Ferrara ti accoglie tra le braccia di un pomeriggio torrido e afoso. Brucia sulla pelle il caldo della pianura. Bassi edifici color ruggine e mattone delimitano le strade che portano a Piazza Ariostea, splendida location situata nel cuore della città che questa sera accoglie il tanto atteso concerto degli
A Perfect Circle. Appuntamento immancabile nella cornice del
Ferrara Summer Festival per la band di
Maynard James Keenan e
Billy Howerdel che, dal 1999, ci hanno sempre abituato a lunghe attese [mai disattese].
Sono arrivate persone da tutta Italia, molte anche dall’estero e, a quanto pare, sono tutte concentrate in una lunghissima fila che percorre la via del Corso verso uno dei due gate per entrare nell’area concerto.
L'accesso all’area festival procede a singhiozzo, con gruppi scaglionati non ben definiti, i tempi sono lunghi e la prima artista, la cantautrice londinese
A.A. William che si sta affermando con le sue melodie malinconiche gothic dark è andata, ahimé.
[Sudata infernale in quest’aria rovente solo per stare in fila]

Finalmente riesco a varcare l’ingresso, la piazza è veramente molto suggestiva, un cuore verde in centro città facilmente raggiungibile a piedi. Ma l’alta colonna che sorregge la statua di Ludovico Ariosto che svetta proprio nel mezzo, gli stand e le impalcature varie mi fanno sorgere molti dubbi sulla visibilità dall’area retrostante ad eccezione delle zone laterali rialzate. E ringrazio Iddio di aver dato uno schiaffo alla povertà ed aver acquistato un biglietto per il Gold Circle. Oltretutto ho sentito più di una voce lamentarsi per il basso volume, d’altra parte la location in piena zona urbana sicuramente non permette volumi altissimi. Dal Gold Circle in ogni caso l’acustica era perfetta.
Birra in mano e piedi sul prato riesco a godermi lo spettacolo di
Jehnny Beth, una donna dotata di voce, grinta ed eleganza, capace di tenere il palco su un tacco 12 con grazia e ferocia.
La band trasmette entusiasmo, il pubblico risponde, i brani scorrono piacevoli, la presenza scenica arriva dove l’originalità della proposta si ferma.
Jehnny toglie i tacchi e si avvicina alla platea, continua a cantare facendosi tenere per le ginocchia dal pubblico in un esercizio di resistenza ed equilibrio non da poco. Vedo dagli schermi volti particolarmente felici tra coloro che l’hanno sostenuta. Qualcuno tornerà a casa con ricordi particolarmente piacevoli della serata.
Pochi minuti dopo le 21:15, quasi inaspettatamente per me distratta dalle note di
War Pigs dei
Black Sabbath, gli
A Perfect Circle salgono sul palco. Il cielo è ancora di un azzurro intenso quando si diffondono le note di
The Package, ed è subito chiaro che la band è una macchina perfetta, non ci sono sbavature, il sound è pieno, ben bilanciato, la voce di
Maynard intensa e dolorosa.
Seguono senza distacchi
Disillusioned,
The Contrarian e
The Doomed, nello stesso ordine dell’album da cui sono tratte,
Eat The Elephant. I tempi sono ben cadenzati, quasi un po’ rallentati per rendere il tutto più intenso e pesante. I brani avanzano lenti ed imponenti accompagnando la notte che cala sulla piazza ferrarese.

Mentre il chitarrista
Billy Howerdel, il bassista e il batterista
Freese occupano la parte frontale del palco
Maynard rimane sempre in seconda linea su un rialzo, quasi un’ombra tra le luci. Piegato sull’asta del suo microfono sembrerebbe quasi una bislacca figura uscita dalla penna di Bulgakov se non fosse per quella voce, quella voce che riempie l’aria, l’anima e fa vibrare qualcosa nel profondo.
Sulla splendida
Weak and Powerless il pubblico fa sentire tutta la sua voce, le linee di basso e la batteria costruiscono il brano, ne formano ossatura corpo e ritmica mentre le chitarre compongono armonie e melodie potenti e dolorose.
Si torna alle origini con
Rose, da
Mer de Noms, che procede alternando sound greve e ritmo incalzante con fendenti di chitarra taglienti e delicati allo stesso tempo.
L’intensità cresce di livello,
Blue, personalmente uno dei miei brani preferiti della band,
Talk, il cui ritornello potente molti continuavano a cantare ancora a fine concerto e una versione rivisitata di
3 Libras traghettano il concerto verso la parte finale [sigh].
L’atmosfera è sempre più densa, siamo tutti ammaliati dal ritmo ipnotico di
Counting Bodies Like Sheep to the Rhythm of the War Drums.
La band presenta anche il nuovo pezzo
Starless, veramente molto bello, mi pare più vicino ai
Tool nello stile ma sono sottigliezze poco importanti di fronte alla bellezza di un brano che mi auguro sia traccia di un nuovo atteso album.
Dal palco arriva un “Thank you“ e partono le note della splendida
Judith.
Al termine del brano, così come sono entrati, gli
A Perfect Circle se ne vanno. Sono le 22:40. Ci guardiamo intorno, l’un l’altro, con una domanda negli occhi? Ma è finito? Si, è già finito, dopo un’ora e venti minuti. Sono già arrivati i roadies a smontare.

Il concerto degli
A Perfect Circle è stata un’esperienza intensa, introspettiva, toccante. Ciò che in un primo momento avevo colto come distanza e distacco credo vada riletto come volontà di offrire una esperienza immersiva nella musica della band.
Non ci sono mai state parole al pubblico, nessun accenno, nessuna pausa. I grandi schermi laterali non mandavano le immagini del palco, ma grafiche rielaborate che accompagnavano la musica, senza distrarre. Allora forse è questo, un’esperienza sonora, intensa, da interiorizzare.
Il giorno dopo, andando verso la stazione, guardo le persone che arrivano, cambio della guardia. Ferrara si prepara ad accogliere un pubblico ben più vasto per i fratelli
Cavalera,
Anthrax e
Megadeth. E sarà tutta un’altra storia.
Forse rimane un po‘ di amaro, come dopo tutte le cose intense ma troppo brevi, con quel desiderio non del tutto appagato.