Need - Hegaiamas: A Song For Freedom

Copertina 7

Info

Anno di uscita:2017
Durata:63 min.
Etichetta:Self-Produced

Tracklist

  1. REMEMORY
  2. ALLTRIBE
  3. THERIANTHROPE
  4. RIVERTHANE
  5. TILIKUM
  6. I.O.T.A.
  7. HEGAIAMAS

Line up

  • Jon V.: vocals
  • Ravaya: guitars
  • Anthony: keyboards
  • Victor: bass
  • Stelios: drums

Voto medio utenti

A tre anni di distanza dall'acclamato "Orvam: A Song For Home", tornano i greci Need, con un album strutturalmente identico (sette tracce, di cui la sesta è un dialogo tra due persone) che dovrebbe essere il terzo capitolo di una trilogia dal concept sempre poco chiaro e non ben precisato (inutile dire che questo full-length dovrebbe parlare di libertà, ndr).

"Hegaiamas: A Song For Freedom" è uno di quei dischi progressive metal in grado di mettermi in seria difficoltà (come a suo tempo fece ":KTONIK:" dei Votum), ponendomi davanti al fastidioso quesito: "sono io che non capisco un tubo, o davvero tanto ermetismo musicale a volte non paga quanto dovrebbe?".

I Need sanno suonare e sanno scrivere buone canzoni, su questo non ci piove, ma non li trovo sempre efficaci: tra richiami più o meno velati a band del calibro di Evergrey (con cui sono attualmente in tour), Dream Theater e Fates Warning, i nostri hanno il vizio di far durare i brani sempre più del necessario e di non "spingere" a sufficienza su quelli che sarebbero indubbiamente i loro punti di forza (ad esempio un certo gusto per gli arrangiamenti più soffusi, azzeccati inserti di voce femminile, momenti di coinvolgente teatralità).

L'heavy-prog canonico di "Rememory" prelude alla più elaborata "Alltribe", impreziosita da ottimi assoli di chitarra e tastiere. "Therianthrope" è sinistra, pesante, dark, con buone sfumature elettroniche di matrice alternative. "Riberthane" ricorda il sound di "Systematic Chaos", e potrebbe essere un brano da head-banging se la strofa non fosse tanto "storta" dal punto di vista ritmico; buono il ritornello, prolissa la coda. Luci e ombre anche per "Tilikum", sulla scia del primo brano (torna anche la voce femminile), con un cantato più teatrale e un gustoso break dal sapore orientale. Il "colpo di scena" è la successiva "I.O.T.A.", un dialogo lui/lei evocativo e riuscito, sonorizzato dalle tastiere di Anthony. La lunga titletrack dovrebbe essere la ciliegina sulla torta ma suona un po' pasticciata: l'intro di pinkfloydiana memoria (ricordate "Sorrow"?), sonorità esotiche, ancora Dream Theater, riff un po' abusati, frammenti di scuola neo-progressiva, una coda epica che strizza l'occhio a Ray Alder senza raggiungerne le vette artistiche, altre parti recitate. Mah.

Complessivamente la prova direi che è discreta: rimane quel senso di "occasione mancata" ma, come confessato in apertura, magari "sono io che non capisco un tubo"...
Recensione a cura di Gabriele Marangoni

Ultime opinioni dei lettori

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Ultimi commenti dei lettori

Inserito il 22 gen 2017 alle 07:40

quindi mettendo a sistema le vostre opinioni c'ho preso :D

Inserito il 21 gen 2017 alle 23:43

Concordo con il non capire un tubo :-) Disco di livello leggermente superiore, tra il 7,5-8

Inserito il 21 gen 2017 alle 16:00

Concordo con le valutazioni fatte, per me è un 6,5. Le capacità ci sono, ma la noia appare in più di un'occasione....

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