Vision Divine: tra passato, presente e futuro (Olaf Thorsen)

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Dopo un periodo estremamente turbolento, segnato da cambi di line-up, polemiche e ritorni inattesi, i Vision Divine si ritrovano oggi in una fase tanto delicata quanto significativa della loro lunga carriera. Il ritorno di Michele Luppi, la reunion con Oleg Smirnoff e le inevitabili frizioni interne hanno riportato sotto i riflettori una delle realtà più importanti del power/prog metal italiano. Abbiamo avuto modo di parlare a lungo con Olaf Thörsen di tutto questo: dai recenti terremoti interni alla band fino al nuovo EP, passando per il rapporto con la scena metal italiana, il peso dei social, l’importanza dei manager, le difficoltà nel mantenere viva una band dopo trent’anni e il significato stesso del "vivere di musica". Ne è uscita una chiacchierata molto spontanea, sincera e a tratti anche parecchio diretta, in cui Olaf non si è limitato a raccontare i Vision Divine di oggi, ma ha condiviso anche riflessioni più ampie sul mondo della musica e su come sia cambiato negli ultimi decenni.

Volevo cominciare con una domanda legata alla tua recente ospitata a Speak of the Devil di un paio di mesi fa. Ho seguito la puntata molto volentieri e l’ho trovata una delle più interessanti fatte finora, anche perché c’era una situazione piuttosto spinosa che hai dovuto spiegare al pubblico. Senza tornare sui dettagli e sulle polemiche — che tra l’altro avevi già chiarito molto bene — ti chiederei solo un piccolo recap delle entrate e delle uscite dalla band: non tanto i motivi, ma semplicemente chi è entrato, chi è uscito e come vedi la formazione attuale. Ci sono stati parecchi cambiamenti, uno in particolare molto importante e, se non ho capito male, in questo momento avete anche una sola chitarra...
Come è sotto gli occhi di tutti, questo è stato un anno davvero radicale per la formazione della band, perché ci sono stati una serie di cambiamenti a catena, peraltro non contemporanei, e questo ha reso tutto ancora più complicato. Facendo un riassunto: la prima uscita è stata quella di Ivan Giannini dalla posizione di cantante, verso la fine del 2024. Quella è stata un’uscita abbastanza pesante e totalmente unilaterale, comunicata freddamente tramite un messaggio. Da lì abbiamo dovuto prendere atto della situazione e decidere come andare avanti. È importante specificare che Ivan se n’è andato di sua spontanea volontà, senza alcun preavviso, dopo l’ultima prova fatta in preparazione alla prima data del tour di "Blood and Angels' Tears". A quel punto abbiamo deciso di ricontattare Michele Luppi. E ci tengo a chiarire una cosa: non è stato "preso Michele e mandato via Ivan". Ivan se n’era già andato. Michele è stato contattato qualche mese dopo e il suo ingresso, ovviamente, ha comportato un nuovo ordine degli equilibri interni, soprattutto a livello compositivo. Se prendi Michele Luppi non stai prendendo un semplice turnista che entra per caso in un gruppo. Stiamo parlando di un musicista importante, che oltretutto tornava nella sua prima band. Questo inevitabilmente ha portato a una ridefinizione di certi meccanismi e, purtroppo, all’uscita di Alessio Lucatti, con tutta la serie di polemiche che ne sono seguite e che sinceramente non ho interesse a rivangare. Infine è arrivata anche l’uscita di Federico. Dopo quasi venticinque anni insieme è stato ovviamente un trauma, ma la sua è stata una decisione molto diversa dalle altre. Non c’è stato nervosismo o litigio: semplicemente sentiva da tempo il bisogno di fare altro. Quando una persona arriva a maturare una scelta del genere, non puoi obbligarla a restare. A quel punto abbiamo deciso di non inserire immediatamente un nuovo membro e di tornare a una formazione a cinque elementi, un po’ come ai tempi di "Stream of Consciousness".

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E per quanto riguarda Oleg? Qual è stata l’idea dietro il suo ritorno?
Qui bisogna essere onesti. Michele, al suo ingresso, aveva espresso la volontà di ricostruire la line-up di "Stream of Consciousness" e "Perfect Machine". Questa cosa ha creato problemi importanti, soprattutto con Alessio. Io mi sono trovato in difficoltà perché sono amico di entrambi e stiamo parlando di due musicisti molto diversi tra loro, ma entrambi bravissimi. All’epoca avevo chiamato Oleg nella band perché sono sempre stato un suo grandissimo estimatore, ma al tempo stesso avevo passato quasi vent’anni con Alessio. Ho cercato di spiegare subito a Michele che non ero completamente d’accordo con quella situazione, ma allo stesso tempo era complicato gestirla. Alla base c’erano vecchi rancori risalenti ai tempi di "The 25th Hour", cose che tra loro non erano mai state realmente chiarite. Con il passare dei mesi si è creata una situazione di reciproca disistima che ha reso impossibile trovare un punto d’incontro. Io mi assumo le mie responsabilità: probabilmente, per affetto verso entrambe le parti, ho lasciato galleggiare troppo la situazione pensando che due persone adulte potessero chiarirsi da sole. Non è successo. A un certo punto, da mastermind della band, ho dovuto prendere una decisione. E sono stato molto chiaro: Michele Luppi sarebbe stato il cantante dei Vision Divine. Su questo punto non ero disposto a tornare indietro. Non era una scelta imposta contro la volontà del resto della band: eravamo tutti d’accordo. Ma quando i problemi personali degli altri diventano un problema per l’intera band, a un certo punto qualcuno deve decidere.
Quindi, da quello che si evince dalle tue parole, resterete con una sola chitarra. Questo comporterà anche un maggior spazio per basso e tastiere, vista la qualità dei musicisti che avete in formazione?
Torneremo sostanzialmente a fare quello che avevamo fatto agli inizi della nostra storia. In studio abbiamo sempre ragionato come una band a cinque elementi, praticamente fino al penultimo disco, quindi dal vivo non faremo altro che riportare quell’approccio anche sul palco. Quando nacque il confronto tra Labyrinth e Vision Divine, la differenza più marcata era proprio questa: nei Labyrinth ci sono sempre state due chitarre principali che costruivano gran parte del sound, mentre le tastiere avevano un ruolo più di supporto. Nei Vision Divine, invece, le tastiere hanno sempre avuto un’importanza molto maggiore all’interno delle composizioni. Il mio piccolo rammarico, semmai, è quello di non aver potuto dare ancora più spazio a Federico nel corso degli anni, come magari succedeva proprio nei Labyrinth. Però musicalmente avrebbe significato stravolgere certe sonorità che sono sempre state parte integrante dell’identità dei Vision Divine.
Ho guardato con molta attenzione l’artwork del disco. È pieno di elementi: la scacchiera, il castello, questo angelo meccanico, il pendolo, gli ingranaggi… Come si collegano tutti queste cose diverse?
Il concept, pur essendo un mini concept, racconta fondamentalmente la storia della line-up attuale. C’è questa figura di orologiaio magico che controlla gli orologi che rappresentano le vite delle persone. Ad un certo punto si accorge che una clessidra si è bloccata e decide di rimetterla in moto dopo diciotto anni. È un’allegoria abbastanza evidente del fatto che io, Michele e Oleg siamo tornati a lavorare insieme. Nella copertina ci sono anche diversi easter egg legati ai dischi del passato. L’angelo richiama "Perfect Machine", la torre con la finestra è un riferimento a "Stream of Consciousness" e accanto compare anche il pendolo di "The 25th Hour". La scacchiera, invece, rappresenta metaforicamente l’ultimo anno vissuto dalla band: una vera e propria partita a scacchi.

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Nel disco avete riproposto anche tre vecchi brani. Su questo tema i musicisti spesso si dividono: c’è chi sostiene che un pezzo, una volta registrato, debba restare intoccabile e chi invece ama reinterpretarlo con i mezzi e l’esperienza di oggi. Qual è stata la vostra motivazione?
La motivazione è stata molto semplice: ci siamo rimessi insieme dopo tantissimo tempo e ci incuriosiva capire come quei brani potessero suonare oggi. Con musicisti diversi rispetto a vent’anni fa, con tecnologie diverse, con nuove modalità di registrazione e soprattutto con un Michele Luppi completamente diverso rispetto a quello dell’epoca. Ci incuriosiva sentire come avrebbe reinterpretato oggi certi pezzi. Io, sinceramente, sono sempre stato abbastanza contrario a questo tipo di operazioni, ma in questo caso aveva un valore simbolico. Abbiamo scelto di reinterpretare soltanto brani già cantati da Michele anche per evitare inutili confronti con altri cantanti. Non volevamo alimentare discussioni del tipo "canta meglio lui o canta meglio un altro". Non era quello il punto.
Quindi state già lavorando a materiale nuovo?
Assolutamente sì. In questo momento abbiamo addirittura ventitré canzoni. Avevo già iniziato a scrivere materiale durante la prima parte del concept di "Blood and Angels’ Tears" e, con l’ingresso di Michele, ho continuato a comporre. A oggi credo che tre brani siano già praticamente pronti. Continueremo comunque a scrivere perché, di questo passo, potremmo tranquillamente arrivare ad avere materiale per più dischi. Dal punto di vista live torneremo presto in Sud America, stiamo trattando qualcosa per il Giappone e tra poco inizieremo anche nuove date europee. Siamo una band a cui piace davvero suonare dal vivo. E anche il nuovo disco è stato registrato con questa mentalità: poche sovraincisioni, arrangiamenti reali, cose che possiamo davvero portare sul palco.
Oggi la scena italiana mi sembra molto diversa rispetto a venticinque o trent’anni fa. Ci sono tante band valide che vengono chiamate nei festival internazionali. Secondo te perché è cambiata così tanto la percezione della scena italiana?
Perché certi cambiamenti richiedono tempo. Oggi si raccolgono i frutti del lavoro iniziato negli anni Novanta da band come Labyrinth, Rhapsody, Vision Divine e Lacuna Coil. Io l’ho sempre detto: la scena italiana ha sempre avuto musicisti fortissimi. Quello che ci è mancato per anni non era la qualità musicale, ma la gestione dell’immagine e soprattutto la figura del manager. Negli anni Novanta le band italiane praticamente non avevano manager. E il manager è fondamentale perché è la figura esterna che ti guarda dall’alto, capisce come valorizzarti e sa venderti nel modo corretto. Gli americani e i tedeschi sono sempre stati bravissimi in questo. Noi magari costruivamo una "piramide d’oro" ma non eravamo capaci di mostrarla nel modo giusto. Oggi internet e i social hanno ridotto un po’ questo gap, ma secondo me il ruolo del manager resta ancora fondamentale.
Hai avuto una carriera lunghissima e hai suonato in band importantissime. Quali sono oggi gli obiettivi di un musicista esperto come te?
Ti ringrazio per le belle parole, anche se sinceramente io vedo più rimpianti che soddisfazioni. Ci sono tante cose che, tornando indietro, farei diversamente. Però una cosa l’ho sempre detta fin dalle primissime interviste: a me non interessa vivere di musica. Io vivo per la musica. Per me la musica è sempre stata uno sfogo, una necessità. Non mi interessa essere il guitar hero o il virtuoso che sale sul palco per mettersi in mostra. La soddisfazione più grande è sentire un ritornello cantato dal pubblico. La musica, per me, è sempre il risultato di più persone che condividono passione, esperienze e idee. E probabilmente sono ancora qui proprio perché mi sono sempre circondato di persone che avevano la stessa passione. Anche le persone con cui ho litigato o con cui ho avuto problemi, alla fine, hanno comunque contribuito a creare dischi che oggi ascolto ancora con soddisfazione. Per questo provo gratitudine verso tutti quelli che hanno fatto parte del mio percorso.”
Intervista a cura di Rix619

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