Copertina 4

Info

Anno di uscita:2006
Durata:33 min.
Etichetta:AFM
Distribuzione:Audioglobe

Tracklist

  1. YESTERDAY DON'T MEAN
  2. SOMETHING INSIDE OF ME
  3. ONE
  4. BLEED ALL OVER ME
  5. CRUEL INTENTIONS
  6. YOU CAN'T HANDLE
  7. FORGIVEN
  8. SET ME FREE
  9. DON'T HATE ME
  10. RECKONING

Line up

  • Vocals: jada pinkett smith
  • Guitars: pocket honore
  • Guitars, keyboards: cameron graves
  • Bass: rio
  • Drums: phillip "fish" fisher

Voto medio utenti

Abbandonati i comandi della Logos, la Niobe di Matrix agguanta il microfono e si sperimenta nelle vesti di vocalist per i Wicked Wisdom, ennesima female-metal-band dalle rosee speranze (almeno queste concediamogliele).
Chiunque avverta un leggero senso di nausea e velati rigurgiti gastro-intestinali non si preoccupi, è normale.
Ancor più se si pensa che la suddetta signora è, nientepopodimenoche, moglie del Principe di Bel Air, aka il bad boy per antonomasia: Will Smith.
Che l’America sia prodiga di cotanti sperimentalismi trans-settoriali è ormai cosa ben nota, ma che questo si ripercuota sulla nostra salute psico-fisica sembra eccessivo.
Sta di fatto che il primo omonimo album della band capeggiata dalla sig.ra Smith è giunto fino a noi dopo innumerevoli peripezie (l’Oceano Atlantico, le colonne d’Ercole, le Alpi, la nebbia della Pianura Padana) ed è quindi doveroso rendere merito a questa perigliosa impresa.
Si tratta di un Nu metal “borderline” (come la mente lo ha partorito) che trasborda in dinamiche hardcore e moderatamente thrash.
In questo caso parlando di “Nu” ci si riferisce esclusivamente all’andamento “commerciale” delle tracce dell’album che sembrano più pianificate a tavolino che espressione di una motivazione artistica.
Corpose linee di basso, batteria inarrestabile, chitarre compresse e riff tagliati con l’accetta fanno dell’opener “Yesterday Don’t Mean” valido portabandiera dello stile dei Wicked Wisdom.
L’apnea vocale di Jada Pinkett Smith in “One” annoia più che stupire. Il cantato risulta complessivamente monotono (in entrambe le accezioni) e le liriche non brillano certo per originalità.
In “Bleed All Over Me” risuonano echi di Korn-iana memoria sia nell’impianto strumentale che nelle linee canore, ma purtroppo, anche per “guaire” come Jonathan ci vuole una certa classe.
Un detto meneghino ci ricorda che o’ felè fa il so mesté (il biscottaio fa il suo lavoro, per chi non vantasse origini padane), che fuor di metafora ci suggerisce che sarebbe meglio se ciascuno si dedicasse al proprio lavoro, senza azzardarsi in mirabolanti imprese trasversali.
Allora perchè non dare ascolto ogni tanto anche a chi non possiede una magione sulle colline hollywoodiane, ma un misero monolocale in periferia?
Recensione a cura di Silvia 'Kleo' Colombo

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