Con “
Phoenix” gli spagnoli
Xtasy compiono un bel passo in avanti nel loro percorso di crescita espressiva, consolidando il propizio rapporto di collaborazione con
Erik Mårtensson (W.E.T., Eclipse, ...), uno dei grandi protagonisti, nelle vesti di musicista, autore e “regista” sonoro, dell’odierna scena dell’
hard melodico.
Non so dire con precisione in quale misura l’ingresso in formazione di
Javi Herrero (Zenobia) alla batteria e
David Zarzosa al basso abbia contribuito fattivamente al risultato finale, ma ciò che oggi, rispetto al pur encomiabile passato (soprattutto quello più recente) è cambiato, è la coesione e l’organicità del suono, in lodevole equilibrio tra grinta e melodicità, il tutto condito da una significativa dose di “ruffianeria”, di un tipo adeguato ai gusti odierni degli estimatori del genere.
In un mercato di riferimento in cui l’approccio scandinavo alla materia è tra i più apprezzati, gli iberici riescono ad impossessarsene senza eccessi manieristici e, vista anche la conduzione vocale femminile e l’apporto di “Re Mida”
Mårtensson, la scelta di definire la loro proposta musicale una sorta di Eclipse
meets Issa appare meno “iperbolica” e semplicistica di quanto ci si possa aspettare.
Indipendentemente da ogni altra considerazione, il disco sviluppa un’istantanea empatia nei confronti di chi ama le configurazioni di
melodic hard-rock molto adescante e ricco di impeto
anthemico, in cui convivano felicemente la “storia” del settore e le sue propaggini più “moderne” e sinfoniche.
Il tutto raccordato con garbo, perspicacia e talento, pregi che emergono immediatamente durante l’ascolto di “
Too late”, davvero efficace nella sua pulsante costruzione armonica, sublimata da un contagioso
refrain.
Fin dall’avvincente
opener è facile rilevare come la voce di
Silvia Idoate abbia acquisito sicurezza e spigliatezza e ad ulteriore dimostrazione di tale considerazione arriva la
poppeggiante “
Can’t get enough”, marchiata a fuoco anche dalle chitarre di
Jorge Olloqui e
Carles Salse, abili nel sostenere pure il clima
catchy di “
If I fall” e poi ad esibire tutta la loro cultura “ottantiana” nel fraseggio serrato e affilato di “
Good enough” e “
No one like you”, figlio legittimo di
Jake E. Lee e
George Lynch.
I brani, in realtà, si sviluppano lungo coordinate ancora una volta parecchio concilianti e accattivanti, ma la mistura funziona egregiamente, mentre qualche perplessità la desta “
We live and die for rock ‘n roll”, un inno che farà faville dal vivo (magari in contesti tipo
Eurovision Song Contest …) e tuttavia “eccede” un po’ nell’ostentazione di un
mood Eclipse-
esco.
Andiamo meglio con “
Time we won’t forget”, in cui affiora più nitido un orientamento alla
Isabell Øversveen, e se “
Carry on” si spinge, senza brillare particolarmente, a solcare territori
power / symphonic, “
Save me” lambisce atmosfere
gothic con innato buongusto, per poi lasciare a “
One heart, one fire” l’incombenza di concludere la raccolta con un’altra melodia esuberante ed epidemica, che deve parecchio alle didattiche di
Mr. Mårtensson.
Sagaci nel mantenere la loro spiccata “istantaneità” anche attraverso la durata dell’opera, agli “ispanici”
Xtasy si può forse addebitare un’adesione pressoché totale al modello “vichingo”, ma ciò non toglie a “
Phoenix” di collocarsi con decisione nelle zone nobili del
rockrama melodico contemporaneo.