Wizard's Altar - Five Movements in Disintegration

Copertina 8

Info

Genere:Black Metal
Anno di uscita:2026
Durata:38 min.
Etichetta:Indipendent

Tracklist

  1. SHADOW OF THE LIGHT
  2. DISSOLVING ETERNITY
  3. UNFATHOMABLE ORIGINS
  4. REALMS CONCEALED
  5. LIGHT OF THE SHADOW
  6. ADDENDUM

Line up

  • Ömer Doğramacı: Everything

Voto medio utenti

Wizard's Altar è una one man Black metal band nata e portata avanti dalla volontà del musicista statunitense Ömer Doğramacı che, soltanto nel 2026, ha rilasciato due EP e ben quattro full-length, di cui l'ultimo che adesso mi accingo a trattare, in via indipendente il 21 settembre 2026 dal titolo "Five Movements in Disintegration".

Tendenzialmente — e a ragion veduta — sono sempre un po' scettico quando mi trovo di fronte a formazioni che pubblicano numerosi lavori in un così breve lasso di tempo, tuttavia, vale sempre la pena porgere un orecchio, soprattutto quando si è in ambito underground, dove di solito il fulcro che anima questa musica risiede nella pura passione. Alla luce di ciò, "Five Movements in Disintegration" rappresenta una delle "eccezioni che confermano la regola" essendo, a mio avviso, un album di grande qualità, benché rivolto esclusivamente a una ristretta pletora di devoti alla Nera Fiamma.
Un guitarwork che alterna frangenti diretti e furiosi a molteplici momenti dall'andamento circolare, disanimati, ipnotici, fautori di un senso di alienazione dai tratti depressivi estremamente marcato, in cui tra le trame minimali si struttura perfino una certa — si prenda tutto ciò con le dovute cautele — corposità con accenni noise di stridore metallico, quasi industriale, che unita agli altri classici crismi del genere — blast beat incessanti (suonati con drum-machine), droni atmosferici e uno scream oscillante tra malvagità, evocazioni occulte ed emotività straziante — rende questo album "tanto semplice" quanto efficacemente oscuro.
Come coordinate utili alla comprensione della proposta di Ömer Doğramacı ritengo opportuno menzionare gli albori del Conte, i primi LP di Leviathan e Xasthur, e qualcosa della violenta ossessività delle fasi iniziali dei Krieg.

Nera la sua poetica e la visione esistenziale percepita, nero il sentimento di abbandono che lascia nell'intimità dell'ascoltatore. Una sensazione di oppressione e di estraniamento che, forse, in soggetti particolari, quasi come una volontà di riscatto, potrebbe condurre a una spinta costruttiva — in senso interiore — fondata su valori ontologici ben più solidi… O almeno questo è l'utilizzo che mi auspico.

Recensione a cura di James Curzi

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