Copertina 8

Info

Anno di uscita:2012
Durata:46 min.
Etichetta:Doomentia Records

Tracklist

  1. UNDER THE HOOF
  2. PILE OF SEVERED HEADS
  3. GRENGUS
  4. DROWNED IN GOLD
  5. WASTE FOR GHOULS
  6. AWAKEN HORROR OF TUUL
  7. BROUGHT BACK
  8. TO RIDE THE LEVIATHAN

Line up

  • Sergio "Rambo" Robles: Bass
  • Julen Gil: Drums
  • Javier Gálvez: Guitars, Vocals

Voto medio utenti

Innanzitutto precisiamo che Grengus non è il secondo, bensì il quarto album di questa band basca, partita con il monicker Rhino ed approdata ad Horn of the Rhino per problemi di omonimia. Con il nuovo nome nel 2010 è uscito Weight Of Coronation, splendido esempio di stoner sludge, che mischiava gli High on Fire con i Soundgarden (ma anche gli Alice in Chains, direi). Il nuovo album potrebbe essere recensito in due modi: utilizzando il precedente come pietra di paragone o giudicandolo per quello che è in sé. Partiamo dalla seconda che ho detto e ci troviamo con un estremo, annichilente incrocio di Bolt Thrower e Autopsy, dei Motorhead più ignoranti con le sonorità acide dei primi Soundgarden. Musica per farsi del male, per far esplodere il cervello. L'attacco con Under The Hoof e Pile Of Severed Heads è impressionante. Su questa base si vanno ad
innestare anche influenze black metal, naturalmente quello più grezzo, tipo Darkthrone, che si fanno sentire nella sopracitata Pile of Severed Heads o in pezzi come Awaken Horror Of Tuul. Le urla del singer accompagnano perfettamente un tale assemblaggio di suoni. A rendere il sound particolare è l'onnipresente richiamo ai Soundgarden, quasi ipnotico (nella parte finale di Under The Hoof i riff di chitarra sono rubati da Jesus Christ Pose). Unici retaggi di Weight Of Coronation sono la title track e la lunga Brought Back, dove Alice in Chains e la band di Chris Cornell si
uniscono ai primi Melvins, quelli più pesanti e monocordi. Quindi, se preso in sé, Grengus è un capolavoro; all'inizio di difficile digestione per me, ma poi mi sono scoperta ad amarlo. Se paragonato all'album di due anni fa, ne esce un po' ridimensionato. Innanzitutto il cantato pulito di Javier Gálvez, che aveva fatto meraviglie in quanto ad interpretazione, qui viene limitato alla title track. Poi i rallentamenti estremi e le stranianti trovate stilistiche sono scomparsi, a favore della velocità, anch'essa estrema, e di una semplicità che predilige l'impatto alla tecnica. E, diciamolo, le similitudini con gli High on Fire sono veramente smaccate. Questa dicotomia di giudizio non mi ha permesso di segnalare Grengus come top album ma resta, comunque, un gioiellino altamente consigliato agli amanti del genere!
Recensione a cura di Laura Archini

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