I
Deathcult, tra le cui fila milita
Hoest in veste di bassista, tornano a distanza di circa nove anni dal secondo full-length
"Cult of the Goat" (2017), a cui erano seguiti uno split e due EP, con la loro terza opera in uscita tramite la storica
Soulseller Records il 2 ottobre 2026:
"Cult of the Dog".
"Cult of the Dog", terzo capitolo della trilogia iniziata con
"Cult of the Dragon" (2007), parte con tutti i presupposti giusti, anche se aleggiava il rischio, viste le inflessioni più sperimentali, atmosferiche e dissonanti del precedente lavoro, e di parte dell'EP del 2024, che ormai il gruppo avesse intrapreso, rispetto al Black metal durissimo dell'esordio, una piega elegante che lo poteva condurre — se ulteriormente estesa — troppo lontano dalla devastante furia cieca con cui era esordito; fermo restando, comunque sia, la pregevolezza delle intuizioni e del lavoro complessivo svolto in
"Cult of the Goat" (2017) — per quanto concerne questo aspetto, consiglio ai lettori di leggere la
recensione del nostro Dope.
Invece, il nuovo album dei norvegesi — registrato con il leggendario
"Pytten" (
Mayhem, Burzum, Gorgoroth, Enslaved, Emperor, Taake e molti altri) agli storici
Grieghallen Studio in Bergen — ritorna su binari tradizionali: furia nera iconoclasta, con un guitarwork essenziale quasi interamente giocato su tremolo picking e powerchord (nelle fasi veloci), blast beat, tupa tupa, tappeti di doppia e moderati rallentamenti carichi di groove impostati su quattro quarti incalzanti e trascinanti — merito anche di una produzione a metà tra old-school e nuovo corso che, nel rispetto del raw feeling tipico del genere, riesce a presentare una certa pulizia e rotondità. Tuttavia, i
Deathcult non rinunciano agli elementi "innovativi" introdotti negli ultimi anni, al contrario, cercano di amalgamarli in misura più contenuta, e su sentieri limitrofi alla brutalità dell'esordio acquisendo persino dinamismi e spessori tendenti al Death metal.
"Cult of the Dog", come sovente avviene per i terzi capitoli discografici, assurge al ruolo di trait d'union tra i primi due LP. Interessante risulta soprattutto la capacità mostrata dal gruppo di far vibrare le corde classiche della Fiamma nera insieme a quelle di sezioni dissonanti particolarmente vicine ai tempi ultimi, alle già menzionate dinamiche Death, oltreché collimare l'insieme con un andamento talvolta oscillante tra il "Rock" e "l'urgenza Punk", e altresì con alcuni momenti quasi ipnotici accostabili a talune soluzioni dei
Taake.
Altri nomi per descrivere le sonorità di
"Cult of the Dog" potrebbero essere
Tsjuder, Carpathian Forest, Urgehal, Mork, Posthum etc.
Siamo di fronte a un'opera e a una formazione senz'altro interessanti… resto tuttavia in attesa di un ulteriore salto di qualità.
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