Dispiace non usare mezzi termini nei confronti di mostri sacri come i Dokken, che davvero tramite albums inossidabili hanno contribuito in maniera pesante a formare un pezzo della storia di musica, soprattutto negli anni ’80, ma stavolta è davvero il caso di dire che questo “Hell to Pay” è un buco nell’acqua di proporzioni mostruose. E quando dico mostruose, non crediate che leggendo il voto in fondo le recensioni abbia esagerato: probabilmente, anzi sicuramente questo album, insieme agli orridi “Dysfunctional” e “Shadowlife” è quanto di più terrificante abbiano mai inciso i Dokken. Non un riff catchy, non un ritornello “alla Dokken”, niente suono cromato, niente ballad strappalacrime, niente anthem alla “Into the Fire”, niente melodie sognanti, niente, niente, niente. Niente di niente. Un’accozzaglia di brani tristi, introspettivi, melanconici, “maturi” (che termine pessimo se riferito ad una band del genere…), a volte ai limiti della cacofonia, sembriamo tornati ai tempi di metà anni ’90 quando il ciclone grunge si abbattè anche sui gruppi che hanno fatto del sesso ed il divertimento la loro ragione di vita, ciclone che grazie a Dio in casa Dokken fu spazzato via dal buon “Erase the Slate”, probabilmente unico episodio valido della seconda fascia di carriera del gruppo statunitense.
Non basta una buona “Don’t Bring Me Down”, qualche assolo indovinato di Levin ed una buona prestazione vocale da studio del vecchio Don per fare un Dokken album.
Rumors riferiscono che in realtà questo disco sarebbe dovuto uscire come solista di Don Dokken…beh sarebbe stato meglio, visto che dobbiam sopportare dell’altro fango su un nome storico dell’hard rock mondiale. Se servirà alla causa, c’è da sperare che presto Pilson e Lynch facciano ritorno a casa e sappiano dare lustro ad un nome oggi decisamente nella polvere.
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