INTROFinalmente ci siamo. È arrivato il day one del
Luppolo in Rock 2026. È praticamente dalla fine dell'edizione 2025 che conto i giorni che mi separano dal ritorno al Parco delle Colonie Padane. Ormai, per me, questo festival è diventato un appuntamento fisso dell'estate, uno di quegli eventi cerchiati in rosso sul calendario che aspetti con la stessa impazienza con cui un bambino aspetta il Natale. Sarà l'atmosfera incredibilmente familiare che si respira fin dal momento in cui si varcano i cancelli. Saranno gli incontri inaspettati che, puntualmente, finiscono per allungare di mezz'ora ogni tragitto tra uno stand e l'altro. Sarà la gioia di ritrovare vecchi compagni di pit con cui magari non scambi una parola da dodici mesi ma con i quali bastano cinque minuti per riprendere il discorso esattamente da dove era stato interrotto. Oppure sarà il piacere di immortalare i personaggi più improbabili che, come da tradizione, finiranno nella nostra cartella fotografica "Facce da Luppolo", una sorta di museo dell'umanità metallica fatto di giubbotti tempestati di toppe, facce sorridenti, barbe chilometriche e look che solo un festival metal riesce a regalare. O, ancora, sarà semplicemente la voglia di staccare la spina e godersi qualche giorno di musica immersi nel verde, in una location che continua a distinguersi per una filosofia sempre più rara: niente token, niente parcheggi a pagamento, niente pit VIP riservati a chi può permettersi il biglietto premium. Qui, come ha detto Massimo Pacifico in uno dei suoi interventi sul palco, il pit CE LO SI GUADAGNA! Qui si entra, ci si mette sotto il palco e si vive il concerto tutti insieme, senza distinzioni. E credetemi, oggi non è affatto scontato. Sta di fatto che il Luppolo è ormai diventato una tappa fissa della mia estate da tre anni a questa parte. E, a dirla tutta, un po' mi rode anche il culo non averlo seguito fin dalla prima edizione. Basta dare un'occhiata ai cartelloni degli anni passati per rendersi conto di quanti grupponi mi sia perso. Il menù di questa prima giornata è di quelli che mi fanno uscire di casa con il sorriso. In cartellone ci sono infatti due delle band italiane che amo di più in assoluto: Deathless Legacy e Death SS. E posso anticiparlo fin da subito: nessuna delle due tradirà minimamente le aspettative. (
Riccardo Maffiodo)
Lasciato il buon Riccardo ai suoi mugugni (per le edizioni che si è perso) e all'attesa dell'esibizione dei Deathless Legacy e Death SS, come tutti gli anni ci si immerge nella fornace del Luppolo in Rock (per quanto questa location resti in realtà sempre stupenda e confortevole). Così, affrontando una temperatura ben oltre i 30° e in pieno pomeriggio assolato, tocca ai
Jolly Rox dare il via all'edizione del Luppolo in Rock 2026 con il loro Hard Rock tinto di sfumature Glam e Sleazy, ben evidenti in brani come l'opener "Shake It All", in "The Night Flier" e nella conclusiva "So We Are". E a proposito di conclusione questa loro esibizione potrebbe essere anche l'ultima per i Jolly Rox, in procinto di sciogliersi per permettere ai tre musicisti di prendere nuove strade. Spero che li portino lontano. Per il momento rimpiango di non averli scoperti prima.
Come non conoscevo i
My Darkest Red, prima di vederli salire sul palco del Luppolo, più Gothic e Dark (come sottolineato dal loro moniker) e meno solari della band che li ha preceduti, rispetto ai quali mi hanno dato l'impressione di minor dimestichezza sul fronte live. Ad ogni modo il loro lo fanno catturando anche i favori dei coraggiosi che si sono già asserragliati alle transenne e di quelli che si sono piazzati (ancora) un po' più distanti, all'ombra della struttura dell'ex Colonia. I My Darkest Red nell'occasione non solo pescano dal loro "Midnight Supremacy" (uscito nel 2024 e che trovare recensito su Metal.it) ma ne approfittano per presentarci un nuovo brano, quel "The Bride In Black", che si lascia alle spalle buone sensazioni in attesa di una prossima uscita per la formazione bresciana.
E mi tocca ammettere come anche i
Dosgamos mi fossero sconosciuti, ma non appena preso possesso della scena si fanno subito sentire con una bella botta di energia, quella che riversano nel loro Death & Metalcore dal marcato groove e diversi rimandi ai Meshuggah e Pantera, con una prova complessiva d'impatto sopratutto da parte del frontman Michele Altavilla, che vede i parmensi andare a recuperare una abbondante manciata di canzoni (con “Slay the Mother of All Ignorance” e “I’ve Rehab” tra quelle più interessanti) dai loro due album: "Wrapped Renaissance" (2022) e soprattutto "Day Seven He Regretted" (2025), lavori che mi sono promesso di andare a recuperare.
Un intento provvisoriamente accantonato, dato che a seguire sono gli
Evilizers, e almeno loro li conosco e pure più che discretamente, per via dei tre dischi che hanno realizzato e avendoli visti dal vivo almeno un paio di volte. Ma per l'occasione presentano una importante novità: al microfono è subentrato Andrea Marchisio (ex Desdemona ed Highlord) ed ero particolarmente curioso di scoprire come si sarebbe calato nel sound spiccatamente priestiano degli Evilizers. Diciamo che già con "Facing My Fear" la risposta è stata assolutamente positiva, e i nostri lo confermano ampiamente nel corso della mezz'oretta a loro disposizione, che culmina nell'inedito "No Turning Black" (bei presupposti per il futuro...) e la conclusiva "Evilizers" (ovviamente) lesta a rimarcare la personalità dei miei corregionali. (
[I]Sergio Rapetti[/I])
SICK N' BEAUTIFULQuinta band in programma oggi sono i romani
Sick N' Beautiful, gruppo che, lo ammetto, conosco piuttosto poco. Prima del festival mi sono limitato a recuperare i loro numerosi videoclip su YouTube, dai quali emerge subito una cura quasi maniacale per l'aspetto visivo. Costumi, trucco, scenografie e fotografia non sono semplici elementi di contorno, ma parte integrante della loro identità artistica, tanto da incuriosirmi non poco in vista della prova dal vivo. Musicalmente parlando quella proposta dalla band è una miscela piuttosto particolare, in cui hard rock e modern metal rappresentano la base di partenza, arricchita da influenze industrial, punk ed electro-pop, senza dimenticare altri generi che qua e là fanno capolino, contribuendo a creare un sound personale e difficilmente etichettabile. Durante il concerto la componente hard rock della loro proposta raggiunge il suo apice con "God of Thunder" dei Kiss, cover pubblicata nel 2020 e accompagnata all'epoca anche da un videoclip ufficiale. Dal vivo il brano si inserisce perfettamente nel contesto dello show, risultando credibile, potente e perfettamente in linea con l'immaginario teatrale della band. Anche dal punto di vista estetico hanno una forte identità. Il look mi ha ricordato una sorta di versione evoluta e decisamente più cyberpunk dei Genitorturers, dove il nero ed il verde la fanno da padrone, con un'immagine curata e perfettamente coerente con la proposta musicale. Dal vivo convincono senza troppi sforzi: tutti i componenti si muovono con disinvoltura, occupano bene il palco e mantengono alta l'attenzione del pubblico per tutta la durata del concerto. Davvero riuscite anche le scenografie che, pur realizzate con mezzi relativamente semplici, riescono a creare un colpo d'occhio stile “Alien” efficace e ad arricchire lo spettacolo. A tal proposito merita una menzione anche l'opera di "alienizzazione" del basso di Big Daddy Ray. Partendo da una base che ricorda un ESP B-204DX, lo strumento è stato trasformato in qualcosa che sembra uscito direttamente dalla mente di H. R. Giger. Un design inquietante che si sposa alla perfezione con l'estetica cyber-industrial della band e contribuisce a rendere ancora più d'impatto la loro presenza scenica. Come detto in precedenza, la band sa tenere molto bene il palco, ma è senza dubbio la cantante il vero punto focale dello show. Ha una presenza scenica magnetica e catalizza inevitabilmente gli sguardi, guidando il concerto con grande sicurezza e carisma. Teatralità, mimica, pose al limite del contorsionismo – solo a guardarla mi faceva male la schiena – e una capacità innata di interpretare ogni singolo brano rendono impossibile distogliere lo sguardo da lei. (
Riccardo Maffiodo)
DEATHLESS LEGACYRapido cambio di palco e arriva il momento dei
Deathless Legacy. Li avevo già visti parecchie volte nei piccoli club, ma non mi era mai capitato di assistere a un loro concerto in un festival. La curiosità di vederli alle prese con un palco più grande e prestigioso era quindi davvero tanta, e devo dire che le aspettative sono state pienamente ripagate. Tutto ciò che negli anni avevo imparato ad apprezzare nei locali più raccolti si è confermato anche al Luppolo, anzi, la loro componente teatrale ha tratto beneficio dagli spazi più ampi del palco. Costumi, movenze e presenza scenica hanno avuto modo di esprimersi ancora meglio, trasformando l'esibizione in un vero e proprio spettacolo, capace di coinvolgere anche chi magari ancora non li conosceva. L'unico vero rammarico è rappresentato dal poco tempo a loro disposizione. Davvero troppo poco, almeno a mio avviso: we want more, we want more! Purtroppo le tempistiche dei festival sono quelle che sono e bisogna farsene una ragione. C'è così spazio per appena sei brani, ma la qualità della scaletta è comunque elevatissima. Tra tutti spiccano due delle mie canzoni preferite, “Ora Pro Nobis” e “Rituals Of Black Magic”, e già solo per la presenza di questi due pezzi posso ritenermi pienamente soddisfatto. La band non perde un solo istante: niente pause, niente tempi morti, solo una quarantina di minuti vissuti con grande intensità, nei quali trovano posto anche “Miserere”, “Gehenna”, “Dannatio Aeterna” e “Absolution”, chiudendo un'esibizione che, pur nella sua brevità, lascia ancora una volta la conferma di quanto i Deathless Legacy siano una delle realtà più interessanti del panorama metal italiano. Unica pecca, almeno per un fan incallito come il sottoscritto: sarebbe stato davvero emozionante vedere comparire Steve Sylvester a sorpresa da dietro le quinte nel finale del concerto per duettare insieme alla band su “Legion of the Night” o “Your Blood Is Mine”. Sarebbe stata la perfezione. Ma purtroppo nessuno dei due brani è stato inserito nella scaletta del Luppolo, lasciando quel piccolo pizzico di rammarico che solo i grandi appassionati possono comprendere. (Riccardo Maffiodo)


THE 69 EYESI
The 69 Eyes, per quelli un po' più attempati come il sottoscritto, sono soprattutto la band di "Wasting the Dawn", l'album che ha definito una volta per tutte quello che sarebbe diventato il loro marchio di fabbrica. Da lì in avanti sono arrivati dischi del calibro di "Blessed Be", "Paris Kills" e "Devils", mentre il resto, come si suol dire, è storia. Considerando che non li vedevo dal vivo proprio dai tempi del tour di "Paris Kills", non sapevo davvero cosa aspettarmi da questi finlandesi. Fortunatamente la scaletta ha fatto la felicità dei fan di vecchia data: fatta eccezione, se non ricordo male, per "Drive", tratta dall'ultimo "Death of Darkness", il resto del concerto è stato quasi interamente dedicato ai grandi classici del periodo compreso tra "Wasting the Dawn" e "Devils". E, sinceramente, non avremmo potuto chiedere di meglio. La prima cosa che salta all'occhio è una certa eterogeneità nel look della band. Il comune denominatore è senza dubbio l'estetica goth, ma ciascun componente la interpreta a modo proprio, dando vita a un insieme che funziona alla perfezione. Jyrki 69 sfoggia il suo inconfondibile look fatto di lunghi capelli neri, giacca scura e immancabili occhiali da sole; Jussi 69 pesta dietro le pelli in canotta nera; Archzie si presenta con cappellino da baseball, occhiali scuri e gilet di pelle, mentre i due chitarristi seguono strade diverse: uno più classico, con gilet in pelle, maglietta nera e pantaloni attillati, l'altro con una giacca smanicata in denim nero e gli inseparabili occhiali da sole. È proprio questa diversità a rendere il colpo d'occhio ancora più interessante: pur mantenendo un'identità ben definita, nessuno sembra voler essere la copia dell'altro, e il risultato è una band con una forte personalità anche dal punto di vista visivo. "Dance d'Amour", "Lost Boys", "Gothic Girl", "Wasting the Dawn", "Brandon Lee" e "Devils" riecheggiano nel Parco delle Colonie Padane, trascinate dalla voce profonda e inconfondibile di Jyrki 69, autentico marchio di fabbrica della band. Uno dopo l'altro sfilano i grandi classici che hanno segnato la carriera dei finlandesi, accolti con entusiasmo da un pubblico che dimostra di conoscere ogni singola parola. A oltre vent'anni dall'ultima volta che li avevo visti, posso dire che i The 69 Eyes sono invecchiati decisamente bene. Certo, gli anni passano per tutti, ma il loro gothic rock conserva ancora quel fascino decadente che li ha resi unici tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila. Per chi, come il sottoscritto, è cresciuto con "Wasting the Dawn", "Blessed Be", "Paris Kills" e "Devils", è stato un bellissimo tuffo nel passato, di quelli che ti fanno tornare a casa con un sorriso stampato in faccia. (
Riccardo Maffiodo)
DEATH SSUno dei primi concerti metal della mia vita è stato un concerto dei
Death SS. Se non erro era il 1997 e lo spettacolo andato in scena al Babylonia di Biella è uno di quei ricordi che non mi abbandoneranno mai. Il metallaro in erba che ero allora non aveva mai assistito a nulla di anche solo lontanamente paragonabile a ciò che Steve Sylvester e compagni portarono sul palco quella sera. Rimasi letteralmente folgorato. Da allora sono passati per il sottoscritto centinaia di concerti, i Death SS hanno cambiato formazione e pelle innumerevoli volte, ma una cosa è rimasta immutata: Steve e soci sono ancora una macchina da palco semplicemente devastante. Il loro teatrino dell'orrore, con mia enorme soddisfazione, lascia anche questa volta ampio spazio ai dischi pubblicati fino a Panic, quelli che continuo a considerare i migliori della loro discografia. Così, classici immortali come “Where Have You Gone”, “Baphomet”, “Inquisitor”, “Vampire”. “Scarlet Woamn”, “High Tech Jesus” e “King of Evil” prendono nuovamente vita davanti ai miei occhi, accompagnati da quelle rappresentazioni teatrali che hanno reso celebri la band. Erotismo, horror, grottesco e una sottile vena ironica si fondono in uno spettacolo in cui ogni canzone viene trasformata in un vero e proprio quadro vivente dove fanno capolino anche brani più recenti come “Dr. Jekyll & Sister Hyde” e “Zora”, dura brani che potremmo quasi definire come “nuovi classici” della band. Fin dal primo colpo d'occhio la scenografia è impeccabile. Sul lato sinistro, rialzato dietro la batteria, troneggia l'Uomo Lupo. Davanti a lui trovano posto la Mummia e lo Zombie, mentre al centro domina la scena il Vampiro e, alla sua destra, la Morte. Sul lato opposto, anch'esso su una pedana rialzata, compare il Fantasma dell'Opera. Al centro del palco rimane un'ampia area scenica dove Steve e i performer, uomini e donne, danno vita alle diverse rappresentazioni che accompagnano i brani. Una coltre di fumo, luci soffuse e una cura quasi maniacale dei dettagli completano un'esibizione che, ancora una volta, dimostra come i Death SS non siano semplicemente una band, ma un autentico spettacolo teatrale in musica. Chiude il rituale il brano che forse rappresenta di più l’essenza della band, quella “Heavy Demons” che ancora oggi, dopo 35 anni, risulta essere un brano heavy metal praticamente perfetto, grazie ai suoi riff, al suo ritornello canticchiatile ed il suo essere dannatamente sfrontata (“We bring war, death and destruction We change the course of time. We fight to free the human madness and let the metal rise.”, mica pizza e fichi”). So che quello che sto per dire è in parte dettato dal mio essere da sempre fan della band ma, a conti fatti, credo che i Death SS siano stati i migliori headliner di questa edizione del Luppolo cosa che, per l’ennesima volta, sottolinea il livello che il metal tricolore abbia ormai raggiunto. (
Riccardo Maffiodo)