomma, siamo di fronte ad un pregevole esempio di
hard-rock melodico, sufficientemente variegato, cantato magnificamente da una delle voci più “educate” della scena, capace però di assoggettarsi al valore supremo della “bella canzone”, che in questo modo non diventa mai il pretesto per una mera ostentazione tecnica.
Un
album con pochi “fronzoli”, se vogliamo, che piazza subito le grintose e adescanti pulsazioni di “
Born to break” e della
title-track dell’opera, per poi espandere il paradigma melodico in “
Praying for a miracle”, edificata su un magnetico
riff "circolare” e un ritornello da contagio istantaneo.
I succitati pochi orpelli non significano banalità o trascuratezza ed ecco che la teatralità Queen-
esca di “
Who’s the winner” accresce la quota di raffinatezza di “
Bad bones”, un albo che con “
Lost for life” riprende a solcare il sentiero del
rock radiofonico energico e intrattenente, sublimato nella Bon Jovi-
iana “
Twisted lullaby”, un altro di quei brani che si finisce per canticchiare in maniera immediata e inconsapevole.
Si continua con le mire
anthemiche di “
Save me”, che faranno faville dal vivo ma in un contesto di ascolto discografico non “impressionano” particolarmente, cosa che invece succede in “
Hell back” che aggiunge un
mood fosco e sinfonico al canovaccio espressivo della raccolta.
Il gradevole sconfinamento nei territori
hard-blues di “
How high” prelude ad un epilogo parecchio emozionante denominato “
Written in the scars” e intriso di un
pathos che esalta ancora una volta le spiccate capacità tecnico-interpretative di un cantante di classe superiore.
“
Bad bones” non riserva particolari “sorprese” o picchi assoluti di creatività artistica, e tuttavia possiede tutte le credenziali necessarie a confermare
Erik Grönwall tra i protagonisti del
rockrama contemporaneo … in sintesi, un gran bel disco.
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