Copertina 8

Info

Past
Anno di uscita:1997
Durata:78 min.
Etichetta:Elektra

Tracklist

  1. NEW MILLENNIUM
  2. YOU NOT ME
  3. PERUVIAN SKIES
  4. HOLLOW YEARS
  5. BURNING MY SOUL
  6. HELL'S KITCHEN
  7. LINES IN THE SAND
  8. TAKE AWAY MY PAIN
  9. JUST LET ME BREATHE
  10. ANNA LEE
  11. TRIAL OF TEARS

Line up

  • James LaBrie: vocals
  • John Petrucci: guitars
  • John Myung: bass
  • Derek Sherinian: keyboards
  • Mike Portnoy: drums

Voto medio utenti

Quando nel lontano 1998 ho acquistato e ascoltato "Falling into infinity", ero ignaro di tutte le polemiche, le critiche e le vicissitudini che avevano preceduto e accompagnato l’album: le restrizioni dell’etichetta discografica, delusa dalle esigue vendite di "Awake", avevano imposto ai Dream Theater l’obbligo di comporre canzoni più facilmente ascoltabili dal pubblico, più commerciali e immediate. Fu prodotto in poco tempo, le registrazioni iniziarono nel marzo del 1997 e si conclusero a settembre dello stesso anno, anche se molto del materiale era già stato composto agli inizi del 1996. Lo scoramento e la frustrazione del gruppo, costretto ad aspettare un anno intero per avere il permesso di registrare le canzoni, portò a dei conflitti interni tra Portnoy, contrario alle imposizioni della Elektra Records, e Petrucci, più accondiscendente. Lo stress fu grande, ai limiti dello scioglimento, tanto che i Dream Theater chiesero di essere liberi dalle interferenze discografiche per tutti gli album successivi. Il produttore Kevin Sherley scartò alcuni brani dall’album e ne smembrò altri (per esempio, la sezione centrale di "Burning my soul" si trasformò nella strumentale "Hell’s kitchen").
In questo clima poco piacevole si era inserito in pianta stabile (tre anni prima) il nuovo tastierista Derek Sherinian, già all’opera in "Change of Seasons" (anche se ebbe un ruolo marginale nell’album, dato che le parti di tastiera erano state composte da Kevin Moore). Sulle qualità artistiche di Sherinian c’erano pochi dubbi, ma sull’effettivo amalgama con la band ce n’erano molti: Derek era molto diverso da Moore, soprattutto nella scelta di suoni meno neoclassici, ma maggiormente tecnologici, futuristici ed elettronici (in pratica utilizzava la tastiera più come synth che come piano, come fa attualmente e odiosamente Rudess in molte parti dei più recenti album).
Veniamo ora all’analisi e al giudizio dell’album: è considerato da molti il peggiore della band, proprio a causa delle restrizioni e condizioni sopracitate: un album troppo commerciale, lontano dallo stile prog/metal dei DT (perfino la scritta del gruppo in copertina ha una grafica diversa, opera di Storm Thorgesom), con troppe ballad e canzoni lineari (struttura classica strofa-ritornello, strofa-ritornello-assolo). Prima di analizzare brevemente le canzoni, mi permetto di esprimere immediatamente il mio disaccordo con il giudizio dei più: a me "Falling into infinity" è sempre piaciuto parecchio, altro che peggior album! Migliore dei vari "Octavarium", "Train of Throught" e successivi. Solo i precedenti a questo, e il capolavoro "Scenes from a memory" gli sono superiori. Il mio giudizio può non essere assolutamente condivisibile, ma mi avvalgo delle sensazioni che mi ha provocato all’epoca l’ascolto dell’album. Già con "New Millennium" si assiste a un cambiamento di sound, con la voce “elettrica” di Labrie, condizionata, questo sì, da eccessivi filtri, e i suoni più futuristici. Sezioni orientaleggianti e tooliane si alternano in una canzone sicuramente non eccelsa, la cui parte migliore è nell’interlude, dove sembra davvero di ascoltare la band di James Keenan, con un Myung sugli scudi. "You not me" è forse una delle peggiori dei DT in assoluto, senza mordente, con un riff semplice ripetuto all’infinito e zero virtuosismi. "Peruvian Skies" è la prima ballad, o semi-ballad dell’album, con la voce di LaBrie finalmente più libera da filtri, calda ed emozionante. L’intermezzo è composto da uno splendido assolo di Petrucci, seguito da una parte metal che ricorda (vagamente) i Metallica.
"Hollow years" è l’esempio perfetto delle semplificazioni operate dai DT (strofa-ritornello-assolo-strofa-ritornello), ma è anche la migliore ballad dell’album, con un intro di chitarra acustica e degli arpeggi meravigliosi ed emozionanti.
"Burning my soul" è un’altra song giudicata pessima dai più e sicuramente lo smembramento operato dal produttore non le ha giovato. Io però non la ritengo così malvagia, anzi! Mi ha sempre dato sensazioni positive all’ascolto, forse perché è la prima e unica canzone “metal” dell’album. Il riff è pesante e accattivante, anche se il chorus e i suoni di tastiera di Sherinian lasciano a desiderare. Il testo della canzone, in particolare il ritornello “the pressure keeps on burning my soul” è un riferimento non troppo velato e critico verso le pressioni imposte dalla casa discografica. E di tali allusioni ce ne sono altre, in "New Millennium" e "Just let me breath".
L’intermezzo strumentale che inizialmente doveva essere presente nella parte centrale, è finito come si diceva nella successiva "Hell’s kitchen". Questa sì, è senza dubbio un piccolo capolavoro: l’arpeggio iniziale è seguito da uno degli assoli più toccanti e tecnicamente straordinari di Petrucci, con un finale in crescendo che la rende una delle migliori strumentali del quintetto.
"Lines in the sand" è la prima vera canzone prog dell’album, nonché un pezzo da novanta: dopo un intro di tastiera psichedelico, si entra nel vivo con un riff prepotente e accattivante, con un Portnoy straordinario e uno Sherinian che si fa finalmente apprezzare, riducendo i suoni elettronici e riutilizzando quelli neoclassici. LaBrie nel ritornello è coadiuvato dalla voce di Doug Pinnick dei King’s X. Nell’intermezzo strumentale Petrucci dà il meglio di sé, con un assolo meraviglioso di stampo gilmouriano.
"Take away my pain" è un’altra song trascurabile, orecchiabile, senza infamia e senza lode per così dire. Stesso discorso per la successiva "Just let me breath", dall’inizio promettente e incalzante, ma che poi sfocia in un riff ripetitivo e piatto, con un assolo di tastiera/synth di Sherinian da brividi (nel senso che fa rabbrividire da quanto è brutto).
"Anna Lee" è l’ultima ballad dell’album, semplice e malinconica, forse anche troppo smielosa, ma che dimostra le capacità vocali di LaBrie libere da filtri, come in poche altre canzoni.
"Trial of tears" finalmente! Eccola qua la canzone, o meglio la suite divisa in tre parti, che (mi) fa alzare notevolmente il giudizio sull’album, una di quelle che ascolto e riascolto ancora oggi (oltre ai 3 capolavori dei DT, "I&W", "Awake" e "SFAM"): la splendida intro è ispirata a "Xanadu" dei Rush, con rievocazioni pinkfloydiane. Riff e ritornello sono piacevoli e orecchiabili, ma come spesso accade, la parte migliore sta nel mezzo, ovvero la seconda parte della suite, intitolata "Deep in heaven", tutta strumentale, dove il basso di Myung fa da preludio ad un lungo, fantastico assolo di Petrucci, qui ispirato più che mai. Il ritmo si fa incalzante, con Portnoy e Myung a dettare i tempi e perfino i suoni futuristici di Sherinian si amalgamano perfettamente con l’incedere della canzone, fino a giungere alla terza parte, "The wasteland", in cui la song assume i connotati di una splendida ballad, per poi riprendere il ritornello iniziale. Se questa non è una delle migliori dei DT, ditemi voi….

Riassumendo, gli spunti migliori dell’album si ritrovano nelle due canzoni più lunghe e prettamente prog e nelle ballad. Pensate a cosa sarebbe potuto essere "Falling into infinity" senza le restrizioni dell’etichetta discografica. Un capolavoro mancato, a mio parere.

A cura di Marco “marcoozzy84” Bevilacqua

Recensione a cura di Ghost Writer
Orribile

Il primo album con Derek Sherinian(dopo la parentesi dell'eEP "A Change of Season")si rivela essere un disco bruttisimo,soprattutto se parogonato al grande passato e all'attesa di quale strada avrebbe preso la band dopo un altro grande album coem"Awake".Non si nulla o quasi,poiché la band sembra rincorrere le orme dei propri eroi invece di cercare di continuare a sviluppare il proprio unici sound a fuoco con i due precedenti albums.Pessimo.

Il disco più sottovalutato

Molto criticato per l'abbandono di sonorità "metal" e meno progressive, in favore di melodie più commerciali, ma caratterizzato da splendide ballate e atmosfere "pinkfloydiane". Su tutte, "Trial of Tears" vale da sola il prezzo dell'album.

Mi aspettavo di più

Il disco più brutto dei DT.

Ultimi commenti dei lettori

Inserito il 19 ott 2015 alle 22:45

Un bel disco che avrebbe potuto essere un grande disco se al posto di take away my pain e Anna lee ci fosse stata Rise the knife scartata dalla casa discografica perchè non abbastanza commerciale (peccato fosse uno dei pezzi migliori). Poi i gusti sono davvero gusti, Lines in the sand per me è il brano più bello del disco, insieme al finale di Trial of tears (che però ha la sessione centrale un po' troppo stile jam session e poco incisiva). Sinceramente lo preferisco a Systematic chaos, ma per l'appunto i gusti son gusti.

Inserito il 19 ott 2015 alle 00:08

Sono d'accordo con Gabriele che il disco è difficile da recensire e in questo caso mi hai letto nel pensiero prendendo la palla al balzo!! :-) Ringrazio Ennio per i complimenti (assolutamente ricambiati) e mi fa piacere che la pensi come me, ovvero che quest'album sia un capolavoro mancato. Non sono d'accordo solo su Hollow Years. Alla lunga può stancare perchè è troppo orecchiabile forse, ma gli arpeggi sono da pelle d'oca. Cercherò di cimentarmi in altre recensioni anche se il tempo libero è poco ahimè e mi ci vuole un po' per scrivere una recensione soddisfacente (almeno per me) su album come questi a cui sono molto legato.

Inserito il 19 ott 2015 alle 00:00

Disco che ho sempre trovato meraviglioso, spiazzante ad un primo ascolto ma assolutamente irresistibile.

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