(19 aprile 2026) Electric Guitarlands: Vinnie Moore, Michael Angel Batio , Rowan Robertson @ Verona

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Provincia:VR
Costo:non disponibile
Tornare puntualmente e a breve distanza di tempo al Giardino 2.0 dell’amico Giamprimo non è un semplice piacere per il sottoscritto, ma equivale più come nel respirare aria familiare di casa propria ma con l’aggiunta di tanto “ossigeno musicale” al suo interno: l’ospitalità casereccia alla “vecchia maniera” che si trova qui, unita alla passione e alla dedizione per la musica (quella con la M maiuscola!) da parte del gestore, è difficilmente riscontrabile altrove oggigiorno.

E tanto per cambiare, anche stavolta al Giardino 2.0 non si sono fatti sfuggire la ghiotta occasione di regalarci un’ennesima serata speciale, anzi…una domenica speciale, ospitando niente di meno la prima data italiana dell’Eletric Guitarlands tour 2026, che porta in giro per il mondo e per l’Europa questo spettacolo straordinario che vede radunati tutti assieme tre leggende della sei corde, tre virtuosi, tre guitar hero…Vinnie Moore, Michael Angel Batio, Rowan Robertson, ai quali si aggiunge come open act l’emergente chitarrista Johnny Nasty Boots.

Direi che le premesse per assistere a un qualcosa di estremamente interessante e unico nel suo genere ci sono tutte, vista anche la fama e la caratura dei personaggi in questione…prima però, visto l’incombente e concomitante orario di cena, ci attende un invitante piatto di risotto fumante con la salsiccia, saggiamente preparato da Giamprimo e dal suo staff, accompagnato con un calice di ottimo vino rosso Valpolicella, tipico di questa zona della provincia di Verona.

A sorpresa, scopro all’ultimo istante che viene posizionato un gruppo di apertura, che peraltro già conoscevo e avevo visto esibirsi proprio in questo palco in un altro paio di occasioni qualche annetto fa; si tratta dei Black Banjo di Pesaro, un trio dedito nel proporre dell’ottimo rock ‘n’blues e con più di un disco al loro attivo. La loro musica è una miscela molto scura e profonda, che tributa il blues d’annata e che affonda le radici nella sua cultura afro americana, rivisitandolo però con gusto e originalità. Una piacevole riscoperta e un gradito intrattenimento extra prima del pezzo forte della serata!

Adesso però si inizia a fare sul serio e la serata alle 21:30 puntuali come da programma prende definitivamente forma e sostanza al Giardino 2.0: l’Electric Guitarlands sta per iniziare il suo atteso spettacolo! Il primo a salire in cattedra sul palco è l’open act, ovvero il giovane ma talentuoso chitarrista Johnny Nasty Boots, originario di New Mexico ma da tempo trasferitosi negli USA, dove da subito ha intrapreso una carriera di successo mettendosi in evidenza e affiancandosi spesso grandi star della musica hard rock internazionale, come nel caso appunto dei tre grandi artisti in questione che accompagnerà per questo world tour. Con un look molto rock’n’roll e una folta e voluminosa capigliatura riccia afro che ricorda un po’ Slash e un po’ Marty Friedman, ci propone un interessante rock blues molto energetico e sanguigno , ai confini con l’hard rock, ma in cui si mescola anche molta psichedelia anni 60/70. Manco a dirlo, il punto di forza di Johnny Nasty Boots si basa sul virtuosismo degli assoli, in cui dimostra non solo una grande tecnica ma anche un gusto personale piuttosto spiccato, che lo accosta più a un veterano che a un esordiente. Ad accompagnare la sua performance ci saranno Francesco Caporaletti al basso e Roberto Pirami alla batteria, una sontuosa sezione ritmica che con il supporto successivamente anche del mitico Titta Tani alla voce, saranno protagonisti anche con tutti gli altri tre guitar hero che si esibiranno a turno al termine della sua esibizione. Nella mezz’ora abbondante a disposizione Johnny Nasty Boots ha dimostrato anche di possedere un'ottima voce, una buona comunicativa e tanta simpatia da dispensare, che il pubblico non ha tardato a ricambiare con meritatissimi applausi alla conclusione del suo spettacolo.

Senza quasi rendersene conto, e con una velocità supersonica di cambio palco, il primo grande protagonista Rowan Robertson è già pronto per esibirsi con la sua chitarra a tracolla. Camicia, capello lungo che fuoriesce dal berretto da basket indossato al contrario (tipicamente U.S.A. style) l’ex chitarrista di Dio che suonò nell’ album “Lock Up The Wolves” punta su un repertorio sicuro e di facile presa, estraendo dal cilindro due brani di questo album appunto in cui ha suonato lui, più altri classici del compianto Ronnie James, sia da solista che dal repertorio Black Sabbath. Per l’occasione speciale si avvale di tutte le forze a sua disposizione, ovvero di Titta Tani alla voce, Francesco Caporaletti al basso e Roberto Pirami alla batteria. Si parte forte con “Neon Knights”, seguite dalle meno famose “Wild One” e “Lock Up The Wolves”, entrambe contenute in questo album dove Robertson ha suonato e che non è di certo tra i migliori della carriera solista del grande Ronnie. Ma il gran finale infiamma e riaccende l’anima rock del pubblico presente, alzando notevolmente l’asticella, grazie anche a una performance vocale di tutto rispetto di Titta Tani: “Holy Diver“ e a seguire “Die Young“ concludono al meglio la prima parte a firma Rowan Robertson , che forse è certamente il meno virtuoso e appariscente di tutti i protagonisti di Eletric Guitarlands come chitarrista ma che ha avuto il merito di creare uno show coinvolgente e di grande efficacia e sostanza.

Con tutto il massimo rispetto per ogni artista salito sul palco, e senza nulla togliere a nessuno, dove tutti hanno contribuito in maniera esponenziale e con grande professionalità alla riuscita dell’evento (grazie anche all’ottima collaborazione e competenza del mixerista in cabina di regia), in buona parte la mia partecipazione stasera è stata giustificata dalla presenza del grande Vinnie Moore, uno dei migliori chitarristi virtuosi al mondo ancora attualmente in attività, nonché chitarrista a sua volta di una delle mie band preferite, ovvero i leggendari UFO! Ho avuto occasione di vederlo esibirsi in un paio di occasioni con la celebre hard rock band inglese, ma mai da solista, e finalmente me se ne è presentata l’occasione oggi….Che dire: straordinario, mostruoso, favoloso, gigantesco Moore?

Gli aggettivi per descrivere la sua immensa classe e tecnica si sprecano, ma forse la definizione di Maestro del chitarrista statunitense Vinnie Moore (che è stato tra l’altro uno dei guitar hero più tecnici ed influenti della scena musicale hard’n’heavy anni ottanta) risulta essere la più appropriata; grazie a questo mix di velocità, precisione esecutiva e gusto, dove il tutto va a supporto del suo sound tipicamente hard rock blues e neoclassico, riesce quasi a fare parlare la chitarra rendendo unico e coinvolgente ogni brano, nonostante siano tutti privi di voce e solo completamente ed esclusivamente strumentali quelli proposti.

Verranno eseguiti cinque pezzi, estrapolati dalla sua lunghissima e vasta carriera solista in cui ha inciso moltissimi dischi, ma che come nel caso di molti altri suoi celebri colleghi, spesso i migliori e più apprezzati dai fans sono quelli dei primi album; non a caso vengono posizionati in scaletta “Daydream” dal primo album “Mind’s Eye”, “Morning Star” dal secondo “Time Odyssey”, “Meltdown” dal terzo omonimo, e saltando solo più in là nel tempo con “The Maze” del 1999, dove oltre alla title-track viene riproposta anche la splendida “Rain”.

L’unico appunto che mi sento di muovere a questa vera e propria impeccabile lezione di chitarra impartita da Vinnie Moore è stata l’assenza di un brano degli UFO (atteso da molti dei presenti), e magari una chicca a sorpresa dal primo disco dei Vicious RumorsSoldiers Of The Night”, perla rara e preziosa scolpita nella roccia dell’US metal ottantiano! Ma tant’è!

La foto finale assieme al Maestro con tanto di omaggio del suo plettro personale usato per il concerto e serigrafato ha ripagato tutto e colmato ogni possibile lacuna o delusione personale. Immenso Vinnie Moore, uno dei miei idoli della sei corde per sempre! Per la cronaca, ad accompagnare la performance di Vinnie Moore oltre che ai consueti Caporaletti e Pirami alla sezione ritmica si è aggiunto anche un ottimo secondo giovane chitarrista sul palco.

Non è mai semplice essere obiettivi, sufficientemente concentrati e sul pezzo in un concerto dove ti senti già abbondantemente appagato per quanto visto e sentito poco fa, tanto che potresti quasi salutare tutti e andartene a casa felice e contento; eppure, l’ultimo chitarrista virtuoso in gara rimasto, Michael Angel Batio, è riuscito nella miracolosa impresa di coinvolgermi ancora totalmente fino alla fine!

Premetto che conosco da anni l’artista in questione, che possiedo gli album della sua storica band anni 80, i Nitro, e che lo avevo visto già esibirsi in un paio di occasioni in passato…parliamo però di tanto tempo fa e prima che Batio entrasse ovviamente a fare parte dei Manowar, pertanto la curiosità era molta di vederlo esibirsi a distanza di anni. Che dire…l’ho trovato il solito “pazzo”, egocentrico, virtuoso estremo della sei corde, o meglio della doppia sei corde!

Michael Angel Batio è stato infatti l’inventore del cosiddetto Quad Guitar, che sarebbe una chitarra a quattro manici a stella, (due inferiori a sei corde e due superiori a sette corde). Ad un concerto gli fu rubata e solo molti anni dopo fu ritrovata parzialmente (solo due quarti) e riconsegnata al legittimo proprietario; ecco perchè oggi si esibisce purtroppo solo con quella doppia e non più con quella a quattro; in realtà a inizio show ne ha usata anche una più classica e normale con motivi fiammeggianti, altrettanto figa ed efficace peraltro. Batio è il risultato matematico di carisma unito a tecnica, in cui ha sviluppato un personalissimo e velocissimo modo di suonare, molto bizzarro ma anche estremamente efficace e preciso. Infatti, assistere a uno show di Batio è anche e soprattutto molto divertente, perché lui è molto estroso e ricercato nel look e particolare nella sua comunicativa, come del resto lo è anche il suo stile come guitar hero che rispecchia pienamente il personaggio.

Come l’amico/collega Moore, pesca un po’ all’inizio dal suo vasto repertorio solista, per poi invece giocare facile, con un medley molto articolato e piacevole dei Van Halen era David Lee Roth, che manda in delirio il pubblico e che fa letteralmente sobbalzare in piedi tutto il Giardino 2.0, trascinato dall‘istrionico chitarrista statunitense!

Qualche altro brano solista, prima di un altro medley finale (stavolta usando la chitarra doppia) con Led Zeppelin/Ozzy Osbourne, che chiude al meglio una convincente, riuscita e meritatamente acclamata esibizione di Michael Angel Batio!

Anche lui, sì è ovviamente avvalso della sezione ritmica composta da Caporaletti e Pirami. Ma poteva mai finire così l’Eletric Guitarlands 2026? Direi di no…infatti per il gran finale si sono riuniti sul palco tutti i protagonisti di questa maratona musicale, eseguendo “Paranoid” dei Black Sabbath, con ancora una volta un Titta Tani sugli grazie alla sua potente e rocciosa ugola ed impreziosita dall’alternanza negli assoli di Johnny Nasty Boots, seguito da Robertson, da Moore e infine da Batio.

Ora davvero è giunto il tempo dei titoli di coda e dei saluti finali; grazie al Giardino 2.0 in primis per aver reso una domenica normale molto speciale e infine a tutte queste superstar internazionali della sei corde per averci fatto trascorrere una serata emozionante e difficilmente dimenticabile!
Report a cura di Alessandro Masetto

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