Copertina 9,5

Info

Anno di uscita:1993
Durata:61 min.
Etichetta:EMI

Tracklist

  1. SHAKE MY TREE
  2. WAITING ON YOU
  3. TAKE ME FOR A LITTLE WHILE
  4. PRIDE AND JOY
  5. OVER NOW
  6. FEELING HOT
  7. EASY DOES IT
  8. TAKE A LOOK AT YOURSELF
  9. DON'T LEAVE ME THIS WAY
  10. ABSOLUTION BLUES
  11. WHISPER A PRAYER FOR THE DYING

Line up

  • David Coverdale
  • Jimmy Page
  • Jorge Casas
  • Ricky Phillips
  • Denny Carmassi
  • Lester Mendel
  • John Harris
  • Tommy Funderburk
  • John Sambataro

Voto medio utenti

"Slip Of The Tongue" non vende come "1987", e David Coverdale decide di mettere i Whitesnake in stand-by per qualche anno. Dal canto suo, Jimmy Page continua nel proprio anonimato post Led Zeppelin, il cui scioglimento risale ormai al 1980, all'indomani della tragica scomparsa di John Bonham. L'ultimo album solista "Outrider", peraltro molto bello, è roba vecchia di ormai cinque anni.

Immagine


Accade tuttavia che il cantante ed il chitarrista siano entrambi sotto contratto per la Geffen, così l'A&R John Kalodner propone ai due un super progetto da condividere assieme, alla faccia di quel Robert Plant che continua a tarpare le ali ad ogni sogno di reunion dei Led Zeppelin. Non è un mistero che, nel recente passato, sir Robert abbia usato parole di fuoco nei confronti di Coverdale, soprattutto per quella "Still Of The Night" da lui considerata nient'altro che una banale clonazione in chiave moderna di "Black Dog". Da quale parte stia la ragione non è ovviamente oggetto di discussione in questa sede, resta il fatto che le voci su un'inedita collaborazione tra i due giganti dell'hard rock inglese iniziano a spifferare verso la metà del 1991. Il frutto di un simile "clash of the titans" si rivela in tutto il proprio splendore nella primavera del 1993, scuotendo fin dalle fondamenta l'intero universo musicale. Sappiamo benissimo che, in quel periodo, il mercato discografico è concentrato sulle uggiose atmosfere di Seattle, con i suoi gruppi che escono allo scoperto direttamente dalle cantine, per cantare disagio esistenziale e "male di vivere".

Ci volevano giusto David Coverdale e Jimmy Page per catalizzare altrove l'attenzione e spostare temporaneamente quei riflettori perennemente puntati su Pearl Jam, Alice In Chains e compagnia.
L'album s'intitola semplicemente "Coverdale Page", esattamente come il nome del novello gruppo, completato per l'occasione dal batterista Denny Carmassi (già con Montrose e Heart), e dal bassista Jorge Casas (precedentemente nei Miami Sound Machine).

"Io e Jimmy non avremmo avuto bisogno di manager per metterci d'accordo, sarebbe stata sufficiente la nostra stretta di mano, da veri uomini di parola. Furono anzi loro a rovinare la partnership, perché fra noi non ci fu mai nessun problema" mi confessò David Coverdale in un'intervista pochi anni dopo. Il suono che Mike Fraser applica al disco è molto asciutto, specialmente nel drum beat del succitato Carmassi, un’accortezza utilizzata probabilmente per non rischiare di oscurare le due star della situazione, ed è palese nell’emozionante alternarsi delle singole canzoni che ci troviamo davanti ad uno studiato “esperimento” White Zeppelin o Led Snake, a seconda dei gusti. “Presence” si erge sovente ad album di riferimento di Jimmy, per produzione ma anche ispirazione artistica: l’opener “Shake My Tree” sembra infatti la continuazione di “Nobody’s Fault But Mine”, e la successiva “Waiting On You” ricorda da vicina l’hard rock secco e viscerale di “For Your Life”. Quando è il momento di “accontentare” Coverdale, spuntano invece due ballad poco meno che clamorose: la struggente “Take Me For A Little While”, ma soprattutto la spettacolare “Take A Look At Yourself”, la cui “innocenza” melodica risulta lontana anni luce dai Whitesnake “hair metal”, per ricollegarsi direttamente al periodo “Lovehunter”/“Ready An’ Willing”.

Gli Zep del bucolico “III” vengono citati in “Pride And Joy”, ma è quando si cementa l’unione alchemica tra i due che “Coverdale Page” diventa addirittura mostruoso. Mi riferisco al pazzesco trittico finale, che consegna letteralmente l’album al “gotha” del genere: dal blues apocalittico di “Don’t Leave Me This Way”, passando per il riff spaccamontagne di “Absolution Blues”, fino ad una “Whisper A Prayer For The Dying” che ridefinisce i limiti dell’hard rock fino a sfociare praticamente nel metal.

Il solito Plant “lingua lunga” dice che ascoltare questo disco è come assistere a Terminator 2, sentenza pronunciata ovviamente in modo sprezzante. Spero, anche se ne dubito fortemente, che Robert non abbia mai visto su YouTube i concerti tenuti ad Osaka dalla band: in caso contrario, i travasi di bile sarebbero garantiti.

Recensione a cura di Alessandro Ariatti

Ultime opinioni dei lettori

Non è ancora stata scritta un'opinione per quest'album! Vuoi essere il primo?

Ultimi commenti dei lettori

Inserito il 18 ago 2021 alle 16:16

Ciao Ennio. Grazie come sempre. Sai, il discorso di mettere un "genere" contro un altro è sempre stata l'arma funzionale per creare le nuove mode. Almeno finché si vendevano dischi. Oggi è uno strumento vecchio ed obsoleto, completamente fuori contesto storico. Certi dischi gridano vendetta, soprattutto per l'accoglienza dei media del periodo, che gli hanno precluso ogni possibilità di successo. I primi anni 90 sono un'epoca in cui, ancora, la mannaia dei magazines influenzava i gusti del pubblico. Oggi, dato che non si vende più un cavolo e che la gente ha tutto a portata di clic, è un giochino che non potrebbe funzionare. Per quanto riguarda "Coverdale/Page", lo ritengo l'ultimo capolavoro hard rock, l'ultimo dei Mohicani per capirci. Poi un sacco di replicanti, magari bravi, ma sempre replicanti sono.

Inserito il 18 ago 2021 alle 14:18

Grande recupero, bravissimo. Sono sempre stato un fanatico del suono di questo disco e di Mike Fraser in particolare, che contribuisce sì ad asciugare un po' il suono a favore dei due protagonisti, ma che riesce alla perfezione a far suonare Page moderno (nel senso di non datato). C'è qualche eccesso di brillantezza e di patina qua e là, ma nei primi anni '90 era così...o il sound di Seattle (perché dover metterli in contrapposizione, poi? a me piacevano entrambi, per motivi diversi). Disco che conosco a memoria. Così come a memoria ricordo tutta la carrellata di stupidaggini che Plant diceva (o faceva dire agli scappati di casa del suo gruppo di ragazzetti) contro questo disco e i suoi autori. Pessimo Plant.

Queste informazioni possono essere state inserite da utenti in maniera non controllata. Lo staff di Metal.it non si assume alcuna responsabilità riguardante la loro validità o correttezza.