Bologna, sole, cicale e un caldo rovente. È questo lo scenario che ci attende al
Sequoie Music Park per la seconda data italiana degli
Opeth insieme ai
Blood Incantation.
Negli occhi ancora le immagini circolate in rete dell’incredibile show all’
Anfiteatro degli Scavi di Pompei la sera precedente. Fortunato chi ha avuto la possibilità di andare. Il Parco delle Caserme Rosse, nella desolata periferia bolognese, non racchiude secoli di storia e ricordi di concerti epocali, ma alla fine è solo lo scenario che muta intorno ad una delle più importanti ed influenti band nella scena death/progressive. Musica di altissimo livello su di un palco di minor livello.
In realtà l’area concerto è molto più piccola di quello che mi aspettassi, uno spazio raccolto dove tutto rimane piuttosto vicino, stand, merchandise, servizi. La visibilità è ottima anche dalle zone a ridosso degli spalti. Poco fruibile invece la pit area, stretta, lunga e molto densamente popolata. Al di là delle transenne, nella zona umili, lo spazio è molto più gestibile e la prospettiva ottima senza neanche bisogno degli schermi laterali (spenti). D’altra parte, con questo caldo meglio avere la possibilità di poter andare tranquillamente a prendere una birra o sedersi da qualche parte nelle retrovie in caso di svenimento.

Alle 19:10, puntualmente, iniziano i
Blood Incantation e, puntualmente, molta gente è ancora in attesa di entrare ostacolata da una serie infinita di tornanti e transenne. L’apertura cancelli solo 40 minuti prima dell’inizio non può mai essere sufficiente per l’ingresso di centinaia e centinaia di persone. Molti perdono le battute iniziali del concerto.
Noto dal leggiblilissimo e riconoscibilissimo logo sulle magliette che molti sono qui proprio per i
Blood Incantation e la curiosità di sentire live una proposta musicale tanto complessa come quella del quartetto americano è altissima. Sul palco una gigantografia con paesaggio cosmico e due grandi obelischi ai lati dello stesso riprendono l’artwork dell’ultimo album “
Absolute Elsewhere” che viene presentato interamente.
La death metal band americana non tradisce le aspettative. I
Blood Incantation attaccano con meticolosa violenza, brutale e sofisticata allo stesso tempo. Con grande disinvoltura la band di Denver alterna passaggi death metal con divagazioni di matrice chiaramente pinkfloydiana, progressive rock e psichedelici. La capacità di amalgamare senza forzature mondi tanto distanti tra loro è impressionante, cosmo e civiltà dell’altrove appunto, mondi lontani che si fondono in un universo vibrante di energia.
Non è certamente facile proporre live un album tanto complesso, l’ascolto richiede particolare attenzione, ma la band non mostra punti deboli e conquista il pubblico.
The Message [Tablet II], penultimo brano dell’album e del live, raggiunge nella parte finale livelli incredibili. Un ritmo lento, che sale pian piano di intensità, le mani battono più veloci, il tempo accelera sempre di più con fluidità e naturalezza impressionanti. E il brano cambia forma, le tastiere oniriche hanno mutato verso potentissimi riff di chitarra che portano alla chiusura del live.

Non è ancora scesa la notte quando gli
Opeth salgono sul palco, sono le 20:30. Ovazione.
Ammetto che la forzata deviazione prog degli ultimi lavori della band svedese, sebbene indiscutibili nella qualità e nella resa sonora, non l'ho digerita granché bene. Album tecnicamente molto complessi ed articolati ma al mio orecchio privi di quelle intense emozioni che solo i primi album sapevano e continuano a dare dopo tanti anni.
Ma, forse nel tentativo di ricucire uno strappo con gli sperduti come me, l’ultimo album "
The last will and testament", ha riportato gli
Opeth alle sonorità delle origini affiancando la vena progressive con il ritorno al growling di
Mikael Åkerfeldt che tanto era mancato.
Il brano di apertura è tratto proprio dall'ultimo album, un inizio cauto ma chiarissimo sulla enorme capacità di questa band in circolazione ormai da più di 30 anni. Il repertorio proposto alterna i brani più recenti, 3 paragrafi dall'ultimo album, con struggenti e nostalgici tuffi nel passato. Tutto il concerto è così, andando a pescare tra i vari album della nutrita discografia degli
Opeth.
Mikael non smentisce la sua vena ironica e ciarliera intrattenendo il pubblico tra un brano e l’altro con chiacchiere e battute varie, che a capirlo un po’ meglio l’inglese ci sarebbe da ridere lo so. Parla della partita, del caldo, della necessità dei musicisti di andare in bagno anche nei momenti più inopportuni, come il batterista
Waltteri Väyrynen che si attarda in bagno al rientro dopo il bis.
Poi tenta di dare istruzioni per l’esecuzione del celeberrimo brano dei
Napalm Death, specificando come il pubblico debba cantare
You Suffer, nell'unico e preciso secondo della durata totale del brano. Ovviamente il coro dal pubblico arriva in ritardissimo ma buona la prima vince comunque per la simpatia e tutti gridano “Michele! Michele! Michele!”.
Ma l’atmosfera giocosa termina con le prime note della struggente
The Drapery Falls, certamente uno dei brani più intensi e significativi degli
Opeth,
Inaspettatatamente arriva anche
Hex Omega, brano tratto da “
Watershed” che gli Opeth dichiarano di essere molto felici di suonare proprio perché non eseguito da molti anni live.
Manca solo un ultimo brano, sappiamo che sarà
Deliverance, non può esserci diversa chiusura, l'incedere di batteria sulla parte finale è qualcosa che porta ad un livello altissimo un concerto che è stato ennesima dimostrazione (non necessaria) della grandezza di questa band.

Il concerto è terminato, difficile girarsi verso l’uscita e lasciare andare una serata così intensa, il cielo promette tempesta e di colpo si alza un vento fortissimo che solleva tutta la terra inaridita delle Caserme Rosse. Volano anche le cicale che mi ritrovo addosso. Meglio avviarsi verso l'uscita.
Forse solo io avevo ancora bisogno di conferme da parte di questa enorme band.. Gli
Opeth hanno la possibilità e la libertà di suonare ciò che vogliono conservando la certezza di essere un gruppo di enorme importanza, a livello tecnico, a livello di presenza sul palco, a livello di coesione e soprattutto a livello di emozioni.
Photo Credits: Michele Lombardi