Transatlantic - The Absolute Universe: The Breath Of Life (Abridged Version)

Copertina 8

Info

Genere:Prog Rock
Anno di uscita:2021
Durata:64 min.
Etichetta:InsideOut Music

Tracklist

  1. OVERTURE
  2. REACHING FOR THE SKY
  3. HIGHER THAN THE MORNING
  4. THE DARKNESS IN THE LIGHT
  5. TAKE NOW MY SOUL
  6. LOOKING FOR THE LIGHT
  7. LOVE MADE A WAY (PRELUDE)
  8. OWL HOWL
  9. SOLITUDE
  10. BELONG
  11. CAN YOU FEEL IT
  12. LOOKING FOR THE LIGHT (REPRISE)
  13. THE GREATEST STORY NEVER ENDS
  14. LOVE MADE A WAY

Line up

  • Neal Morse: vocals, keyboards, acoustic guitars
  • Roine Stolt: electric guitars, percussion, vocals
  • Pete Trewavas: bass, vocals
  • Mike Portnoy: drums, vocals

Voto medio utenti

Tendo a cercare “l’effetto sorpresa” in ogni disco che mi accingo ad ascoltare, ma riconosco di peccare di incoerenza nel momento in cui vado ad affrontare una band come i Transatlantic. Non per giustificarmi, ma perché dovrei aspettarmi stravolgimenti stilistici da una formazione che in 21 (!) anni di carriera ha registrato solo 5 album di vecchio (in molti sensi) e sano progressive rock ai suoi massimi livelli?

Fatta questa doverosa premessa, non posso non accogliere a braccia aperte il nuovo “The Absolute Universe: The Breath Of Life”, fratello minore (perché non si può chiamare “versione ridotta”) del doppio “The Absolute Universe: Forevermore”, in mano al buon Pippo.

Archiviata la palpabile stanchezza creativa del comunque ascoltabile “Kaleidoscope”, i nostri hanno optato per una formula affine al più riuscito “The Whirlwind”, con una lunga traccia divisa in episodi ispirati tanto alle rispettive carriere soliste dei membri coinvolti (Neal Morse e Roine Stolt in primis) quanto ai precedenti lavori a marchio Transatlantic.

Spiccano i brani più corali, come l’intensa “Overture” o la successiva “Reaching For The Sky”, ma anche i momenti più propriamente “solistici” (penso, tra gli altri, a “Higher Than The Morning” o alla conclusiva “Love Made A Way”, che trasudano Neal Morse da tutti i pori) sono da manuale per gusto e arrangiamenti.

Immancabili (avevate dubbi?) anche gli omaggi ai grandi del passato, come nel caso di “Owl Howl” (spigolosa alla maniera dei King Crimson di John Wetton), “Belong” (che profuma di Yes) o “The Greatest Story Never Ends” (che strizza l’occhio ai Kansas degli esordi). La sbavatura si intitola “Solitude” (una ballad piuttosto insipida come lo era “Shine” nel sopraccitato “Kaleidoscope”), ma è un peccato perdonabile alla luce del risultato finale.

Bentornati Transatlantic!

Recensione a cura di Gabriele Marangoni

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