A
Rick Wakeman piace ritornare sul “luogo del delitto”: lo ha fatto nel 1999 con
“Return To The Centre Of The Earth” (sequel del ben più celebre
“Journey To The Centre Of The Earth” del 1974) e lo rifà oggi con
“Return To The Red Planet”, secondo capitolo di una saga dedicata a Marte inaugurata nel 2020 con
“The Red Planet”.
La prima differenza sostanziale sta nella presenza di tracce cantate, assenti nel lavoro uscito in piena pandemia. La voce è quella di
Mollie Marriott (figlia del leggendario Steve Marriott), che fa bella mostra di sé in diverse occasioni, a cominciare dall’introduttiva
“The Jezero Crater”, manifesto di quel prog tastieristico, epico, sinfonico e melodico che ha reso famoso il tastierista in ogni dove.
C’è tanto mestiere (penso al MiniMoog imperioso di
“Bowie’s Vision” o alla spavalda
“Noctis Labyrinthus”, che ricorda fin troppo la già edita
“The Visit”) e alcune sorprese (è il caso delle atmosfere ayreoniane di
“Noachis Terra (Land Of Noah)” o della sinuosa
“Martian Dust Devils”), che fanno il paio con episodi frizzanti a cavallo tra le sonorità di “Out There” (
“Witch Hazel Hill”, “St Paul’s Bay”) e gli arrangiamenti di Jeff Wayne (
“Medusae Fossae”), un altro che del “Pianeta Rosso” se ne intende abbastanza.
La chiusura è lasciata alla lunga
“The Epochs Of Mars”, che non avrebbe sfigurato in un lavoro dei Tangerine Dream di inizio millennio.
La
comfort zone fatta a disco (e va benissimo così).
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