Death Metal - Introduzione alla storia del death metal (2020)

Faccio parte della squadra di metal.it dal settembre 2003, siamo praticamente uno dei primi siti italiani di heavy metal (se non il primissimo), attivo dal settembre 2000 e un sito come metal.it non può avere dei buchi clamorosi nel database delle recensioni, soprattutto per ciò che concerne le band storiche. In particolare ho fatto questa riflessione spulciando la sezione riguardante il death metal che, tra le altre cose, oltre ad essere il genere preferito del sottoscritto, è anche il genere preferito del capo, il Graz.

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Capite da voi che una tale onta non poteva passare impunita e andava lavata col sangue del più puro death metal. Ho quindi pensato, causa anche la quarantena da coronavirus cui siamo tutti costretti, di cominciare a colmare queste lacune recensendone i lavori più significativi. Questo almeno era in origine l’intento, ovvero recensire i dischi migliori delle band storiche del death metal, le cui recensioni sono quasi totalmente assenti dal nostro database.

Ma da dove cominciare? A quel punto sono stato indotto in riflessioni che mi hanno portato a maturare dapprima l’idea di inserire queste recensioni monografiche nel contesto più ampio della storia del death metal inteso come fenomeno, perché non ha senso recensire un disco storico, un classico, se non si tenta di rappresentare l’importanza che ha avuto per tutto il movimento, e, in secondo luogo, di lanciarmi nell’impresa titanica, coadiuvato da altri colleghi di metal.it, di tentare di abbozzare una vera e propria storia del death metal, raccontata attraverso i suoi dischi più signi-ficativi e le scene più rappresentative, in quella che è a tutti gli effetti una retrospettiva.

Nel descrivervi quel che tenteremo di fare e il modo in cui lo faremo, non posso non fare alcune doverose precisazioni e premesse.
La prima è di ordine metodologico. Ogni indagine che si rispetti ha un campo ben delineato, per non risultare dispersiva e persino fuorviante. Quando si delimita un campo di indagine inevitabilmente si fa ricorso ad assiomi che non hanno bisogno di essere dimostrati, si danno per certi, per punti fermi, sebbene non mi tirerò indietro nell’approfondire queste certezze, cercando di non dare nulla per scontato.
La seconda premessa è di ordine deontologico, nel senso che sia chiaro qui ed ora, ciò che scriverò è in primis il tributo sincero di un appassionato, di un amante innamorato di un genere che mi ha praticamente accompagnato da sempre. Mi perdonerete se userò toni elegiaci o estremamente esaltati, ma, come dicevo, questa è la storia del death metal ma è anche e soprattutto il tributo a una pletora di band che hanno scritto pagine leggendarie di questo genere.
La terza premessa è di ordine pratico. Odio dare i voti, soprattutto quando riguarda dischi storici, perché, e ciò rimanga scritto nell’acciaio marchiato a lettere di fuoco, “la storia non si discute, si impara”. E però ciò non fa venire meno la necessità di esprimere un giudizio, anche numerico, sui dischi. La conseguenza è che troverete sovente voti altissimi, il massimo.

Ciò è diretta conseguenza di due fattori, il primo riguardante l’importanza storica di queste band/dischi. Quando una band è seminale, perché influenza centinaia (se non migliaia) di altre band fino ai giorni nostri, il suo posto nell’olimpo del death metal l’ha già stabilito la storia, e quindi siamo già nell’indiscutibile eccellenza, rispetto alla quale il nostro giudizio lascia il tempo che trova.

Il secondo fattore è che questi dischi hanno fatto la storia perché sono il frutto di un genio compositivo/creativo pionieristico, capace di dare vita a dischi di altissima qualità, anche esecutiva, che hanno tracciato la via, codificando un suono e un genere.
Sono il DNA del death metal, patrimonio genetico cui chiunque può attingere per distillare il proprio suono e, magari, renderlo un po’ più personale. Ma quel suono, per quanto innovativo vi potrà sembrare, porterà dentro di se sempre i geni del death metal originario.

Un’altra cosa che vale la pena sottolineare è che non mi interessa stabilire gerarchie tra band e dischi, né riguardo la loro importanza storica e men che meno basata sui voti. Al di là dei gusti personali, quest’opera nasce con l’intento di sottolineare l’importanza del fenomeno nel suo complesso e dare la possibilità di scoprire e riscoprire.

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Tanto premesso, partiamo con il primo assioma. Il death metal per me è americano. Certo, troveremo tempo e modo per parlare delle altre scene, in particolar modo quella europea e svedese in particolare, ma il death metal nasce con “Scream Bloody Gore” dei Death, pubblicato il 25 Maggio del 1987. Anche questo è un assioma, per di più quasi universalmente accettato. Certo, prima c’erano stati i Possessed che, con gli Slayer, sono sicuramente una grandissima influenza, assieme ad altre band comprese alcune europee, ma è solo con il primo album della band di Chuck Schuldiner che nasce una scena, la famosa scena floridiana, che ruoterà intono a una pletora di personaggi, mi vengono in mente a vario titolo Scott Burns e Dan Seagrave, e alcuni luoghi di culto, come i Morrisound Studios.

Addirittura ne nascerà una seconda, cosiddetto New York Death Metal, non meno importante e che comunque confluirà, per affinità musicale e per debito di nascita, nella prima, nel senso che da quel momento in poi si parlerà del death metal americano, per molti l’unica vera forma di death metal.
Attorno a quella scena, dicevo, nasce un movimento, il Death Metal, che agli inizi, debutto dei Death compreso, è certamente molto legato al thrash metal, ma che lascia già intravedere una estremizzazione del suono e delle tematiche che saranno le caratteristiche precipue del genere. Secondo la mia modesta opinione è questo il maggiore discrimine che fa dei Death, e non di qualsiasi altro gruppo, gli originatori del death metal. Nell’impossibilità di trovare il momento preciso, perché le cose non nascono dal nulla ma sono il frutto di un continuum musicale in costante evoluzione, il fatto di aver creato un’aggregazione, un movimento, una scena, fa di loro i padrini del death metal.

A questo punto devo fare un passo indietro, per introdurvi alla mia idea di partenza, cioè il punto dal quale sono partito per questa mia indagine e il motivo scatenante, e ciò non può prescindere da una ulteriore premessa, di carattere storico, opinabile, ma fino a un certo punto.
Nel ricondurre a fenomeno unitario quello che comunemente chiamiamo death metal, seppur nelle sue diverse declinazioni, e nel tentativo di condurre una trattazione sistemica dello stesso, nella mia visione personale il genere può essere suddiviso in 4 fasi storiche che si sono succedute nel tempo. Queste quattro fasi ovviamente non sono a compartimenti stagni e i loro confini cronologici si sovrappongono lungo un arco temporale che ormai sfiora 35 anni.

La prima fase, quella dei fondatori del genere, ha come alfieri i quattro cavalieri dell’apocalisse, ovvero i Death, i Morbid Angel, gli Obituary e i Deicide. Per il momento tralascio il brutal death metal, che invece vedeva nei coevi Cannibal Corpse e nei Suffocation i propri iniziatori. Ci sono state anche altre band del periodo, che pur hanno prodotto lavori notevoli, ma parliamo di band che sono restate a livello di poco più che demos o le cosiddette “one shot band”, autrici di un disco o poco più e poi praticamente scomparse, la cui influenza sebbene importante è limitata nel tempo e nello spazio, a differenza dei quattro nomi di cui sopra.

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Morbid Angel

Queste band, a partire da “Scream Bloody Gore”, hanno iniziato il genere, hanno codificato un suono, fornito delle coordinate stilistiche e dato una base alle band della seconda ondata, che sono proprio quelle che ho trattato per prime. E sto parlando di Immolation, Malevolent Creation, Broken Hope, Monstrosity e Incantation, tutte band che debuttano nel biennio 91/92. E qui devo entrare nel merito della mia indagine e spiegarvi un po’ di cose. Le band della prima fase già intorno al 1992/93 hanno praticamente detto tutto e se fosse stato per loro il death metal, scusate il gioco di parole, sarebbe già bello che morto. È merito proprio delle band della seconda fase se il death metal è stato traghettato e ha potuto vivere fino a giorni nostri, traversando uno dei suoi periodi più difficili, che hanno visto l’esplosione di numerosi altri generi e mode, dal grunge al black metal, dal power metal al nu metal, a tacere di tutto il resto. Quelle band sono fondamentali perché hanno continuato a fare dischi, spesso dischi incredibili, per tutti gli anni ’90, contro ogni moda e tendenza, con una coerenza fiera e feroce. Hanno tenuto viva la fiamma del death metal.
Ma perché sono partito da loro? Per un motivo molto semplice, perché molti metallari ne ignorano l’importanza e la bravura, se non addirittura l’esistenza. E la spiegazione è semplice. Da una parte quelle band hanno prosperato, come già detto, in un periodo che ha visto l’affermarsi di altri generi e tendenze più in voga, la qual cosa le ha portate ad essere spesso ignorate, dall’altro perché nel loro periodo di ful-gore non esisteva internet. La rilevanza di internet, che si diffonde alla fine degli anni 90 inizio anni 2000, è presto spiegata.
A meno che uno non abbia avuto la fortuna di vivere quell’epoca – e molti metallari di allora sono ‘cresciuti’, hanno messo su famiglia e abbandonato la retta via, al punto che sono una specie in via d’estinzione –, il modo migliore per avvicinarsi al death metal, per i neofiti, è fare riferimento alle band della prima fase.

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Malevolent Creation

Quando qualche giovine aspirante metallaro vuole avvicinarsi al death metal e chiede consigli, è facile indirizzarlo verso i classici Morbid Angel o Deicide, credendo che ciò basti e possa essere esaustivo, e spesso il giovine metallaro se ne convince al punto che si scarica un paio di dischi dei Deicide, per sentirsi cattivo, e salta a piè pari la seconda fase, affascinato dalle nuove tendenze in voga e da quelle band che oggi vengono additate come i leaders della scena, che siano i Nile o i Cryptopsy, che siano gli Origin oppure qualsiasi altra band della terza fase se non addirittura della quarta fase, di cui appresso dirò.
Con internet è stato tutto più facile, la musica ha dilagato, io stesso ho fatto uso e abuso di Napster che mi ha permesso di conoscere molte band, ma nell’epoca di internet, dove potenzialmente è possibile avere sottomano tutto lo scibile musicale, il metallaro che fa? Si scarica i dischi contemporanei perché sono quelli dei quali legge o sente tutti i giorni e poi, per farsi un’infarinatura, si scarica qualche disco della prima fase e stop, dimenticandosi di tutto il resto, e ciò anche in virtù del fatto che, avendo cominciato con una musica meglio suonata e prodotta e più estrema e brutale, i dischi vecchi sembrano appunto vetusti, provenienti da un’altra era, incapaci, su orecchie non allenate, o allenate male, di dispiegare tutto il loro fascino originario e la loro carica innovativa per l’epoca. Questo basta a fermare il metallaro odierno nella riscoperta dei classici, e quindi a saltare a piè pari la seconda fase. Magari fanno qualche altro tentativo e allora ecco l’accoppiata magica, Cynic e Atheist, che qualche sapientone, con l’aria di chi a asa lunga, consiglierà loro come fossero l’università del death metal. Ma sia detto chiaro e forte, chi non conosce gli Incantation o gli Immolation non conosce il death metal o, più semplicemente, non può dirsene amante. E sia altrettanto chiaro che il death metal o è brutale o non è death metal, essendone questa la sua prima e più distintiva caratteristica sin dall’esordio dei Death.
Ecco spiegato il motivo per cui sono partito dalla seconda fase che, badate bene, parte dal 1991/92 ed esaurisce la propria spinta propulsiva verso il 1996. Siccome però molte di queste band hanno prosperato sino ai giorni nostri, ho ritenuto di trattare quanto meno i dischi pubblicati negli anni ’90, per una questione di continuità discografica che spiegasse l’evoluzione del suono di quelle band. Non ho inteso recensire tutti i dischi di ogni singola band, perché, ripeto, la gran parte del meglio lo hanno prodotto nel periodo 91-96, ciò non togliendo, ovviamente, che pure in seguito sono state capace di fare grandi dischi, anche additati come capolavori.

Chiariamo subito però un’altra cosa che rende merito all’importanza delle band della seconda ondata. Non sono meri cloni di quelle della prima fase come ho letto in giro, anzi. La verità è che queste band, pur partendo dall’influenza di quelle che ho definito come i 4 cavalieri dell’apocalisse, hanno portato il sound alle sue estreme conseguenze, espandendone i limiti e i confini e, in quanto tali, aiutando a definire e codificare un suono, il death metal, divenendo esse stesse band seminali. Per alcune di esse, quelle più brutali per intenderci, sono stati parimenti influenti i Cannibal Corpse o i Suffocation, e, anzi, molte di esse in seguito saranno considerate a tutti gli effetti brutal death metal band.

Un’ultima considerazione, che ci permette di agganciarci alla terza fase, è che il suono di questa fase è a tutti gli effetti puro death metal, restandone strettamente entro i confini a differenza della terza fase dove il suono è contaminato, nel senso che porta elementi ‘alieni’ nel death metal. E i confini delle primi due fasi sono da un lato il thrash metal, cui sono più vicine le band della prima fase, e dall’altro il verdante più brutal, cui si avvicinano quelle della seconda fase.

La terza fase è appunto quella della contaminazione e della dispersione in mille rivoli del death metal, che espande i suoi confini. La fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000 sono gli anni della contaminazione, in ogni ambito musicale, e non è da meno il death metal. Ed è proprio in quegli anni che si affermano una serie di band e di ‘declinazioni’ del death metal anche molto diverse tra di loro. Troviamo i Nile con la loro epicità egizia, i Cryptopsy, con i Dying Fetus e poi Misery Index che portano l’hardcore e il grindcore nel loro sound in un connubio avvincente, troviamo gli Skinless che fanno un po’ da ponte verso la deriva più estrema del brutal death metal, che ha fatto germinare i semi di Cannibal Corpse e Suffocation, portando il genere all’oltranzismo sonoro di band come Deeds Of Flesh, Deaden, e ancora più in là con Disgorge, Brodequin e Devourment, senza dimenticare Cinerary e Liturgy, tutte band che sono affascinate dal gore più estremo, caratterizzate da testi sempre più malati e disturbanti e singer che fanno a gara ad esse il più gutturale possibile.
In questa fase le vecchie categorie del death metal e del brutal death metal diventano obsolete o riduttive per descrivere l’avanzata di questi fenomeni, quindi nascono o si affermano tutta una serie di definizioni, proprio per descrivere queste in-fluenze o elementi ‘alieni’ nel death metal. Si va dal blackened death metal al death doom – che è cosa diversa dal doom death, come diversi sono gli Incantation, band death metal con momenti doom, dai seminali Winter e Thergothon precursori del funeral doom, la differenza riposando nella preponderanza del genere principale, con alcuni elementi tipici del genere secondario –, oppure dal progressive death metal al technical death metal, oppure dal symphonic death metal all’industrial death metal (che è cosa diversa dal death industrial, che di metal non ha niente, non essendo altro che il diverso nome del powernoise, musica fatta interamente con le macchine che sarebbe meglio definibile come rumore, spesso atonale), senza contare i suffissi, come deathcore, deathgrind, e così via.

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Deeds of Flesh

In questa fase, le band della prima ondata sono praticamente estinte o si trascinano stancamente, quelle della seconda fase, alcune, restano sulla cresta dell’onda e continuano a dispensare brutalità, mentre altre si spengono o comunque non riescono a raccogliere quanto meritato. Tuttavia si assiste ad un curioso fenomeno, la nascita di tantissimi epigoni che non hanno interesse ad andare avanti, bensì guardano indietro, ispirandosi a quanto fatto dalle band delle prime due fasi, a riprova dell’importanza storica e della loro riconosciuta e riconoscibile influenza. D’altronde non è un segreto che nel panorama odierno, volendo fare un esempio, ci siano più epigoni degli Incantation che non dei Death o degli Obituary. E non è un mistero che un continente intero, l’America latina, per quanto riguarda il death metal, è per il 90% influenzato dalla blasfema triade satanica dei Deicide, Incantation e Immolation.
Sono particolarmente legato a questo periodo perché all’epoca praticamente ascoltavo solo quello. Le mie giornate si dividevano in egual misura tra il brutal death metal, il grind in tutte le sue forme core/gore e tanti altri generi di confine. Ricordo di aver preparato, per mesi, l’intero esame di diritto costituzionale con in sottofondo la musica più estrema che c’era in circolazione. Ovviamente grazie ad internet e alla possibilità di poter accedere a tutta questa musica sconosciuta al 99,9% dei miei simili.

La cosiddetta quarta fase, sulla quale premetto sono molto scettico e che qualcuno addirittura si spinge a chiamare post death metal, attiene a quella pletora di band come Aevangelist, Portal, Ulcerate, Mitochondrion e compagnia cantante, che puntando su una struttura musicale ipertecnica, ipercomplessa e ipercinetica, con vocals ultragutturali, addensano il loro suono rendendolo molto compatto e intricato, talvolta sporcandolo con elementi alieni, come ad esempio assoli allucinati e psichedelici. Non metto in dubbio la bontà di queste band e delle loro composizioni, ma se ascoltate i primi due dischi degli Incantation, giusto per citare i primi che mi vengono in mente, capirete, ad esempio, dove risiede il 90% dell’influenza degli Aevangelist, con la differenza che ci passano quasi 30 anni.
È un po’ come prendere un bel pollo arrosto, cotto a puntino e, prima di mangiarlo, fargli fare una ripassata in forno a 300 °C aggiungendo un po’ di spezie esotiche. Quando lo tirerete fuori tutto annerito, vi basterà levare lo strato bruciato per ritrovare il pollo di prima, già ben cotto. Ma come si dice in questi casi, de gustibus non disputandum est. Sta di fatto, tuttavia, che non siamo ancora di fronte, per rilevanza e influenza, a una nuova era del death metal, trattandosi solo di un manipolo di band, molte delle quali ancora a livello underground, che provano a suonare più estreme dell’estremo. Ma hanno dignità di esistenza perché con internet il loro nome e la loro musica circola più velocemente e più massivamente. Alla fine degli anni ’80 per essere conosciuto dovevi vendere dischi, oggi basta avere bandcamp e youtube.

Tornando al progetto, mi occuperò del death metal americano, parlandovi pri-ma della seconda fase, poi facendo un passo indietro alla prima per arrivare alla terza. Della quarta poi si vedrà.

Certo ci vorrà tempo, ma dalle mie parti si dice che solo ciò che non ci comincia non si finisce. Per ogni band vi daremo brevi cenni biografici accompagnati dalle recensioni dei dischi più significativi per il periodo preso in considerazione e ogni recensione sarà l’occasione per raccontare, in quel breve spazio, altri aneddoti.

Per quanto riguarda le altre scene, europea e in particolare quella svedese, pur importanti non hanno mai raggiunto il livello di influenza e, parere mio, di qualità della scena americana. Ciò non toglie che ci sono band, come ad esempio i Sinister (una delle mie preferite) che hanno fatto dischi grandissimi, talvolta ben superiori a quelli dei colleghi americani, sebbene da questi influenzati.
Vedete, la scena europea si fregia di alcuni nomi storici che, sovente, hanno mutuato il loro suono dalle influenze americane, non solo i Sinister, ma anche i Vader ad esempio. In Europa non si crea un movimento vasto come quello americano, c’è l’Inghilterra con Bolt Thrower, Cancer e Benediction (ma anche Carcass e Napalm Death, che però nascono come gruppi grind e solo successivamente passano al death metal), c’è l’Olanda con Pestilence, Asphyx, Sinister e Gorefest, e poi c’è la Svezia che addirittura crea un suono peculiare, lo swedish death, ma anch’essa ricca di band influenzate dal suono americano.
Anche questi saranno trattati, magari non dal sottoscritto, ma troveremo il modo di gettare luce anche su questi fenomeni.

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Bolt Thrower

Da ultimo chiariamo un’altra cosa, non abbiamo la pretesa né di essere esaustivi – perché il death metal e la sua storia sono un mare magnum e non si può pretendere né di conoscere tutto né tantomeno di trattare tutto ciò che anche solo si conosce – né di essere il verbo incarnato, le mie/ nostre sono opinioni e in quanto tali discutibili. E questa è solo un’introduzione, una sorta di guida, la sostanza la trovate nei dischi, e solo il loro ascolto deve essere la vostra stella polare.

L’obiettivo finale è quello di farvi conoscere dei dischi e di instillarvi la curiosità di ascoltarli. Se riusciamo in questo intento allora la missione potrà dirsi compiuta, e noi avremo il database finalmente completo, come si conviene alla Gloria di Metal.it!
Capitolo a cura di Luigi 'Gino' Schettino