Come passa il tempo … sembra ieri che mi affannavo per reperire “
Hungry for your love” e oggi dopo la bellezza di trentaquattro anni mi ritrovo a vagliare un nuovo disco dei
Love Machine.
In realtà la
band milanese aveva esordito nel 1989 con un albo eponimo (ancora un po’ “acerbo”, anche in un paio di testi in italiano …), ma furono i riscontri ampiamente positivi ricevuti dal sopraccitato lavoro a far scattare la spasmodica ricerca in chi sosteneva (e sostiene …) strenuamente la “scuola” dell’
hard n’ heavy italico.
Un lungo periodo in cui i nostri non si sono mai dati per vinti, pur con i fatali cambi di formazione, pause di “riflessione” e centellinando le uscite discografiche, oggi giunte, con questo “
In time” (a proposito di
tempus fugit …) al quinto capitolo in studio.
Patrocinati dall’autorevole
Underground Symphony, con
Frank ‘T’ Raider e
Andrew Dal Zio a fungere da solida connessione tra il passato e il presente della loro parabola artistica, i
Love Machine affrontano le convulsioni del
rockrama contemporaneo con un
album che mescola
metal melodico e
hard-rock ammantandoli di sfumature solenni e vagamente “barocche”, come dimostra il trittico iniziale “
The tale” / “
The story” / “
The truth”, al tempo stesso trionfale, melodrammatico e cangiante.
La voce di
Rob Della Frera (Raising Fear) pilota piuttosto bene le enfatiche armonizzazioni vocali della
mini-suite d’apertura, anche se personalmente preferisco quando la sua interpretazione s’arricchisce di ulteriore teatralità nella suggestiva “
The cube’s squaring” e nel crescendo suadente che caratterizza il clima ancestrale della stratificata
title-track dell’opera.
Con l’andamento palpitante ed adescante di “
Burn in paradise” la raccolta esibisce il mio personale
best in class e se “
Jungle of your mind” scurisce nuovamente i toni con esiti piuttosto efficaci, “
Secret room within” va addirittura oltre, sfornando un frammento sonoro estremamente affascinante, intriso com’è di visioni fosche ed evocative.
Dopo “
The same oblivion”, leggermente interlocutoria, tocca a “
The blind man” esplicitare in maniera nitida la ricca cultura musicale dei
Love Machine, capaci di attingere alla
Grande Storia del Rock senza preclusioni (nel brano si possono apprezzare echi di The Who e
Alice Cooper …), comprese le suggestioni
power-metal di “
At the end”, in realtà non particolarmente convincenti.
Rimanendo sul tema evocato dal titolo del disco, il tempo scorre inesorabilmente e, soprattutto oggi, sembra che non ce ne sia mai a sufficienza, ma quello che conta è come “riempire” il trascorrere degli anni, gestendo con profitto gli inevitabili cambiamenti che comporta la “maturità”… e allora in quest’ottica si può tranquillamente affermare che i
Love Machine stanno vivendo in maniera egregia questa loro fase artistica, disseminando d’intraprendenza la primigenia vocazione espressiva.
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