Difficile che un gruppo che decide d’intitolare (adottando una nobile assonanza Genesis-
esca) il suo albo di debutto “
Watcher of skies” e sceglie d’impreziosirlo con un affascinante
artwork, sia poi “dozzinale” nelle soluzioni musicali.
Ok, non è esattamente una modalità “razionale” per avvicinarsi alla produzione artistica di una
band, ma è proprio tramite queste “ponderate” considerazioni che ho conosciuto i tedeschi (da non confondere con gli svedesi ex Pegasus e con qualche altra formazione omonima)
Lynx.
L’ascolto del suddetto esordio del 2021 ha fortunatamente confermato l’istintivo pronostico, consentendomi di sperimentare un buon esempio di fusione tra
hard-prog e primordiale
NWOBHM, stilisticamente affine a quanto offerto nel nostro convulso e “nostalgico”
rockrama da “gente” come Wytch Hazel, Hällas, Night e Phantom Spell.
A distanza di cinque anni, arriva oggi “
Trinity of suns”, e sebbene la “sostanza” ispirativa sia praticamente la medesima, l’ingresso in
line-up della
lead vocalist Amy Zine e del chitarrista (e cantante)
Ioannis Athanasiadis ha comportato anche alcuni piccoli cambiamenti.
Innanzi tutto la voce femminile ha fatalmente avvicinato il clima sonoro a “roba” tipo Blues Pills, The Riven e Jess and the Ancient Ones, integrandola in arrangiamenti divenuti più variegati, anche a causa dell’impiego di tastiere copiose e stratificate.
Una variazione allettante, magari non ancora del tutto metabolizzata e da affinare, soprattutto quando
Zine e
Athanasiadis s’impegnano in una coabitazione canora al momento perfettibile, come accade nella comunque abbastanza fascinosa “
Voyager”.
Andiamo meglio in “
Oppressive season”, una valida celebrazione dell’arte Thin Lizzy-
iana, in cui
Amy concede il supporto microfonico al sodale solo nei cori (e da qui in avanti terminano, in sostanza, le concessioni), o nella
title-track dell’opera, che con il suo
pathos epico-malinconico produce nell’astante una tensione emozionale piuttosto spiccata.
È, però, l’andamento evocativo dello strumentale “
Parhelia (interlude)” a rappresentare il vero “spartiacque” di una raccolta che decolla con “
Stranger sign in the sky”, capace di magnetizzare i sensi grazie a una melodia ariosa e seducente, screziata da suggestive increspature di natura
folk-prog.
Retaggio che nella successiva “
Seven days of darkness” prende decisamente il sopravvento, impastato con inquietudini
blues e risolto con innata propensione alla materia.
“
Island universe”, con i suoi otto minuti abbondanti di durata, è il brano più cangiante e frastagliato di “
Trinity of suns”, in cui la felice convivenza tra
hard-prog,
psych e barlumi
pop si concretizza in un’esperienza sonora da consigliare precipuamente agli estimatori degli Hällas.
Siamo dunque di fronte ad un secondo
album che per certi versi è anche il “nuovo inizio” di una parabola artistica intrigante, che porta a scommettere, basandosi stavolta anche su solidi dati oggettivi, sulle mosse future dei
Lynx, confidando nel reperimento di una forma più nitida di coesione e distinzione espressiva.