Copertina 6,5

Info

Genere:Gothic / Dark
Anno di uscita:2020
Durata:52 min.
Etichetta:Lupus Lounge

Tracklist

  1. SANCTUM
  2. DON'T LOOK NOW
  3. VERONICA'S ROOM
  4. HE IS HERE
  5. COTARD
  6. BLACK HOUSE
  7. HEART
  8. MUTE GOD
  9. EARTH HOUR

Line up

  • sG: vocals, guitar
  • Ar: guitar
  • Naamah Ash: bass
  • Erebor: drums

Voto medio utenti

Da anni ormai, nei pomeriggi di ozio al Bar del Metallo, divampa il dibattito circa l’appartenenza o meno dei Secrets of the Moon all’oscura galassia dell’estremo.
Ebbene: la discussione -che, ad onor del vero, già in occasione del precedente “Sun” acquisiva contorni piuttosto pretestuosi- viene tarpata definitivamente dal neonato “Black House”.

Il settimo full length del quartetto teutonico recide in modo tombale ogni rimando alle influenze black, doom e post, in favore di più suadenti sentori gothic e grunge, senza dimenticare un tocco dark ottantiano alla Fields of the Nephilim.
Quindi spazio a clean vocals, produzione dal notevole nitore, distorsione gentile delle chitarre e brani dalle architetture canonicamente rock.

Lo so, lo so: si tratta di un percorso di evoluzione a cui dozzine di band hanno strizzato l’occhio (alcune delle quali, tra l’altro, già un quarto di secolo fa).
Discutiamo quindi di un approdo sonoro di innegabile ammorbidimento, piuttosto anacronistico, tutt’altro che originale… ma non per questo da demonizzare!

Black House” infatti, pur non facendo gridare al miracolo, si rivela ascolto piacevole ed appagante.
Merito di composizioni come “Don’t Look Now” e la title track, pregne di una livida mestizia in grado di evocare lo spirito degli Alice in Chains, come “Veronica’s Room”, che trasuda Tiamat da ogni poro, o come “Earth Hour”, sorta di ponte aureo in grado di collegare i Paradise Lost di “Draconian Times” e gli Amorphis di “Am Universum”.

Peccato per l’assenza di una hit tritatutto (che in un platter del genere sarebbe servita come il pane) e per l’eccessiva staticità del songwriting (molte strofe paiono pressoché sovrapponibili, e gli strappi ritmici si contano sulle dita di una mano).
Oltre a ciò, alcuni brani suonano piuttosto sottotono; citerei in tal senso la superflua “Cotard” e l’appesantita doppietta “Heart” / “Mute Gods”.

Al netto delle criticità appena esposte, “Black House” finisce comunque nei miei annali come ennesimo buon capitolo di una discografia solida e cangiante al tempo stesso.
I Secrets of the Moon non avranno più nulla a che spartire con la band che furono, e con ogni probabilità i tempi migliori sono ormai alle spalle; tuttavia, i Nostri dimostrano di avere ancora qualche cartuccia da sparare.
A voi decidere se farvi colpire o meno.

Recensione a cura di Marco Cafo Caforio

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