Tra le numerose e variegate frequentazioni della scena “occult rock” con voce femminile, i
Mama Doom fin dagli esordi hanno scelto la difficile strada della “distinzione” e non solo per la rinuncia alle chitarre.
Un tentativo in parte riuscito, ma che al terzo
album, per consuetudine e ammissione stessa della
band americana, era chiamato a fornire un’importante prova di “maturità”, magari definendo al contempo in maniera “decisiva” la statura artistica dei suoi autori.
Ebbene, “
Eminent womb” accentua l’intensità emotiva già presente nei lavori precedenti e attraverso un’esposizione carica di cupo magnetismo si rivela una raccolta di frammenti sonori davvero coinvolgenti, “impressionanti” nel flusso costante di torbida e visionaria energia sensoriale che sanno trasmettere.
L’esplorazione dell’amore, del dolore e della forza indomabile della
Madre, tema su cui si dipana il disco, ha verosimilmente contribuito a rendere il
songwriting ancora più personale e “sentito” e anche la voce di
Heather D. Lolli, in cui convivono felicemente influssi di
Grace Slick,
Siouxsie,
Patti Smith e
P.J. Harvey, appare traboccante di una visceralità che in passato era sembrata leggermente meno spiccata.
Un registro vocale sempre “insidioso” e inquietante, anche nei frangenti maggiormente eterei, che ben si sposa con un suono denso, sinistro ed evocativo, in cui
doom,
psichedelia e la
new-wave più tenebrosa s’intersecano senza soluzione di continuità e in cui la mancanza del contributo chitarristico non si avverte (praticamente) mai.
L'
intro denominata “Trinity” innesca la
suspense e spalanca le porte alle poderose e sulfuree scansioni di “
Morning son” e al
groove scuro e avvolgente di “
Woven linen”, mentre “
Anesthetic” è una sorta di virulenta litania, sviluppata su un ipnotico
riff di basso e sulla metafisica vaporosità delle tastiere.
Un altro onirico intermezzo strumentale, “
Night of day”, introduce “
Blue” un monolite che scopre le radici profonde del
doom lisergico, aggiungendo all’impasto barlumi del
grunge più morboso (qualcosa degli Alice In Chains, ad esempio … e credo che l’approccio canoro di un
Layne Staley sia, in generale, abbastanza apprezzato da
D. Lolli).
Catarsi, tensione e pure una certa affabilità melodica si combinano ad arte nella cangiante "
Mothers mercy” e nella appena meno efficace “
Picked clean”, sovrastata in fatto di turbamento emotivo dal
blues ancestrale e minimale “
Night shade” e da “
Home is in the ground”, un salmo dai tratti spettrali immersi nell’oblio.
Con “
Eminent womb”, riprendendo le considerazioni iniziali della disamina, i
Mama Doom dimostrano inequivocabilmente di essere “cresciuti” nello spessore espressivo … se si tratti dello stadio di maturazione “definitivo” lo dirà il tempo, ma di certo siamo a livelli importanti, impossibili da ignorare.
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