Copertina 7

Info

Anno di uscita:2026
Durata:39 min.
Etichetta:Dying Victims Productions

Tracklist

  1. VOYAGER
  2. OPPRESSIVE SEASON
  3. TRINITY OF SUNS
  4. PARHELIA (INTERLUDE)
  5. STRANGER SIGN IN THE SKY
  6. SEVEN DAYS OF DARKNESS
  7. ISLAND UNIVERSE

Line up

  • Amy Zine: vocals, synthesizer
  • Tim Künz: guitar, synthesizer
  • Ioannis Athanasiadis: guitar, vocals
  • Phil Helm: bass
  • Franz Fesel: drums

Voto medio utenti

Difficile che un gruppo che decide d’intitolare (adottando una nobile assonanza Genesis-esca) il suo albo di debutto “Watcher of skies” e sceglie d’impreziosirlo con un affascinante artwork, sia poi “dozzinale” nelle soluzioni musicali.
Ok, non è esattamente una modalità “razionale” per avvicinarsi alla produzione artistica di una band, ma è proprio tramite queste “ponderate” considerazioni che ho conosciuto i tedeschi (da non confondere con gli svedesi ex Pegasus e con qualche altra formazione omonima) Lynx.
L’ascolto del suddetto esordio del 2021 ha fortunatamente confermato l’istintivo pronostico, consentendomi di sperimentare un buon esempio di fusione tra hard-prog e primordiale NWOBHM, stilisticamente affine a quanto offerto nel nostro convulso e “nostalgico” rockrama da “gente” come Wytch Hazel, Hällas, Night e Phantom Spell.
A distanza di cinque anni, arriva oggi “Trinity of suns”, e sebbene la “sostanza” ispirativa sia praticamente la medesima, l’ingresso in line-up della lead vocalist Amy Zine e del chitarrista (e cantante) Ioannis Athanasiadis ha comportato anche alcuni piccoli cambiamenti.
Innanzi tutto la voce femminile ha fatalmente avvicinato il clima sonoro a “roba” tipo Blues Pills, The Riven e Jess and the Ancient Ones, integrandola in arrangiamenti divenuti più variegati, anche a causa dell’impiego di tastiere copiose e stratificate.
Una variazione allettante, magari non ancora del tutto metabolizzata e da affinare, soprattutto quando Zine e Athanasiadis s’impegnano in una coabitazione canora al momento perfettibile, come accade nella comunque abbastanza fascinosa “Voyager”.
Andiamo meglio in “Oppressive season”, una valida celebrazione dell’arte Thin Lizzy-iana, in cui Amy concede il supporto microfonico al sodale solo nei cori (e da qui in avanti terminano, in sostanza, le concessioni), o nella title-track dell’opera, che con il suo pathos epico-malinconico produce nell’astante una tensione emozionale piuttosto spiccata.
È, però, l’andamento evocativo dello strumentale “Parhelia (interlude)” a rappresentare il vero “spartiacque” di una raccolta che decolla con “Stranger sign in the sky”, capace di magnetizzare i sensi grazie a una melodia ariosa e seducente, screziata da suggestive increspature di natura folk-prog.
Retaggio che nella successiva “Seven days of darkness” prende decisamente il sopravvento, impastato con inquietudini blues e risolto con innata propensione alla materia.
Island universe”, con i suoi otto minuti abbondanti di durata, è il brano più cangiante e frastagliato di “Trinity of suns”, in cui la felice convivenza tra hard-prog, psych e barlumi pop si concretizza in un’esperienza sonora da consigliare precipuamente agli estimatori degli Hällas.
Siamo dunque di fronte ad un secondo album che per certi versi è anche il “nuovo inizio” di una parabola artistica intrigante, che porta a scommettere, basandosi stavolta anche su solidi dati oggettivi, sulle mosse future dei Lynx, confidando nel reperimento di una forma più nitida di coesione e distinzione espressiva.
Recensione a cura di Marco Aimasso

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