IL PARADISO DEGLI ORCHI: discorso alla nazione (Michele Sambrici, guitars)

Dal 2009 Il Paradiso Degli Orchi è una delle realtà più fresche e originali del rock alternativo e progressivo nostrano. In occasione dell’uscita del nuovo video “Slowgun”, siamo quindi lieti di ospitare Michele Sambrici, chitarrista e fondatore del combo.

Ciao e benvenuto sulle pagine di Metal.it! Ci dici qualcosa sulle vostre origini e sulla vostra storia?
Un saluto a voi e a tutti i vostri lettori, siamo onorati di essere vostri ospiti: non siamo una band metal, ma è sicuramente un genere che tutti noi apprezziamo parecchio! I nostri primi passi sono stati mossi nell’ambiente della musica indipendente bresciana a partire dal 2006, che era un momento di gran fermento e visibilità della nostra scena con tanti locali e tante realtà promotrici. Veramente stimolante. A dire il vero non ci piaceva molto essere etichettati come band prettamente “indie”, perché dava già troppo l’idea di una musica fin troppo leggera rispetto alla nostra proposta, mentre noi usavamo definizioni come power pop/rock psichedelico e ci piaceva comporre già brani parecchio lunghi e complessi. Iniziammo con Marco DeGiacomi alla batteria, Iran Fertonani alle percussioni e io chitarra, voce e tastiere; dopo vari cambi e aggiunte si aggiunse Andrea Corti al basso. Con questa formazione a quattro arrivammo fino al 2016 e lavorammo a tutto il materiale dei primi due dischi. Per un paio di anni si aggiunse anche Stefano Corti, fratello di Andrea, alle percussioni.
Quando avete deciso di scrivere testi esclusivamente in italiano?
Praticamente subito dopo la pubblicazione del nostro primo disco nel 2011. Volevamo riuscire ad esprimere al meglio il concept del nuovo album (“Il Corponauta”, 2016), e appena iniziammo a comporre venne in automatico usare l’italiano perché era più facile e immediato, visto che ne avevamo la piena padronanza. Con l’inglese bisognava tradurre, verificare, essere sicuri che fosse il modo giusto di esprimere quel concetto, ricercare per variare parole o espressioni, e poi migliorare la pronuncia e così via. Inoltre utilizzare la nostra lingua ci ha fatto sentire più autentici, perché cantare in inglese sembrava comunque un voler essere ciò che non si è. Ovviamente ci sono tanti artisti italiani che cantano benissimo in inglese e risultano davvero credibili, ma cantare in italiano ci è sembrata la scelta più onesta.

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Non è mai bello utilizzare delle etichette, ma come descriveresti la vostra musica a un neofita?
Noi ci siamo creati un’etichetta nostra per definire la nostra musica, e la chiamiamo Prop(K): una commistione di rock, pop, progressive e psichedelia; il tutto suonato con un'attitudine al limite del punk. Ci piace creare brani lunghi con cambi di tempo e di atmosfera, senza sfruttare virtuosismi, e mantenendo piuttosto l’attenzione sulla melodia e su dinamiche che possano risultare empatiche anche per gli ascoltatori.
La vostra è una formazione “atipica” per gli standard rock contemporanei: cosa vi ha spinto ad avere un ensemble così corposo?
Durante le registrazioni del disco “Il Corponauta”, il nostro produttore Fabio Zuffanti ci suggerì di arricchire il sound per giocare al massimo con le atmosfere del concept e si aggiunse quindi Andrea Calzoni al flauto. Inoltre io non ero per nulla contento della mia voce, pensavo che le canzoni del disco meritassero di più, quindi convinsi Sven Jørgensen a entrare nella band, perché lo ritenevo uno dei cantanti migliori della scena bresciana, oltre che un bravissimo tastierista e chitarrista. Infine Giacomo Piazza subentrò come unico percussionista, e si è rivelato poi anche lui un abile multistrumentista (nonché colui che ha registrato e mixato tutto il nostro ultimo disco “Samir”)
“Samir” è uscito nel 2020 in piena pandemia: quali sono stati i riscontri?
Per nostra fortuna il mondo del rock progressivo italiano è una nicchia i cui appassionati, sparsi davvero in tutto il mondo, non aspettano altro che le nuove uscite e quindi i riscontri sono stati positivi. Certamente poteva andare meglio se la pandemia non ci avesse precluso la possibilità di promuoverlo live, o più semplicemente di trovarci per lavorare meglio alla promozione attraverso siti e social. Anche le riprese del video di “Slowgun” sono state più volte rimandate e ci sono stati cambi di location, alla fine il video è uscito dopo un anno dalla pubblicazione dell'album. Eravamo comunque tutti d’accordo di non aspettare oltre, perché pubblicare un album per noi è qualcosa di liberatorio; una sorta di “indulgenza plenaria” da cui ripartire da capo con un nuovo percorso di ricerca e miglioramento. C’era più preoccupazione che l’impronta più moderna e “rockettona” del disco potesse deludere i fan del progressive, ma siamo contenti che invece sia stato ben accolto e fino ad ora abbiamo raccolto tutte recensioni più che positive.

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“Slowgun” ha un testo drammaticamente attuale se si pensa a quello che sta succedendo ora nell’Europa orientale: com’è nato questo brano?
Ti ringrazio molto per questo accostamento, anche se purtroppo stiamo parlando di una questione estremamente dolorosa e angosciante. Ad un’attenta lettura di “Samir” si nota subito quanto i testi siano impregnati di una certa critica del modello consumistico; però il nostro obiettivo non è mai stato quello di creare canzoni di protesta; infatti più che di critica parlerei di analisi, non tanto dei meccanismi, ma dei risvolti più sociali e personali. Il tutto è stato fatto in uno stile molto ermetico, e infatti il testo di “Slowgun” punta a ricreare il mondo della persuasione pubblicitaria mettendolo in ridicolo senza usare un tono da querela; da qui è nata l’idea di unire tutti gli slogan pubblicitari più famosi e meno per dar vita ad un discorso straniante. Se ci pensate, quando guardate la televisione, e vi trovate davanti anche solo tre minuti di pubblicità, le stesse assurdità che sentite nel testo della nostra canzone ve le ritrovate più o meno sparate in fila allo stesso modo. Anche i nostri politici ormai parlano solo per slogan e, durante questi eventi delicati, come guerra e pandemia, sembrano comportarsi come influencer. Tutto questo a nostro avviso anestetizza molto la capacità critica degli spettatori.
Quali sono i vostri ascolti più frequenti?
Gli ascolti di una band di sei elementi… provo a risponderti. Io personalmente ascolto rock e progressive moderni come Thank You Scientist e Closure In Moscow; mi piace molto usare Bandcamp e in questo periodo mi sono perso nel mondo del rock/prog norvegese come Moron Police, Arabs In Aspic, Gazpacho e Magic Pie. In generale nessuno di noi è settario e quindi gli ascolti sono sempre molto eterogenei quanto allineati tra noi; ascoltiamo anche artisti italiani come Calibro 35, Iononsonouncane, Fast Animals And Slow Kids; per poi passare a band come Mars Volta, Ozric Tentacles e Flaming Lips. Nel campo metal andiamo sui classici come Metallica, Iron Maiden, Angra, Blind Guardian, Pantera, Dream Theater, Opeth e Tool. In tutto questo, l’altra sera salgo in macchina di Marco che stava ascoltando Fela Kuti e mi chiede se può cambiare perché è un po’ che la ascolta: cambia CD e mette “Automobili” di Lucio Dalla. Spero di aver reso l’idea.
C’è qualche possibilità di vedervi dal vivo a breve?
Purtroppo nel breve non abbiamo nulla in programma, speriamo di sbloccare qualche situazione al più presto. In caso vi faremo sapere sicuramente!
Avete nuova musica in cantiere?
Ne abbiamo parecchia per fortuna, le idee non mancano. Abbiamo via parecchi lavori incompleti degli anni addietro, insieme ad altrettante nuove idee; sicuramente usciremo con qualcosa di nuovo quest’anno. Inoltre pubblicheremo un nuovo video registrato durante il soundcheck per le riprese del video di “Slowgun” (ci teniamo a precisare che è tutto suonato dal vivo, non è un video in playback!), nel quale facciamo un’improvvisazione in cui abbiamo fatto un bel po' di casino!
Grazie per il tuo tempo, ti lascio l’ultima parola per un messaggio ai nostri lettori.
Grazie a voi di averci ospitato! Un saluto ai vostri lettori, che speriamo di rivedere sotto un palco o anche sui nostri canali social; in ogni caso non esitate a farvi riconoscere. Supportate sempre la musica underground!

Intervista a cura di Gabriele Marangoni

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