Le donne hanno sempre avuto un ruolo importante come muse ispiratrici nel mondo della musica (e dell'arte in generale) e spesso tale influenza è poi stata ripagata conferendo ad un nome femminile il titolo di canzoni particolarmente significative nell’ambito del repertorio di una
band.
Gli esempi sono molteplici e apprendere che gli svedesi
Grand intendono includere in ogni loro
album un brano con tali caratteristiche, m’induce a decidere di analizzare questo “
Guilty pleasure” partendo proprio dalla loro “
Amelie”, traccia che, per di più, in qualche modo, riassume piuttosto efficacemente le peculiarità dei nostri.
Nel pezzo (il cui testo racconta le vicende di una
stalker che si rifiuta di ammettere che i suoi sentimenti non siano ricambiati …) troviamo, infatti, la storia del genere filtrata attraverso la
verve della scuola scandinava e se, per esempio, considerate i Work Of Art tra i migliori interpreti dell’
AOR “moderno”, sono sicuro che apprezzerete senza indugi anche l’approccio artistico dei
Grand.
Un orientamento che al terzo disco appare “evoluto” e diventato più consapevole, rendendo la miscela di
rock adulto e
pop maggiormente bilanciata, in equilibrio tra spensieratezza, istantaneità melodica e appena un pizzico d’inquietudine.
Ed è proprio quest’ultima ad emergere nell’atto d’apertura “
Wild heart”, immersa nel profluvio di tastiere e affiorante all’interno di un crescendo emotivo di notevole impatto.
Tocca alla sbarazzina
title-track dell’opera alleggerire prepotentemente il clima sonoro dell’albo, dimostrando la “crescita” del gruppo anche in questo specifico ambito, e se riuscite ad immaginare un
Bryan Adams nato dalle parti di Stoccolma, non sarà difficile accogliere con un certo entusiasmo la brillante carica narrativa di “
Have a little faith in me”.
“
Coldhearted” ha l’impulso melodico, dal carattere “cinematografico”, dell’
AOR ottantiano, ma senza scadere in emulazioni parodistiche, mentre “
Party galore” accentua la componente
poppettosa della questione in modo ancora una volta piuttosto focalizzato, eludendo (per un soffio …) fastidiose edulcorazioni.
Arrivati alla ballata “
Still so beautiful” è quasi inevitabile (anche per il
solo di
sax) evocare Foreigner e certi Boulevard, e tuttavia si tratta di una suggestione tutt’altro che puramente nostalgica, apparendo il frutto di un apprendistato intriso di sensibilità e buongusto, lo stesso che consente alla vagamente Journey-
esca “
I'm ready” di blandire i sensi dei
melomani in maniera garbata ed efficace.
Con l’enfasi di “
Undo” i
Grand “attualizzano” il
sound allineandosi ad una tendenza di recente piuttosto diffusa a ridosso del Circolo Polare Artico, e dopo la già citata (splendida) “
Amelie”, a “
Beggin'” è affidato il compito di aggiungere alla raccolta una bella spruzzata di ardore
blues, subito stemperato nel romanticismo orchestrale di “
Love me or leave me”, edificato sull’intensa interpretazione di
Mattias Olofsson.
In conclusione, qualora tra i vostri “piaceri proibiti” ci sia l’ascolto di un buon disco di
rock melodico capace di “rinfrescare” i canoni “classici” del genere, “
Guilty pleasure” dei
Grand può essere sicuramente una scelta opportuna e ampiamente raccomandabile.