Copertina 7,5

Info

Genere:Heavy Metal
Anno di uscita:2021
Durata:82 min.
Etichetta:Parlophone

Tracklist

  1. SENJUTSU
  2. STRATEGO
  3. THE WRITING ON THE WALL
  4. LOST IN A LOST WORLD
  5. DAYS OF FUTURE PAST
  6. THE TIME MACHINE
  7. DARKEST HOUR
  8. DEATH OF THE CELTS
  9. THE PARCHMENT
  10. HELL ON EARTH

Line up

  • Steve Harris: bass, keyboards
  • Dave Murray: guitars
  • Adrian Smith: guitars
  • Bruce Dickinson: vocals
  • Nicko McBrain: drums
  • Janick Gers: guitars

Voto medio utenti

Questo album avremmo dovuto averlo nelle mani ben due anni fa, e ascoltarne qualche estratto dal vivo, ma tutto si è cristallizzato causa pandemia.
Ma ora ho nelle mie orecchie, spero presto nelle mie mani avrò il diciassettesimo album in studio della band che ha superato il suo stesso mito e leggenda, ovvero gli Iron Maiden.
Quando seppi che i nostri sei moschettieri avevano registrato un nuovo doppio mi sono detto, oh no! Perché il penultimo “Book Of Souls” anch’esso doppio mi aveva in parte deluso con brani decisamente fuori fuoco, invece con questo disco mi sono ricreduto in parte.
La titletrack è spiazzante, mi aspettavo una partenza bomba invece che fa il buon Steve Harris? Cuce un epico mid tempo sostenuto da riff rocciosi, ritmiche lente ma pregne di pathos con un Dickinson in parte come al solito e dei solos ben fatti, anche se a mio modesto parere se fosse stato asciugato un pochino avrebbe avuto un impatto maggiore alle mie orecchie.
Il metal torna con “Stratego”, pezzo di soli cinque minuti, cavalcata che recupera certe soluzioni del passato con un bel ritornello.
Ecco veniamo al primo singolo uscito e terza traccia del nuovo album; “Writing on the wall” non mi aveva entusiasmato, ma ora ascoltandolo con un mixing decente devo dire che il brano non è male, soprattutto l’introduzione acustica e quel profumo elettrico di trame folk che regge l’architrave di tutto; il singer fa un figurone, non si grida al miracolo ma ha riacquistato punti.
Altro pezzo veloce è anche “Days of future past” (che cita nel titolo una famosa saga marveliana mutante), up tempo roccioso godibile e con buoni assoli.
Putroppo “Darkest hour”, brano denso e drammatico non mi entusiasma; mi sembra riprendere certe atmosfere dai loro album passati ma è meno focalizzato e soprattutto risulta noioso a tratti.
Invece “Death of the celts” mi ha piacevolmente sorpreso; brano di dieci minuti tra sfumature prog con le tastiere sempre presenti ed un feeling madrigalesco coinvolgente.
Davvero un ottimo pezzo, finalmente la quadra è raggiunta perché si viene emotivamente trasportati in un tempo lontano e in questo il gruppo londinese è maestro.
Ed ore veniamo al brano finale “Hell on earth”, solito arpeggio iniziale, atmosferico, ma, si c’è un ma, perché questa conclusione è ispirata e per certi versi ha un sapore conosciuto.
Partenza lenta ma che diventa una cavalcata che mi ha fatto saltare per la qualità del riff finalmente; bella la linea vocale ma soprattutto l’epicità che si respira è tangibile e ho idea che dal vivo questo brano potrebbe rendere molto bene.
Una parola anche per le chitarre, i solos sono ben eseguiti ma soprattutto distinguibili per stile e complementari.
In conclusione com’è questa nuova fatica della Vergine Di Ferro? Non è un capolavoro, ma nel complesso è un bel disco; la produzione del fidato Kevin Shirley non riesce a piacermi e pazienza ma devo dire in tutta onestà che certi eccessi della precedente uscita non ci sono e una menzione d’onore va a Bruce Dickinson che nonostante l’età non più verde e il segno purtroppo lasciato dalla malattia che lo aveva colpito si dimostra un leone; Up The Irons!

Recensione a cura di Matteo Mapelli

Altre recensioni per questo album:

IL migliore dai tempi di No Prayer For The Dying

Disco veramente valido perché nessun pezzo, a mio modesto avviso, merita meno della sufficienza. Disco che richiede un attento ascolto. Per me, mezzo punto in meno rispetto al voto del recensore ma consiglio a tutti di prenderlo.

Ultimi commenti dei lettori

Inserito il 06 set 2021 alle 19:43

Purtroppo, per quel che ho ascoltato dell'album, non posso che concordare con le critiche negative. Se gli highlights dell'album sono, a detta di molti, The writing oh the wall e sSratego (e Darkest hour che salvo anche io) allora non ci siamo proprio. Meglio un Smith/Kotzen che ha classe da vendere. È una band che non deve dimostrare più niente a nessuno e magari per questo scrivono come scrivono. Ma alla fine confermano solo che oltre a non dover dimostrare niente a nessuno, non hanno nemmeno più niente da mostrare! E alla loro età e nella posizione al trono che si sono guadagnati. Quando sei in vetta, molla la pezza e vivi di quanto di buono hai saputo fare. Altrimenti, fai come Valentino Rossi. Poi ovvio, ci sono i fan boys che se Steve Harris facesse un album di 134 minuti dove improvvisa con l'oboe, griderebbero al miracolo. Gente che spende 80 euro per un concerto dei Maiden e poi se hanno degli dei della musica ancora sconosciuti che suonano nel bar sotto casa per 5 euro, di inventano la scusa che è meglio andare altrove che almeno senza musica possono parlare. A 45 anni non ho più miti intoccabili. Ma i Maiden hanno il mio rispetto per ciò che hanno rappresentato e rapprentano. Come già detto, dovrebbero farsi solo ai lìve dove, tra qualche falsetto di troppo e qualche coinvolgimento del pubblico per tirare il fiato, anche il buon vertice fa ancora la sua poteva figura. Quella ormai è la loro dimensione dove ancora sono metallers. Quando fanno queste uscite dimostrano che spesso prevale l'altra faccia, quella dimostrato dal Bruce se ne va, no Bruce torna e cioè quella dei business men

Inserito il 06 set 2021 alle 19:18

Ennesimo disco spompato di una band spompata con un cantante spompato. Quando vogliono copiare sè stessi sono mosci o (come Bruce) dimostrano di non averne più, quando vogliono cambiare e fare qualcosa di diverso dimostrano di non saperlo fare (di nuovo, Bruce sa cantare in un solo modo, quando cambia fa schifo). Andate in tour e piantatela di fare dischi.

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