Monografia Uruk-Hai
Premesso che stiamo parlando di una band minore in ambito black metal, poiché, in senso lato, di importanza storica pressoché irrilevante, se siete degli appassionati dell'impostazione raw dalle ambientazioni medievali e volete esplorare qualcosa di diverso e di relativamente più recente rispetto ai soliti nomi, direi che gli spagnoli
Uruk-Hai potrebbero fare al caso vostro.
Non dovete pensare a una forma di medieval black metal eccessivamente melodica caratterizzata eventualmente anche dalla presenza di clean vocals, bensì a una varietà integralmente ascrivibile al contesto più primitivo della Nera fiamma, dove la matrice classica sulla scia di formazioni come
Darkthrone, Satanic Warmaster e
Judas Iscariot si incrocia con scenari oscuri tratti da sfere tematiche attinenti appunto al Medioevo e, stando a quel che ho letto, con alcune ispirazioni tratte dalle opere di
J.R.R. Tolkien. Non casualmente, il nome stesso del gruppo sembrerebbe originare da una razza avanzata di orchi rappresentata nel
Signore degli Anelli. Questa componente medieval incardinata su dinamiche dure, iconoclaste ed estremamente nere, a cui abbiamo appena accennato, potrebbe ricordare invece quella dei primi
Abigor (“Verwüstung / Invoke the Dark Age”, 1994).
Gli
Uruk-Hai si sono costituiti nel 1999 per volontà di tre musicisti già attivi in ambito underground, perlopiù nei
Nazgul:
Defernos alla batteria e
Thorgul alla chitarra (entrambi presenti anche nel demo del ’95 dei
Ragnarok “A Vast Dominion on the Land of Ice”), e
Crom al microfono e al basso.
Esordiscono tramite la label
Ad-Inferos con il primo demo nel medesimo anno della loro formazione,
“A Night of Unholy Black Metal War” (1999), mentre due anni dopo, nel 2001, si ripresentano, patrocinati dall’etichetta
Battlefield Records, con il primo EP
“In the Side of Eternal Eclipse”.
“In the Side of Eternal Eclipse” (2001) — Label: Battlefield Records.
Chi ha già letto (o guardato) alcune delle mie monografie è consapevole che generalmente tendo a non trattare gli EP, soffermando lo sguardo prevalentemente sui full-length ma, talvolta, questa rappresenterebbe una trascuratezza non facilmente giustificabile; e a mio avviso è anche un po’ il caso di
“In the Side of Eternal Eclipse”, prima pubblicazione di rilievo degli spagnoli.
L’EP ha indubbiamente una certa continuità stilistica con quanto fatto dai tre blacksters un anno prima sotto il nome di
Nazgul con l’unico full-length rilasciato sotto tale moniker,
“When the Wolves Return to the Forest” (album di black metal classico che vi consiglio caldamente di recuperare).
È un EP molto semplice che tende alla rievocazione di un passato mitico e precristiano, immerso in foreste, montagne, neve, rovine medievali e presenze soprannaturali, ambientazioni che evidenziando il forte legame con la cultura e il folklore iberici. Un insieme di suggestioni veicolate mediante un linguaggio sonoro scarno, veloce, dai suoni taglienti accostabili sia al black norvegese che a quello svedese, bensì anche alla varietà riplasmata in chiave iberica dagli
Argar, in cui melodie essenziali coesistono con strutture iconoclaste e furiose tipiche del genere.
Interessante come nella violenza e nell’esecuzione, forse ancora leggermente approssimativa, vi sia impresso un pathos tanto pregnante da rendere questi soli 13 minuti (spalmati su cinque tracce) così coinvolgenti. Questo, inoltre, per merito di una sorta di misticismo cosmico (o almeno a me ha trasmesso questa sensazione) che richiama un po’ ai primissimi
Emperor (d'altronde lo lascia pensare anche il titolo).
Sicuramente non siamo al cospetto di un masterpiece, tuttavia si tratta di un EP molto intenso che vi consiglio caldamente di non sottovalutare.
Voto: 7,5“Unholy Medieval Congregation” (2006) — Label: Die Todesrune Records
In questo primo full-length il carattere medievale risulta accentuato, assumendo tonalità ancora più oscure dell’EP di esordio. Gli
Uruk-Hai qui propendono per una forma di black metal probabilmente ancora più tradizionale, recuperando a piene mani da realtà come i primi
Darkthrone, Abigor, Judas Iscariot e Les Légions Noires; reminiscenze provenienti dalla Polonia, sulla scia di
Veles e
Darkstorm (consiglio a tal proposito l’ascolto di “
The Black Stone” del 1996); e altresì la scuola finlandese di
Horna,
Azaghal degli albori e
Satanic Warmaster.
La matrice oscura diviene, come già accennato, sempre più marcata assumendo vesti affini a sfumature depressive che potrebbero ricordare un po’ il
Conte e i
Forgotten Woods, dove gli iberici riescono perfettamente ad amalgamare strutture crude, veloci e dall’impatto deciso capaci di risultare ben distinguibili fin dal primo ascolto.
Tutto è declinato all’insegna della fiamma nera più intransigente e dalla produzione lo-fi — tuttavia mai scadente — e soprattutto con una capacità interpretativa deflagrante. Le atmosfere medievali, come già anticipato, non si ricavano spazio con tastiere sontuose e inserti folk marcati, come potrebbe avvenire in band storiche tipo i
Summoning, o in lavori sulla scia di
“Eld” (1997) degli
Enslaved, oppure dei
Nerthus di
“Black Medieval Art” (2004), e neanche con linee più aperte e predisposte all'epic/heavy sulla falsa riga di
"Dominion" (1998) degli
Ophthalamia, giusto per intendersi, al contrario tutto resta su un fronte musicale assai primitivo e selvaggio, in cui gli scenari tetri e occulti del Medioevo appaiono tratteggiati tramite voci evocative e campionamenti da rituale occulto, di rumori di battaglie o di canti folcloristici etc. Tutti elementi che appunto restano marginali: il ruolo da protagonista continuano a svolgerlo i tremolo picking minimali e tipici del genere, insieme a blast beat, droni sospensivi e uno scream rabbioso, lancinante, sofferto.
“Unholy Medieval Congregation” è uno di quegli album che pur non avendo rilevanza storica, un amante delle declinazioni più seminali e tetre dell'estremo dovrebbe seriamente prendere in considerazione.
Voto: 8“Archi Catedra Nigra Diaboli” (2010) — Label: Die Todesrune Records
Con il loro secondo lungo
“Archi Catedra Nigra Diaboli” gli
Uruk-Hai proseguono la loro avventura proponendo uno scenario dove i testi sviluppano — con una certa continuità con i predecessori — un immaginario ispirato al Medioevo leggendario e al folklore iberico, popolato da castelli, monaci, streghe, spiriti dei morti e antiche tradizioni popolari, senza perseguire una ricostruzione storica ma privilegiando una dimensione evocativa e narrativa. Mentre invece sul fronte prettamente musicale si ha un leggero cambio di passo, propendendo per un sound glaciale e sempre ancorato al black più crudo ma, quantomeno ad avviso di chi vi scrive, maggiormente limitrofo alla scuola svedese, sia per la produzione metallica e tutto sommato abbastanza nitida, che per una serie di innervazioni melodiche, sottili ma ben evidenti, piuttosto accentuate ed unite, senz’altro, a una sensibile crescita tecnico esecutiva.
I brani, nel complesso, risultano orientati linearmente senza tuttavia disdegnare momenti narrativi capaci di tratteggiare una dimensione rituale e liturgica suggestiva che trasporta l’ascoltatore in una dimensione tutta particolare, evitando inoltre che le strutture assai canoniche di queste dieci tracce (spalmate su circa 41 minuti) scadano nel banale.
“Archi Catedra Nigra Diaboli” è un’opera che, pur permanendo su sentieri estremi assai consolidati, riesce a colpire diretto al cuore con i suoi strali di ghiaccio acuminati, con la sua furia iconoclasta e, soprattutto, per merito della capacità di coinvolgimento degli
Uruk-Hai che con il loro pathos conferiscono quella spinta in più che, purtroppo, ormai risulta raramente rinvenibile nelle formazioni di impostazione “classica”.
Voto: 8,5Epilogo
Gli
Uruk-Hai, sfortunatamente, poco dopo aver rilasciato
“Archi Catedra Nigra Diaboli” (2010) si sciolsero, dopodiché non sono in possesso di ulteriori notizie da comunicarvi se non che, nel 2019, hanno partecipato a uno split tributo alla scena iberica, insieme a
Blazemth, Argar, Gothician e
Trasgo; e sempre nello stesso anno è uscita la compilation
“Iberia Nocturna” tramite l’etichetta
The Oath.
Probabilmente questa monografia da molti sarà considerata superflua, tuttavia, se amate l’underground e avete desiderio di scandagliarne i luoghi più reconditi, ritengo che dovreste dedicare ben più di un ascolto a questa interessante formazione.
Solo per veri appassionati di sonorità estreme.