Joseph Tholl è un polistrumentista, cantante e compositore svedese, noto per essere stato membro fondatore e chitarrista degli Enforcer (da cui è uscito ufficialmente nel 2019), per aver costituito i Black Trip (in seguito ribattezzati Vojd) e per essere attualmente parte integrante della line-up dei Tyrann e dei Tribulation.
In questo suo secondo albo solista, però, il nostro abbandona le prioritarie velleità
metalliche per affidarsi ad un
mix di
pop e
dark-rock, abbastanza “sorprendente” per chi conosce i suoi trascorsi musicali collettivi.
In realtà, la “sorpresa” è relativa, dal momento che quella di deviare dallo stile espressivo predominante è una consuetudine abbastanza frequente nel
rockrama contemporaneo, un aspetto che se da un lato testimonia la lodevole “apertura mentale” degli artisti (spesso in netto contrasto con quella meno accogliente dei loro
fans), dall’altra pone taluni interrogativi sulla “credibilità” della proposta.
“
It might be art”, indipendentemente da ogni altra considerazione, è un disco godibile, accattivante nelle melodie spigliate e incalzanti di “
New dawn” e “
Oh the madness”, suggestivo nelle vaporose inquietudini di “
I'm in a darkness” ed evocativo nella pulsante solennità di “
Invocation of the evening star”.
“
Walking” ha un
mood che ricorda vagamente la “
Wonderful life” di Black e mette alla prova le notevoli capacità interpretative di
Tholl, ottimo anche nel pilotare la bruma ondeggiante che avvolge la
title-track dell’opera, uno dei momenti più riusciti di “
It might be art”.
Si prosegue con il
pop-punk-rock in madrelingua
“I syrenens tid” e le atmosfere dilatate dello strumentale “
Rebirth”, mentre le brezze rinfrescanti di “
On velvet waves” riportano il clima sonoro in ambiti più briosi e adescanti, prima di immergersi nell’elegia incombente e tenebrosa di “
The burial”, che conclude un albo complessivamente piuttosto convincente, da consigliare agli estimatori di The Mission, The Cure e di certi New Model Army.
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