Heaven Denies - The Essence Of Power pt. 1

Copertina 7,5

Info

Genere:Power Metal
Anno di uscita:2019
Durata:49 min.
Etichetta:Infinite Records

Tracklist

  1. THE SKY CALLS TO US
  2. CALL ME WHENEVER
  3. FLYING THROUGH THE TIME
  4. THE SIGN OF THE CROSS
  5. THE ANGEL OF DEATH (HAS DIED)
  6. ARCH ENEMY
  7. METAL PRIDE
  8. BORN TO BURN
  9. LOVE ME FOREVERMORE
  10. END OF TIME

Line up

  • Iliour Griften: vocals
  • Alessio Corritore: guitars
  • Filippo Taiuti: bass
  • Lorenzo Biondi: drums

Voto medio utenti

Pur essendo un disco dedito a sonorità che adoro da sempre, ho faticato un po' ad inquadrare a pieno questo "The Essence Of Power pt. 1", opera prima degli HEAVEN DENIES di Iliour Griften, dietro il cui nome d'arte si "cela" Giuseppe Sbriglio, cantante che negli ultimi anni è passato da una collaborazione all'altra, passando dai greci Clairvoyant ai Gabriels, dagli Harmonium al Vivaldi Metal Project del Maestro Mistheria, solo per rimanere nel territorio del symphonic/power metal.

Evidentemente desideroso non solo di cantare in formazioni altrui, è diventato il mastermind di questo progetto in maniera "malmsteeniana", in cui si è occupato non solo di comporre, scrivere e suonare ogni brano ma anche di produrre, mixare e masterizzare l'album; non pago, si è avvalso di numerosissime collaborazione, anche piuttosto illustri, che tra i nomi di spicco vedono il nome di Matias Kupiainen degli Stratovarius, Alex Landenburg, neo batterista dei Kamelot e di altri 800 gruppi, Dino Fiorenza dei Metatrone (ed anche lui altri 500), Federico Gatti dei Wind Rose, ovviamente Gabriele Crisafulli dei Gabriels e molti altri; insomma, un qualcosa di ambizioso e probabilmente anche assai difficile da gestire in ogni suo aspetto, nonostante la meticolosità del bravo Iliour che è evidente sia in questioni simboliche (il disco usciva il 14 settembre - ci scusiamo per il grande ritardo - data di nascita del povero Andre Matos) sia in questioni pratiche, con un bellissimo box metallico serigrafato a custodire cd e booklet con una copertina di grande effetto scenico.

Il power metal melodico proposto da Iliour pare essere una sorta di omaggio, di ringraziamento più che altro, ad una scena che prima di ridimensionarsi fortemente ha visto negli anni '90 una consacrazione a livello globale, per merito di band come perlappunto Stratovarius, Angra, Edguy, Kamelot, ma anche Labyrinth tanto per fare un nome della nostra rappresentanza italica che senza dubbio si riallaccia al monicker scelto per raffigurare questa realtà.

Realtà che sinceramente ho impiegato un po' a metabolizzare e me ne dispiace poichè è stato a causa di un elemento di cui spesso critico la troppa uniformità nelle mie recensioni, ovvero la produzione: qui devo ammettere che mi ha spiazzato, abituato come sono negli ultimi anni ad i classici suoni cristallini iper pompati e compressi (tutti uguali) delle produzioni di power o symphonic metal fatte col copia incolla e che letteralmente detesto. Nonostante questa mia idiosincrasia, non è stato facilissimo tornare su sonorità un po' desuete ma senza dubbio più riconoscibili ed autentiche, ma su cui è impossibile non riscontrare delle lacune talvolta importanti, senza le quali "The Essence Of Power pt. 1" non solo sarebbe assai più accessibile in maniera immediata ma gioverebbe non poco al risultato finale, specie per quanto riguarda i suoni di batteria (rullante in primis) e tastiera che, nonostante il grande lavoro di Gabriels, spesso mancano di quella potenza e di quella sensazione di "avvolgimento", risultando un po' poveri perlopiù in brani che spesso poggiandosi in territori sinfonici avrebbero una spinta non indifferente; incredibilmente ottimo e ben bilanciato invece il basso, sempre visibile ma non invadente con Fiorenza sugli scudi.

Detto questo, il disco è la classica opera che non basandosi su melodie scontate e banali non riesce a catturare sin dal primo ascolto, anzi a dirla tutta la prima impressione potrebbe lasciare alquanto freddini, ma che successivamente e con attenti ascolti inizia ad entrare in testa sempre di più, fino al ritrovarsi incosciamente a canticchiare melodie e ritornelli in cui mi chiedevo "oddio, che pezzo del mio passato sto cantando?!" senza riuscire a darsi la risposta finchè tornando a casa e rimettendo su gli Heaven Denies mi rendevo conto di quanto mi fosse entrato dentro senza che me ne accorgessi.

Il disco, al netto delle due brevissime intro ed outro, parte con due brani in piena chiave power metal, elegante e malinconica, con la doppietta "Call Me Whenever", che mi ha ricordato le sonorità trance dei Maze of Heaven di Andrea de Paoli (ex Labyrinth) e la successiva "Flying Through The Time", in cui Iliour dimostra una notevole potenza vocale ma che deve riuscire a tenere maggiormente sotto controllo in paio di passaggi, per poi addivenire alla parte centrale "oscura" dell'album, composta dal trittico "The Sign Of The Cross", "The Angel Of Death (Has Died)" ed "Arch Enemy", senza dubbio la sezione più difficile ed ostica, dove quei problemi con i suoni e le tastiere emergono in maniera maggiore, minando un po' il risultato finale che tuttavia viene assicurato da linee vocali coraggiose ma funzionali e taglienti assoli di chitarra. Momenti drammatici e più intensi, lontani dal power metal più solare e spensierato, che tuttavia non riescono a convincere nella fin troppo arzigogolata "The Angel Of Death (Has Died)", caratterizzata anche da una parte in growl decisamente poco godibile, al contrario della cupa e grintosa "Arch Enemy".

Da qui in poi gli Heaven Denies cambiano decisamente strada ed il disco decolla a partire dalla sinfonica "Metal Pride", dove spicca un bell'assolo di finalmente rivalutate tastiere, per poi dare il meglio di se' con "Born to Burn" - il brano in cui è ospite Kupiainen sebbene non sia questa la motivazione principale - rappresentata così intensamente da un chorus fiero e battagliero ed un'apertura di tastiere molto Johansson anni '80, e la ancor migliore track conclusiva "Love Me Forevermore" che non è una ballad come il titolo potrebbe lasciar presagire, ma un malinconico mid-tempo che richiama alla mente i vecchi Kamelot con Khan alla voce.

Di imperfezioni qua e la' ce ne sono e senza dubbio al netto di dover fare tutto da soli si può e si deve migliorare, ma la realtà è che a livello di emozioni mi ha lasciato più questo album, sebbene necessiti di parecchi ascolti, rispetto ad altri decisamente perfetti sotto il profilo formale ma che grattando sotto la superficie cromata lasciavano intravedere solamente plastica.

Recensione a cura di Gianluca 'Graz' Grazioli

Ultime opinioni dei lettori

Non è ancora stata scritta un'opinione per quest'album! Vuoi essere il primo?

Ultimi commenti dei lettori

Non è ancora stato scritto nessun commento per quest'album! Vuoi essere il primo?
Queste informazioni possono essere state inserite da utenti in maniera non controllata. Lo staff di Metal.it non si assume alcuna responsabilità riguardante la loro validità o correttezza.