Copertina 6,5

Info

Anno di uscita:2017
Durata:48 min.
Etichetta:WormHoleDeath Records

Tracklist

  1. AGAINST THE FLOW
  2. JOIN THE HATETRAIN
  3. GIDDY-UP!
  4. ‘NORMAL’ PEOPLE
  5. UNIVERSE
  6. NO CLICHÉ
  7. NOTHING’S WORTH
  8. LIFEBLIND
  9. THE GREAT DECEPTION
  10. THE VALEYARD
  11. SUPERIOR
  12. AVENGE THE MOMENT
  13. LUMINOUS BEINGS

Line up

  • Steven Leijen: vocals
  • Mark Brekelmans: bass
  • Michael Hansen: guitars
  • John Brok: guitars
  • Robin Boogaard: drums

Voto medio utenti

Nella musica dei Selfmachine c'è davvero tanta roba: alternative, metal, crossover, cantati puliti e non, e soprattutto tanta melodia che strizza l'occhio a sonorità più mainstream (c'è anche capacità di sintesi, ma in questo caso specifico si tratta di un'arma a doppio taglio).

Già dall'iniziale "Against The Flow" entriamo a capofitto nell'universo sonoro della band, un modern metal articolato ma indubbiamente catchy. La nervosa "Join The Hatetrain" anticipa la pestatissima e incalzante "Giddy-Up!", dal ritornello ficcante e dalla riuscita apertura centrale. "Normal People" si distingue per il mini-break dal sapore latin, mentre "Universe" spicca per il contrasto tra il riffing serrato di Hansen e la teatralità del refrain cantato da Leijen.

Dalla metà in poi, però, "Societal Arcade" comincia a mostrare i limiti di una proposta sì interessante ma pericolosamente ingabbiata in un numero limitato di soluzioni espressive: "No Cliché", nonostante il titolo, è una power-ballad anonima e poco interessante; "Nothing's Worth" ha qualcosa degli Adrenaline Mob dell'era-Portnoy; le influenze metalcore di "Lifeblind" sono un po' buttate lì, così come i rimandi heavy/thrash appena accennati di "The Valeyard", dalle liriche particolarmente "spinte"; "The Great Deception", "Superior" (bello il solo) e "Avenge The Moment" sono filler poco incisivi, ma i Selfmachine ci regalano un finale coi fiocchi con "Luminous Beings", sei minuti dinamicamente complessi dall'arrangiamento elaborato, minuzioso e non scontato che mi hanno ricordato i Fates Warning di metà Anni Novanta.

Un limite oggettivo c'è: se su tredici brani dodici durano 3/4 minuti e hanno tutti la stessa struttura/evoluzione, la voglia di skippare qualcosa, inevitabilmente, viene. Ma tracce come la conclusiva "Luminous Beings" fanno intravedere del buono che sarebbe un peccato non cogliere...
Recensione a cura di Gabriele Marangoni

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