Tornano i
Redshift da Bath, Inghilterra (gran bel posto, tra l'altro, consigliatissimo), e quello che ci propongono è il terzo gran bel concept album, questa volta a tematica Intelligenza Artificiale ed i suoi pericoli, in cui la proposta musicale dei trio ha decisamente trovato il suo equilibrio perfetto.
Prendete un pentolone e buttateci dentri i Dream Theater di Awake, MIkael Akerfeldt degli Opeth, una spruzzatina di space prog alla Ayreon, e per sgrassare un po' una grattugiata di Flower Kings:
voilà, avrete "
Down the Wire". Sei brani della lunghezza media di 7-8 minuti con punte di 13 da una parte e 4 dall'altra, tutti collegati in un unico mega-pezzo di 50 minuti; una padronanza agli strumenti da spellarsi le mani; linee vocali come unica cosa forse migliorabile (insieme al timbro non proprio indimenticabile del singer Liam Fear), ma per i progghettari malati come il sottoscritto, un disco così è manna dal cielo, soprattutto ai giorni nostri, in cui l'etichetta di 'prog metal' sembra debba essere per forza contaminata, annacquata, diluita con qualcos'altro. Qui, al contrario, non ci sono diluzioni, e, al di là di qualche momento un filo forzato, vi perderete nei mille meandri musicali di un album che suona, che cattura, che è più dispari del mio 43 di piede. E con tanto di
Derek Sherinian ospite su una traccia. Che volete di più?
Prog Nerds Approved!
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