LUMINOL RECORDS: musica anticonvenzionale (Giacomo Cacciatori, founder)

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Pubblicato il:26/08/2022

Per chi scrive, le uscite della Luminol Records sono sempre una gradita sorpresa, soprattutto nel panorama musicale attuale, sostanzialmente avverso alle novità. Mi è stata data la possibilità di fare qualche domanda a Giacomo Cacciatori, fondatore dell’etichetta, e non me la sono lasciata sfuggire…

Cosa spinge una persona a fondare un’etichetta discografica indipendente?
Se rispondessi “la passione per la musica” sarebbe riduttivo, dal momento che quella si può coltivare in modo molto più immediato e facile; personalmente il fatto di voler “dire qualcosa” con un progetto musicale internazionale in un mondo in cui è sempre più difficile ritagliarsi uno spazio credibile. La strada da percorrere è ancora lunga in questa direzione, posso solo dire che ci saranno nuovi modi in cui Luminol muoverà i suoi passi.
Hai delle etichette di riferimento a cui ti ispiri?
Sicuramente Kscope è stata un punto di partenza fondamentale per quanto riguarda il tipo di sound e immaginario “post” (anche se comincia ad essere un termine poco qualificativo) rispetto a tutto quello che è rock, metal e progressive. Siamo sempre stati aperti alla commistione fra generi musicali diversi e arti differenti, soprattutto sonore e visive, e vorrei lo fossimo ancora di più in futuro. Avendo un’anima da metallaro, sono un grande fan delle ormai celebri InsideOut, Nuclear Blast, Sumerian Records e via dicendo, fino ad arrivare alle nascenti 3DOT; ma ho anche un passato di ascolti elettronici e sperimentali dagli artisti di Warp Records a Raster-Noton e Planet Mu.
Ho avuto il piacere di recensire alcune tue uscite, anche molto diverse tra loro, dai Notturno Concertante ai Post Generation, passando per Ujig e Spiritraiser. Cosa cerchi negli artisti che supporti?
Ci sono vari aspetti che valuto prima di scegliere una band: la scrittura dei brani, la qualità della produzione e la preparazione dei musicisti. Di certo un aspetto che reputo sempre più importante è quello delle tematiche trattate dai testi o dal senso del progetto musicale della band e dal messaggio veicolato dalla musica; nel mondo della musica mainstream vi è sempre meno attenzione al senso, mente penso sia un aspetto molto importante che la musica può trasmettere su più livelli. Purtroppo viviamo un tempo in cui tutto ciò che richiede uno sforzo viene evitato, sia a livello produttivo che da parte del pubblico, per questo penso sia importante rivolgersi a chi, oltre alla musica, sia anche curioso di scoprire qualcosa di nuovo.

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Sei da solo in questa avventura o hai dei collaboratori?
Luminol Records è gestita principalmente da me per quanto riguarda le scelte artistiche e la direzione operativa, ho poi dei collaboratori e dei soci con cui condivido lo studio, l’area editoriale e gli aspetti tecnici che possono andare dalla produzione audio e video allo sviluppo web.
Come funziona il processo di scouting?
Devo dire che la modalità di lavoro è cambiata molto nel tempo riguardo alla ricerca degli artisti, anche in relazione al tipo di intenzione artistica che si propone la label. All’inizio dell’attività passavo molto tempo navigando tra varie piattaforme alla ricerca di band emergenti che, da un lato avessero un certo tipo di impatto sonoro e dall’altro fossero interessate ad affidarsi ad un progetto che di fatto non aveva catalogo. Successivamente Luminol Records si è ritagliata un suo piccolo spazio ed ha cominciato ad essere cercata e ad attirare l’interesse a livello internazionale, le demo sono cominciate ad arrivare con una frequenza sempre più regolare, oltre ad essere più attinenti agli stili che ci caratterizzano. Personalmente mi piace molto l’idea di basarmi in gran parte sulle proposte che arrivano in modo spontaneo, ma penso che nei prossimi anni la direzione artistica sarà più focalizzata.
Cosa succede nel momento in cui un artista entra nel tuo roster?
Ogni caso è a sé stante. Potrei dire che in linea di massima si raccolgono tutti i materiali audio, video, fotografici e testuali utili alla pubblicazione e promozione della musica, ma la realtà dei fatti è più articolata. Ci sono artisti che ci contattano per pubblicare produzioni già finite che per qualche motivo sono rimaste ferme e artisti che sono ancora in fase di pre-produzione.
Qual è la parte più difficile del tuo lavoro?
La costruzione di senso. Dico così perché da questo dipende il futuro posizionamento di Luminol Records sul mercato. È un aspetto che coinvolge, e lo farà sempre di più, tutte le aree dell’azienda, oltre che i rapporti con i vari interlocutori e fornitori; onestamente sono molto curioso anche io di cosa succederà perché è un territorio nuovo, nonostante sia nei piani fin dall’inizio.

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Hai mai detto di no a qualcuno? Se sì, perché?
Caratterialmente tendo a dire “no” raramente, ma per quanto riguarda l’etichetta devo farlo spesso, anche se preferisco sempre dare delle motivazioni sulla mia risposta; generalmente la mia risposta è negativa su molte proposte che arrivano quotidianamente che, seppur di buona qualità, non rientrano nella visione artistica o valoriale che voglio dare a Luminol Records.
Vorrei un tuo parere sullo “stato di salute” delle etichette indipendenti in Italia.
Di sicuro lo stato del mercato discografico indipendente gode di un maggiore benessere rispetto a quello governato dalle major, nonostante ciò, devo constatare che è un’affermazione del tutto relativa, in quanto lo stato di salute del settore musicale nel suo complesso è quello che mi preoccupa di più… è indubbio che si stia vivendo da anni un processo di decadimento politico-socio-culturale che fino ad oggi non ha accennato ad arrestarsi e che nel nostro caso specifico si manifesta in una grande crisi del settore creativo su più livelli. So che questa è una testata rivolta ad un pubblico “heavy” ma qui mi riferisco alla musica in tutte le sue declinazioni: l’educazione del pubblico all’ascolto di musica di qualità era un fatto naturale fino ad un certo punto del ‘900, mentre oggi è qualcosa di straordinario dal momento che quello che viene proposto a livello mainstream è quasi del tutto privo di valore artistico e, oggi sempre di più, molto carente anche dal punto di vista tecnico e produttivo; questo non fa altro che diseducare gli ascoltatori da tutti i punti di vista: chi si rende conto oggi della differenza qualitativa tra uno strumento vero e delle parti suonate da un virtual instrument? Chi ascolta musica da un impianto hi-fi degno di tale nome? Chi capisce il valore di acquistare musica in formato fisico e magari ascoltare un disco o anche solo un brano dall’inizio alla fine senza essere preso dalla sindrome dello skip? E via dicendo… Ognuna di queste provocazioni racchiude in sé un mondo dietro al quale spero sempre più persone vogliano interrogarsi, per capire di più e non farsi plagiare dal sistema dominante.
Grazie Giacomo per il tuo tempo. A te l’ultima parola…
Sono io a ringraziare te… Direi a tutti di cercare di essere curiosi, di non fidarsi di quello che viene proposto come “bello, geniale e innovativo” solo perché qualcuno lo comunica così, ma soprattutto di guardare all’essenza delle cose. Ciao!
Articolo a cura di Gabriele Marangoni

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