Si può suonare
hard-rock “classico” senza prodursi in una retorica retrospettiva del genere?
La risposta è ovviamente affermativa, anche se l’impresa non è affatto agevole.
Appurare che nei tempi recenti sono due gruppi italiani (con diverse sfumature) a raggiungere l’agognato obiettivo è motivo di enorme soddisfazione, almeno quanto rilevare che uno dei due (gli altri sono i Silver Horses, per la cronaca), ovvero questi
Voodoo Highway, tornano alla produzione discografica dopo nove anni di pausa da quel "
The ordeal” che aveva decretato la sospensione delle attività in studio della
band.
Una cessazione interrotta dal
live “
Made in Kachot” (2025) e oggi finalmente consolidata da un nuovo
album e dal prestigioso contratto con la
Pride & Joy Music.
“
The satan inqviesta” è dunque, fin dalla mefistofelica copertina (realizzata da
Christian Bondandini, a cui indirizzare sentiti complimenti), un disco assai attraente, che combina cultura, vocazione, perizia e temperamento, il tutto alimentato dall’immarcescibile lezione di Bad Company, Deep Purple, B. O. C. e Uriah Heep, ma assolutamente priva di didascalismi.
Il “segreto” risiede nel saper scrivere e interpretare canzoni sempre melodicamente intriganti, ricche di venature espressive diverse, inglobando nelle fondamenta del “rock duro con tastiere” suggestioni crepuscolari, barlumi
AOR e pigmenti sonori d’ispirazione
sleaze.
Affermare che nella struttura armonica e nei cori di “
October’s rust” affiora un pizzico dell’attitudine Ghost-
iana, rischia forse, vista la divisività degli svedesi, di “danneggiare” i
Voodoo Highway e allora diciamo solo che si tratta di un lucido saggio di come crepuscolo, affabilità e accenni di lascivia possano convivere in maniera felice.
La melodia di “
Drive me down in your love” (brano in parte ispirato dalla poesia “
Tu sei come una terra” di
Cesare Pavese … ottimi anche nella scelta degli influssi letterari …) è una di quelle che materializzano istantaneamente malinconiche e appassionate immagini notturne, mentre “
Space invaders” celebra l’iconico
videogame ottantiano attraverso un palpitante e pastoso numero di
hard-rock blues.
“
Serpent’s choir” è un
anthem di buona fattura, che per “distinguersi” aggiunge
qualcosina dei Jane's Addiction all’impasto sonico, un composto che s’illanguidisce senza smancerie in “
A song of May” e in “
60k degrees” riprende a graffiare e sollecita visioni di viaggi liberi e selvaggi attraverso gli Stati Uniti d'America.
Agli estimatori di Deep Purple ed Uriah Heep è dedicata la fascinosa
title-track dell’opera, e se siete anche
fan di
Alice Cooper ecco che il romanticismo
morbosetto di “
Your love is such a tease” farà certamente al caso vostro.
Chiusura affidata a “
The lord of flies”, una ballata carica di un
feeling ombroso e struggente, il cui impeto evocativo appare intenso e non autoindulgente.
E sempre a proposito di sensazioni, in omaggio alla denominazione della competente
label tedesca che lo patrocina, diciamo infine che “
The satan inqviesta” favorisce dosi imponenti di “
Orgoglio & Gioia”, confermando il ruolo di primo piano dell’Italia in un settore un tempo ritenuto da (più di) qualcuno “culturalmente” inaccessibile.