Jared James Nichols è il perfetto archetipo di musicista con radici ben piantate nella tradizione del
rock, capace però di “adattare” tale devozione alle esigenze della “radiofonia” contemporanea di settore.
Forte di una tecnica esecutiva ben sopra la media, il nostro riesce ad “infiammare” i sensi di chi ama l’
hard-rock blues “classico”, ma sa anche come trattare con sagacia la melodia allo scopo di rendere il crogiolo sonoro affine ai gusti di platee meno “tradizionaliste”.
Un approccio che potrebbe attirare le critiche dei “puristi”, ma che personalmente ritengo piuttosto ben bilanciato, pur prediligendo i momenti in cui la sua viscerale cultura “storica” prende il sopravvento.
“
Louder than fate” alterna, dunque, con un certo buongusto entrambe le suddette occorrenze espressive, e se la pulsante apertura affidata a “
Let’s go” è in grado di attrarre i
fans di
Ted Nugent e
Pat Travers, “
Ghost” quelli di
Duane Allman (e
Zakk Wylde) e “
Way back” ammicca al
blues più
anthemico, “
Bending or breaking” si rivolge direttamente agli estimatori di “roba” alla 3 Doors Down / Theory of a Deadman (o, al limite, a quelli dell’ultimo Bon Jovi …), riuscendo a mantenere rispettabili dosi di disinvoltura e credibilità.
Prerogative che caratterizzano anche la sinfonica “
Killing time”, non lontana da certi RHCP “emozionali”, mentre il
groove di “
Dust n’ bones” sembra voler omaggiare i Montrose come potrebbe farlo
Jack White e “
Show me” combina Black Stone Cherry e Aerosmith in un’unica avvolgente architettura sonica.
Con l’accattivante
hard-blues “
Looks like that felt good”, la The Black Keys-
esca “
Runnin’ hot” e la bruciante “
Pretend” si esaurisce la scaletta di “
Louder than fate”, un altro buon lavoro di
Jared James Nichols, un artista che sa essere “impetuoso” ed “educato” e, forse proprio per questa sua duplicità, rischia di scontrarsi (un po’ come accadde a
Robin Trower, per esempio …) con la diffusa intransigenza della scena di riferimento.
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